Il punto d'inizio anno
Il problema era quello che l'eccesso di spesa - pubblica e privata - necessario per alimentare la macchina produttiva, era coperto da un livello crescente di indebitamento, in particolare nei paesi anglosassoni; esso si era nel tempo sostituito ad una non adeguata crescita delle risorse proprie delle famiglie, in relazione alla perdita di peso della quota dei salari rispetto a quella dei profitti nella distribuzione della ricchezza prodotta e, in generale, al fatto che i frutti della globalizzazione e dell'innovazione tecnologica erano andati per la gran parte a finire, nell'ultimo periodo, nelle mani di una ristretta oligarchia. Tale crescita nei livelli di indebitamento era comunque sostenuta, persino con entusiasmo, da un settore finanziario non soggetto a norme e controlli di sorta, in relazione anche ad un'ideologia e ad una pratica neoliberista che hanno preso progressivamente piede dovunque, contribuendo, tra l'altro, anche a relegare in soffitta il ruolo dell'intervento pubblico. Il settore finanziario ha così approfittato della situazione per darsi ad eccessi di speculazione che hanno raggiunto livelli raramente visti anche nel lontano passato. Le risorse per finanziare il tutto sono poi venute in gran parte dalle economie asiatiche, in relazione all'esistenza di un grande squilibrio commerciale tra tale area e quella statunitense ed europea; i frutti del surplus commerciale sono stati così riciclati e in gran parte trasformati in prestiti al settore pubblico ed a quello privato occidentali. Nessuno appare in grado oggi di determinare con un certo grado di approssimazione gli sviluppi futuri e la durata della crisi. Si va da chi dice che essa durerà ancora pochi mesi a chi invece vede nelle presenti difficoltà delinearsi la fine stessa del sistema capitalistico. Dall'analisi sin qui ricordata emergerebbe che le difficoltà dell'economia potrebbero durare a lungo e che, anche se le politiche pubbliche cercheranno in tutti i modi di superare i problemi, nel caso migliore i prossimi anni saranno caratterizzati, almeno in occidente, da tassi di crescita molto ridotti, nonché da rilevanti livelli di disoccupazione e di sottoccupazione. I possibili rimedi sembrano dover comunque consistere nel portare avanti programmi di intervento pubblico contemporaneamente in diverse direzioni. Si tratta poi, comunque, di ridisegnare un nuovo sistema di regole e di controlli sia sul sistema bancario e finanziario all'interno dei vari paesi che a livello mondiale, per evitare che venga tenuto in piedi questo sistema di "finanza-casinò", come lo chiamava lo stesso Keynes. Lo stesso problema si pone in maniera acuta anche per quanto riguarda l'ultimo fronte di intervento, quello che non riguarda la finanza, ma l'economia reale. Anche su questo punto si possono individuare due temi specifici, quello della ripresa delle diverse economie nazionali e quello della necessità di porre in essere un nuovo ordine economico mondiale. Si pone peraltro, per quanto riguarda almeno il caso degli Stati Uniti, il problema del finanziamento di tali programmi, con il correlato rischio dell'innesco di un alto livello di inflazione e di una possibile fuga dal dollaro. Ci si trova in effetti di fronte a due alternative ambedue molto rischiose. Da una parte quella di non intervenire, il che vorrebbe probabilmente dire spingere l'economia verso il precipizio, dall'altra, invece, quella di intervenire, come si sta facendo, in maniera massiccia, con i rischi sopra citati. In ogni caso, non c'è da sperare molto, in alternativa, dai programmi europei o da quelli giapponesi, molto più ridotti. La salvezza, se mai ci sarà, potrà venire soltanto, stante la situazione, dagli Stati Uniti e, in misura forse più ridotta, dalla Cina, paese quest'ultimo che pure mostra qualche esitazione nell'intervenire sul problema con tutte le forze di cui dispone. Un altro problema che si pone riguarda chi esattamente riceverà alla fine gli aiuti annunciati negli Stati Uniti, se essi andranno cioè ai possessori di alti redditi o invece, come appare necessario, a chi potrà spendere i soldi rapidamente ed interamente, ai governi a livello statale e locale, oggi in crisi di liquidità, nonché ai disoccupati, alle famiglie a reddito basso e medio-basso. Parallelamente, ci si può domandare chi pagherà per il disastro in atto, con il rischio che comunque i costi degli interventi verranno in qualche modo scaricati in gran parte sulle classi più deboli della società. La crisi in atto, alla fine, può aprire il campo ad una depressione di lungo termine dell'economia o, invece, attraverso degli opportuni processi di trasformazione della struttura di governo mondiale, diventare invece il punto di partenza si un nuovo e più equilibrato modello di sviluppo. |
02/01/09
Il punto d’inizio anno
Pubblicato da
ZioBarbero
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