02/01/09

Il punto d’inizio anno

Il punto d'inizio anno

moneyrolls.jpgAppare ormai chiaro a molti come la crisi in atto dipenda in larga misura dal fatto che il meccanismo di sviluppo su cui si reggeva l'economia degli Stati Uniti (nel particolare ,così come quella del resto del mondo in generale) si è bruscamente inceppato.

Il problema era quello che l'eccesso di spesa - pubblica e privata - necessario per alimentare la macchina produttiva, era coperto da un livello crescente di indebitamento, in particolare nei paesi anglosassoni; esso si era nel tempo  sostituito ad una non adeguata crescita delle risorse proprie delle famiglie, in relazione alla perdita di peso della quota dei salari rispetto a quella dei  profitti nella distribuzione della ricchezza prodotta e, in generale, al fatto che i frutti della globalizzazione e dell'innovazione tecnologica erano andati per la gran parte a finire, nell'ultimo periodo,  nelle mani di una ristretta oligarchia.

Tale crescita nei livelli di indebitamento era comunque sostenuta, persino con entusiasmo, da un settore finanziario non soggetto a norme e controlli di sorta, in relazione anche ad un'ideologia e ad una pratica neoliberista che hanno preso progressivamente piede dovunque, contribuendo, tra l'altro, anche  a relegare in soffitta il ruolo dell'intervento pubblico. Il settore finanziario ha così approfittato della situazione per darsi ad eccessi di speculazione che hanno raggiunto livelli raramente visti anche nel lontano passato. Le risorse per finanziare il tutto sono poi venute in gran parte dalle economie asiatiche, in relazione all'esistenza di un grande squilibrio commerciale tra tale area e quella statunitense ed europea; i frutti del surplus commerciale sono stati così riciclati e in gran parte trasformati in prestiti al settore pubblico ed a quello privato occidentali.

Nessuno appare in grado oggi di determinare con un certo grado di approssimazione gli sviluppi futuri e la durata della crisi. Si va da chi dice che essa durerà ancora pochi mesi a chi invece vede nelle presenti difficoltà delinearsi la fine stessa del sistema capitalistico. Dall'analisi sin qui ricordata emergerebbe che le difficoltà dell'economia potrebbero durare a lungo e che, anche se le politiche pubbliche cercheranno in tutti i modi di superare i problemi, nel caso migliore i prossimi anni saranno caratterizzati, almeno in occidente, da tassi di crescita molto ridotti, nonché da rilevanti livelli di disoccupazione e di sottoccupazione.

I possibili rimedi sembrano dover comunque consistere nel portare avanti programmi di intervento pubblico contemporaneamente in diverse direzioni.
Intanto, si tratta di cercare di salvare un sistema finanziario sostanzialmente compromesso, in particolare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, oltre che in certo numero di paesi minori, dall'Islanda al Kazakhstan; tale  manovra è in atto attraverso sia iniezioni di liquidità che di capitali freschi, che infine di garanzie sui depositi degli investitori, da parte dell'operatore pubblico e, per i piccoli paesi, anche  da parte del Fondo Monetario Internazionale, organismo  in via di rianimazione recente sostanzialmente con questo scopo. Le risorse messe in campo a questo proposito appaiono ingenti, in particolare negli Stati Uniti, anche se non mancano errori anche gravi di impostazione e sprechi di denaro.

Si tratta poi, comunque, di ridisegnare un nuovo sistema di regole e di controlli sia sul sistema bancario e finanziario all'interno dei vari paesi che a livello mondiale, per evitare che venga tenuto in piedi questo sistema di "finanza-casinò", come lo chiamava lo stesso Keynes.
Sul primo fronte, per la verità, non si è ancora fatto molto, sia perchè troppo occupati delle azioni necessarie a spegnere l'incendio, sia forse per l'operare di forze che cercano  di evitare che si cambino adeguatamente le cose, sia infine per le remore ideologiche ancora presenti sul campo.
Per quanto riguarda la seconda area di intervento, bisogna come minimo arrivare a ridisegnare il ruolo, i poteri e le regole del gioco all'interno degli organismi finanziari internazionali, a mettere in campo delle autorità sovranazionali di supervisione dei flussi e delle istituzioni finanziarie, salvaguardando in particolare gli interessi dei paesi più poveri, a ridisegnare un nuovo sistema di scambi internazionali e di regole sul fronte monetario,  che portino ad un riequilibrio almeno parziale degli scambi mondiali e alla fine del dollaro come sola moneta di riserva. Questi necessari mutamenti si scontrano però con gli interessi dei paesi ricchi e degli Stati Uniti in particolare.

Lo stesso problema si pone in maniera acuta anche per quanto riguarda l'ultimo fronte di intervento, quello che non riguarda la finanza, ma l'economia reale. Anche su questo punto si possono individuare due temi specifici, quello della ripresa delle diverse economie nazionali e quello della necessità di porre in essere un nuovo ordine economico mondiale.
Per quanto riguarda il primo tema, si pone in particolare l'esigenza di   individuare un qualche nuovo campo di azione che faccia ripartire il meccanismo di sviluppo, quali in passato sono stati prima il settore dell'information technology e successivamente, insieme e per molti aspetti,  quello finanziario e quello immobiliare, cercando peraltro di evitare l'innesco di una nuova bolla; si può dire, senza esagerare, che lo sviluppo degli Stati Uniti e quello della Gran Bretagna è andato avanti, nell'ultimo periodo, sostanzialmente per bolle successive.
Nei piani di Obama questi nuovi settori sembrano dover essere costituiti da un vasto programma di lavori pubblici, dall'impegno sul fronte della banda larga per la trasmissioni di informazioni   e da massicci investimenti nel comparto delle energie rinnovabili e dei risparmi energetici. Non molto dissimili sembrano i programmi cinesi, sia pure con alcune specificità derivanti dalla differente situazione economica, sociale, politica, dei due paesi. Peraltro, prima che tali programmi decollino e comincino ad esplicare i loro effetti passerà almeno un po' di tempo. Non sembra che, in alternativa, o come via complementare, si potrebbe pensare per gli Stati Uniti ad altre cose, come ad esempio ad una crescita delle esportazioni, vista la situazione dell'industria del paese e quella della domanda mondiale.

Si pone peraltro, per quanto riguarda almeno il caso degli Stati Uniti, il problema del finanziamento di tali programmi, con il correlato rischio dell'innesco di un alto livello di inflazione e di una possibile fuga dal dollaro. Ci si trova in effetti di fronte a due alternative ambedue molto rischiose. Da una  parte quella di non intervenire, il che vorrebbe probabilmente dire spingere l'economia verso il precipizio, dall'altra, invece, quella di intervenire, come si sta facendo, in maniera massiccia, con i rischi sopra citati.

In ogni caso, non c'è da sperare molto, in alternativa, dai programmi europei o da quelli giapponesi, molto più ridotti. La salvezza, se mai ci sarà, potrà venire soltanto, stante la situazione, dagli  Stati Uniti e, in misura forse più ridotta, dalla Cina, paese quest'ultimo che pure mostra qualche esitazione nell'intervenire sul problema con tutte le forze di cui dispone.

Un altro problema che si pone riguarda chi esattamente riceverà alla fine gli aiuti annunciati negli Stati Uniti, se essi andranno cioè ai possessori di alti redditi o invece, come appare necessario, a chi potrà spendere i soldi rapidamente ed interamente, ai governi a livello statale e locale, oggi in crisi di liquidità, nonché ai disoccupati, alle famiglie a reddito basso e medio-basso. Parallelamente, ci si può domandare chi pagherà per il disastro in atto, con il rischio che comunque i costi degli interventi verranno in qualche modo scaricati in gran parte sulle classi più deboli della società.
A livello invece di piani globali, da una parte si manifesta, come per il fronte più strettamente finanziario, la necessità di mettere in campo un coordinamento stringente tra i progetti dei vari paesi e delle istituzioni finanziarie, dall'altra di disegnare un nuovo sistema di potere e dei nuovi obiettivi di crescita economica e sociale del mondo, cui peraltro potenti forze si oppongono in occidente. La riunione del novembre 2008 del G-20 non ha posto, da questo punto di vista, grandi premesse per una sostanziale trasformazione delle cose, anche se ha aperto qualche debole spiraglio in tale direzione.

La crisi in atto, alla fine, può aprire il campo ad una depressione di lungo termine dell'economia o, invece, attraverso degli opportuni processi di trasformazione della struttura di governo mondiale, diventare invece il punto di partenza si un nuovo e più equilibrato modello di sviluppo.
In tale quadro di difficoltà e di complicate prospettive di ripresa, particolarmente grave appare la situazione italiana, che - rispetto a quella di  altri paesi - presenta dei problemi supplementari: da una parte, certamente, un livello del debito pubblico che è il più alto tra quelli dei paesi occidentali, dall'altra, una situazione dell'economia che appare nella sostanza stagnante già da molti anni, ben prima dello scoppio della crisi, con una rilevante carenza di prospettive, infine un governo sostanzialmente incapace di affrontare in qualche modo la situazione; va inoltre sottolineata, sullo sfondo, una grave crisi civile e morale complessiva del paese.

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