01 ottobre 2009
La crisi globale, si dice, potrebbe essere entrata nella fase di remissione ma per qualcuno la prospettiva di un recupero significativo resta molto lontana. E’ il caso dell’Ucraina, schiacciata dal debito estero, sfiduciata dalle agenzie di rating e non del tutto protetta dagli interventi del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Mentre una delle sue principali compagnie pubbliche, Naftogaz, deve fronteggiare un debito da 1,6 miliardi di dollari contratto con i finanziatori stranieri per sostenere l’acquisto del gas russo, il Paese continua a trovarsi in condizioni fortemente critiche. Se è vero, notano gli analisti di RGE Monitor, che il debito estero totale (103 miliardi di dollari) è diminuito dell’1,5% su base trimestrale nell’ultimo quarto del 2008 e l’ammontare dovuto ai privati (80 miliardi) si è ridotto del 7,2% nel medesimo periodo, è altrettanto vero che tale riduzione non fa altro che identificare un’ormai cronica incapacità di attrarre capitale estero per ridare ossigeno agli investimenti e tamponare i conti pubblici. E non sono solo gli investitori privati a manifestare sfiducia. Il FMI non ha ancora sbloccato la seconda tranche del prestito promesso lamentando l’assenza delle riforme bancarie e del programma di risanamento di bilancio richiesto. Nel corso del 2009, ricorda ancora RGE, l’Ucraina ha programmato un rastrellamento di capitali esteri da 700 milioni di dollari preparandosi, però, ad affrontarne i costi sottoforma di alti interessi. A Febbraio Standard & Poor’s ha declassato il rating del Paese al livello CCC+, il più basso d’Europa. Gli interessi dei derivati assicurativi sul debito nazionale (Credit Default Swaps) sono saliti a 3.400 punti base (servono 3,4 milioni di dollari per assicurarne 10).
Di fronte a questa situazione, è bene ricordarlo, non è solo il governo di Kiev. Un fallimento del Paese, ha ricordato Business Week, metterebbe nei guai le banche occidentali più esposte nei crediti con l’Ucraina. A rischiare maggiormente, precisano gli analisti, sarebbero soprattutto gli istituti di Austria, Germania, Svezia, Francia e Italia. Si stima che l’esposizione complessiva delle suddette ammonti a 30 miliardi di euro.




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