| USA: ISM MANIFATTURA AGOSTO BALZA A 52,9 E SUPERA PREVISIONI (ANSA) - ROMA, 1 SET - L'indice dei direttori acquisti calcolato dall'istituto Ism, relativo all'attivita' manifatturiera negli Usa, ad agosto e' balzato a 52,9 punti. Le previsioni indicavano un rialzo a 50,5 da 48,9 di luglio. La soglia dei 50 punti divide l'espansione dell'attivita' dalla contrazione. (ANSA). USA: SPESA EDILIZIA, A LUGLIO -0,2%, PEGGIO DEL PREVISTO (ANSA) - ROMA, 1 SET - La spesa edilizia negli Usa, a luglio, ha segnato un calo dello 0,2% contro previsioni per un andamento invariato. Lo scrive la Bloomberg. (ANSA). |
01/09/09
DATI USA
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SPAGNA: CRISI QUINTUPLICA IN UN ANNO DEFICIT STATO
(ANSA) - MADRID, 1 SET - La forte crisi economica che sta colpendo la Spagna ha fatto si' che il deficit dello stato registrato fino a luglio abbia raggiunto i 49,7 miliardi di euro, una cifra cinque volte superiore ai 9,9 miliardi registrati nello stesso periodo dell'anno precedente, secondo i dati resi pubblici dal ministero dell'economia. Il deficit corrisponde ora al 4,69% del Pil.. Secondo il ministero, 25 miliardi sono stati spesi dallo stato per contrastare la recessione tramite fra l'altro incentivi fiscali, anticipo di liquidita', assegni disoccupazione, aiuti diretti. La situazione economica ha provocato inoltre un calo del 16,9% delle entrate dello stato. (ANSA). |
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«what the Italians call furbo»
Maurizio Blondet La lotta è serrata per aggiudicare il posto lasciato libero dall'uscente Trichet. Draghi (sostenuto dai francesi, ma attirato dagli splendori delle poltrone italiote) e l'attuale capo della BundesBank Axel Weber, sono i due maggiori aspiranti al trono. Ma il prossimo scontro a livello di banche centrali sarà fra deflazionisti e inflazionisti. Se prevarranno i secondi - gli Usurai - che alla BCE stia l'uomo Goldman o Weber, non farà alcuna differenza. Chi candida Draghi alla BCE
http://www.effedieffe.com/content/view/8211/179/ | ||||||||||
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Tobin e le mele verdi
Eppure nella crisi qualcosa si sta muovendo, almeno per quanto riguarda la visione ideologica della finanza; il muro del denaro mostra ormai almeno qualche crepa, sotto forma di due pentiti illustri, trascurando invece le dichiarazioni relativamente recenti di Greenspan, che ci sembra un pentito perlomeno sospetto. Adesso è la volta di Lord Turner, presidente della Financial Services Authority (FSA), l'organismo pubblico che in Gran Bretagna è incaricato della supervisione del settore finanziario. La FSA era stata sotto il fuoco dei critici pochi giorni prima per avere reso molto più morbido un suo precedente documento, piuttosto deciso, pubblicato nel mese di marzo e in cui si fissavano delle nuove regole per restringere e regolamentare i bonus riconosciuti ai manager e ai trader bancari. Ora Lord Turner sembra avere cambiato orientamento e ha dichiarato, tra l'altro, che il settore finanziario è diventato troppo grande per la società – le sue dimensioni, egli ha affermato, sono cresciute sino ad un livello che va al di là di quanto è socialmente accettabile- ed esso è ormai un fattore destabilizzante per l'economia britannica. In particolare Lord Turner appare preoccupato del ritorno al business as usual nel settore bancario, arrivando a suggerire che possano essere necessarie nuove tasse per ridurre gli eccessivi profitti e le paghe troppo elevate del settore. E suggerisce nuove tasse sulle transazioni finanziarie e rispolvera anche il progetto di una Tobin tax. Bisogna ricordare a questo proposito che Tobin, economista statunitense, ha avanzato per la prima volta la sua proposta nel 1972, appena dopo la caduta del sistema di Bretton Woods. Lo schema avrebbe dovuto funzionare in un modo molto semplice: avrebbe dovuto essere varata una tassa sulle transazioni relative ai cambi, per aiutare i governi nazionali ad impedire che le loro economie si ritrovassero alla mercé degli speculatori, preservando e promuovendo l'autonomia delle politiche monetarie e macroeconomiche dei singoli paesi. Di recente alcune organizzazioni non governative hanno calcolato che una tassa con un'aliquota dello 0,005% sulle transazioni in cambi a livello mondiale raccoglierebbe ogni anno tra i 30 e i 60 miliardi di dollari. Il fatto che Lord Turner abbia colto nel segno è dimostrato, tra l'altro, dalle rabbiose reazioni che le sue proposte hanno suscitato nei soggetti interessati, dall'associazione dei banchieri britannici, a quella degli assicuratori del paese, a quella Financial Service Rountable statunitense, sino al sindaco di Londra, conservatore. Invece una coalizione di organizzazioni non governative ha approfittato delle dichiarazioni del responsabile britannico per avviare una forte campagna con l'obiettivo di spingere i paesi del G-20, nella loro prossima riunione, ad introdurre tale tassa sui cambi. I proventi di tale tassa dovrebbero essere utilizzati per sostenere i paesi poveri. Come ci informa un articolo del Guardian del 27 agosto opera a Londra un operatore in cambi, la Ethical Currency. Dalla fine di agosto la società, fondata da parecchio tempo, è diventata il primo operatore finanziario del mondo a prelevare volontariamente una commissione dello 0,005% su ogni operazione in cambi. Tali somme saranno poi indirizzate verso il Global Fund, un'organizzazione fondata da parecchio tempo, di nuovo, come nel caso dei prelievi sui biglietti aerei, per combattere l'Aids, la tubercolosi e la malaria. Il Global Fund,con la crisi, sta avendo parecchie difficoltà a portare avanti i suoi obiettivi e il soccorso che ora dovrebbe arrivare dalla società di cambio potrebbe essere prezioso. Tra l'altro, i dirigenti della Ethical Currency vogliono dimostrare come anche applicando tale tassa il loro business possa continuare a fiorire e come anche dal punto di vista operativo non esistano grandi difficoltà per applicarla, anche dal momento che ormai tutte le transazioni su cambi si svolgono per via elettronica e che una parte molto consistente di tali operazioni passano per Londra. Speriamo che il numero dei pentiti, dopo i casi di J. Welch e di Lord Turner, cresca considerevolmente nelle prossime settimane. Pubblicato Tuesday, 1 September 2009 | RSS 2.0 | |
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Test 2
Questo l’ho scritto copiando e incollando da Word
E non dovrebbe funzionare
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test 1
e dovrebbe funzionare
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ANDREA PUNTA IL CANNOCCHIALE SULLA CINA!!!
DRAGHI DI CARTA! Ormai chiunque abbia solcato gli oceani finanziari ed economici in compagnia di Icebergfinanza in questi mesi, sa che la nostra stella polare è la storia, una storia che non si ripete secondo alcuni, ma che spesso si diverte a fare rima. Mark Twain amava ricordare che la gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione. Io ribadisco che le mie analisi e le mie sensazioni propendono sempre più per un recupero esclusivamente statistico dell'economia, un'economia che guarda sempre più ai paesi asitici ed in particolare alla Cina. " China today is where Japan was in the late '80s, except with the greater political instability that comes with a semi-controlled economy and the lack of a social safety net (read: jobless, hungry people don't write angry letters, they riot)…Today China projects to the world a similar image as Japan did in the 1980s… (seekingalpha) Certo, perchè no, oggi la Cina assomiglia al Giappone della fine anni '80, eccetto una grande istabilità politica che proviene da un semi controllato sistema economico e dalla mancanza di una rete di protezione sociale. Oggi agli occhi del mondo, la Cina appare un po come l'immagine del Giappone degli anni '80. Ultimamente la Cina ci ha impressionato con la sua crescita, ma la sua struttura economica, non è superiore a quella occidentale, i cinesi possono "manovrare" i numeri del PIL e controllare la loro economia in modo più efficace attraverso il prestito forzato e la spesa. Nei primi 6 mesi del 2009 le banche hanno erogato finanziamenti per oltre 1000 miliardi di dollari Usa. Pare che buona parte della somma sia stata usata per pure operazioni speculative. Ora Pechino sembra voler porre un limite al fenomeno. I possibili contraccolpi.. Shanghai (AsiaNews/Agenzie) – La Cina vuole diminuire l'erogazione di finanziamenti che le banche hanno concesso con larghezza negli ultimi mesi. Esperti osservano che la gran mole di prestiti rischia di aver creato una bolla speculativa e discutono le possibili conseguenze sull'economia. Stime ufficiali indicano che le banche hanno concesso finanziamenti eccedenti i 1000 miliardi di dollari nei primi 6 mesi del 2009. Questo flusso continuo di liquidità ha certo aiutato l'economia in crisi, ma è sempre più pressante la domanda su quale parte di questi finanziamenti rischi di non essere recuperabile e quali possano essere le conseguenze per le banche. Secondo fonti dell'agenzia Bloomberg, il 19 agosto la China Banking Regulatory Commission ha informato le banche che sono all'esame nuove regole, che richiederanno loro di dedurre tutti i pacchetti di debiti subordinati e ibridi ceduti da altri enti finanziatori a partire dal loro patrimonio supplementare. Queste regole vogliono consentire di verificare se le banche rispettano il prescritto rapporto tra capitale effettivo e prestiti erogati. Come risultato, esperti ritengono che parecchi istituti di credito dovranno diminuire il flusso dei prestiti. Le banche hanno tempo solo fino al 25 agosto per le loro deduzioni. Le banche cinesi nel 2009 hanno già operato cessioni di crediti, garantiti da terzi, per 236,7 miliardi di yuan (circa 23,6 miliardi di euro), 3 volte di più che nell'intero 2008. Le autorità di controllo stimano che una buona metà di questi titoli siano crediti incrociati, garantiti dalle stesse banche che li scambiano tra loro e che così creano una parvenza di ricchezza in realtà esistente solo sulla carta. Pare che Pechino voglia limitare l'utilizzo di questo espediente adoperato dalle banche per aumentare in modo artificioso la loro ricchezza e, quindi, l'entità dei finanziamenti erogabili. Come conseguenza, si prevede che molte banche cinesi dovranno reperire nuovo capitale o, con più probabilità, ridurre l'utilizzo di questi crediti incrociati, magari operando compensazioni reciproche. Secondo Wei Jianing, vicedirettore del Centro Ricerca e sviluppo del Consiglio di Stato, citato dal China Business News, già nei primi 5 mesi del 2009 circa 1160 miliardi di yuan dei finanziamenti così erogati sono stati impiegati nell'acquisto di azioni. Ovvero in un puro fenomeno speculativo, del tutto avulso dalle ragioni del finanziamento e peraltro comportante un alto rischio, collegato alla volatilità del mercato azionario. Questo flusso di liquidità ha fatto crescere il valore della borsa di Shanghai di circa il doppio dal gennaio al 4 agosto 2009, dopo che nel 2008 era diminuita del 65%. Ma dal 4 al 19 agosto Shanghai ha perso il 19,8%, prima di recuperare oltre il 5% tra ieri e oggi (+1,7% oggi). Esperti osservano che si è così creata una vera bolla speculativa, molto vulnerabile perché in parte fondata su investimenti volatili e poco prevedibili come il mercato azionario. Essi si interrogano riguardo all'effettività dell'affermata ripresa dell'economia cinese (+7,9% nel secondo trimestre 2009, secondi i dati ufficiali). Alcuni osservano che le esportazioni cinesi hanno avuto una ripresa parziale verso gli altri Paesi asiatici, ma rimangono a bassi livelli verso Stati Uniti ed Europa, e che i consumi interni non mostrano grandi incrementi, mentre il recente aumento dei prezzi di petrolio e metalli non può che avere effetti negativi sulla produzione. Da ciò si ipotizza che tale ripresa sia in buona parte esito della massiccia liquidità immessa nel mercato, che, tuttavia, deve sfociare in una reale maggiore produzione, per essere proficua. Viene pure rilevato che gli investimenti fissi esteri hanno avuto, invece, una progressiva contrazione durante l'intero 2009. ( ASIANEWS ) Tuttavia questi vantaggi di breve termine, richiederanno un prezzo a lungo termine. Ora non vorrei anticipare la parte del mio libro dedicata all'ormai leggendario decennio perduto, ma tra le righe riconoscerete senza ombra di dubbio la "sinistra similitudine" tra la grande bolla cinese e quella giapponese. Inutile che vi ricordi il significato della parola "jusen" sorella gemella della parola "subprime", ma ogni giorno che passa guardo alla Cina e mi interrogo su quella che sarà la terza parola magica della grande bolla immobiliare cinese. Negli ultimi giorni, violenti sciami sismici riportano alla realtà la grande speculazione giapponese, stendendo ombre inquitanti anche su mercati occidentali. " Nella primavera del 1984 le autorità giapponesi consentirono alle banche straniere di operare sulle obbligazioni pubbliche giapponesi e di entrare nel settore del credito bancario. Contemporaneamente furono rimossi i controlli sugli scambi azionari stranieri. (…) Queste riforme ebbero l'effetto di riempire rapidamente i mercati di capitali giapponesi con i detriti della rivoluzione finanziaria. Anche i derivati finanziari arrivarono a Tokyo con l'apertura del mercato dei future sulle obbligazioni giapponesi e le azioni. " ( Edward Chancellor ) Fu cosi che, all'improvviso, il Giappone conobbe l'onda speculativa che ogni innovazione porta con se, zaitech, questo era il nome della nuova ingegneria finanziaria. Parallelamente all'ingegneria finanziaria, non poteva non svilupparsi anche una sorta di gigantesca bolla dei terreni e nell'immobiliare.....
Ebbene mi fermo qui perchè da qualche giorno continuano a fischiarmi le orecchie, si è la brezza della Storia che ritorna implacabile, anche se la Cina oggi è un pò come la terra della nebbia eterna, chi sa quale è in realtà, la situazione reale del paese.
Certo è quella che ci raccontano le statistiche, quelle che gli astemi utilizzano per illuminazione, lucciole per lanterne, ma come dice il nostro amico Gianluca Bocchi..... ....in parole semplici non credo che si possa analizzare questa crisi usando gli stessi parametri del recente passato, nè utilizzando quali fonti informative e formative la televisione o le dichiarazioni dei politici. Dobbiamo provare a spremere i nostri cervelli. Gianluca ha perfettamente ragione, dobbiamo far lavorare la nostra consapevolezza, al di la dell'acquario che ci tiene prigionieri, per esplorare nuovi orizzonti, per cercare di comprendere la realtà anche se è diversa da quella che è la nostra effettiva percezione. Provate a dare un'occhiata alla creatività contabile cinese espressa in Chinas-artificial-growth-is-creating-an-energy-and-industrial-stock-bubble-2009. Gianluca inoltre ci ha segnalato questo post apparso alcuni giorni fa su REPUBBLICA, La Cina scopre la disoccupazione venti milioni tornano nelle campagne, un'analisi dal corrispondente a Pechino, Giampaolo Visetti, uno che si è sempre " scottato " le mani per scendere negli inferni globali, un uomo che .... ...... possiede un registro unico, fedele alla sua visione del mondo in cui le persone violate, gli sconfitti e gli emarginati sono i soli che «possono avvicinarci alla verità»: dal bambino allevato dai cani nella sconfinata periferia moscovita, ai morti e ai sopravvissuti all'assalto alla scuola di Beslan, dalla famiglia che ha deciso di tornare a vivere a Chernobyl, alla cuoca sudafricana vittima del «nuovo apartheid», fino al popolo inuit che si sta lasciando morire tra i ghiacci. Storie di questo nostro mondo, storie di persone che non hanno mai ricevuto una carezza. PECHINO - Il primo a vedere la fessura nella diga occupazionale cinese è stato Jin Jiangbo. Ha 36 anni. Non è un economista. Fa il fotografo. Un anno fa, quando ancora Pechino macinava record produttivi, è sceso lungo il delta del fiume delle Perle. Nel Guadong, epicentro mondiale delle esportazioni, ha ripreso fabbriche chiuse, dormitori vuoti, capannoni abbandonati. Un deserto sconosciuto, che lui stesso non capiva. Le sue immagini, all'inizio, sono state censurate. Un anno dopo, ora che la crisi dell'Occidente è maturata anche ad Oriente, quegli scatti profetici sono diventati il simbolo della Cina. Il Paese che produce tutto, a sessant'anni dalla rivoluzione comunista, è minato dalla prima, grande crisi del suo capitalismo. Un esercito di nuovi disoccupati, in fuga dalle città costiere dove stanno chiudendo fino a sette aziende su dieci, torna nei villaggi contadini lasciati negli ultimi vent'anni. Per la terza economia del mondo, che ha appena annunciato il prossimo sorpasso sul Giappone, è uno choc. Oltre venti milioni di ex contadini, emigrati e trasformati in operai, rientrano in famiglia. Il controesodo dei nuovi disoccupati, vittime del più impressionante boom industriale della storia, cambia anche il profilo del paesaggio. Si spopolano, e cadono in rovina, avveniristiche e sconfinate periferie urbane, appena costruite. Le campagne antiche dell'interno, rimaste prive di servizi, popolate di vecchi, scoppiano e si gonfiano di baracche. I dati ufficiali fissano la disoccupazione al 4,1%. Gli esperti spostano però il livello reale poco sotto il 20. Dietro il cortocircuito cinese, la recessione in America ed Europa. Le esportazioni, a luglio, sono calate del 22,9%. Le importazioni segnano un meno 14,9%. Migliaia di aziende dipendono dall'export fino all'80%. Su 6 milioni di nuovi laureati, 3 milioni sono senza lavoro. I 586 miliardi stanziati dal governo sostengono credito e investimenti. Non bastano però per arrestare i licenziamenti. Nelle fabbriche, in questi giorni, si attendevano gli ordini per i regali di Natale di tutto il mondo. L'ultima spiaggia del 2009: giocattoli, hi-tech, moda. Invece niente. Il consumatore globale aspetta e l'ex coltivatore di riso cinese, che nel frattempo ha ceduto la sua terra, perde il posto. Gli specialisti di flussi migratori si dicono certi: nel sudest asiatico, ma anche in Europa e Africa, con l'autunno la Cina non spedirà merce, ma nuovamente braccia. Nessuno, tra Shanghai e Shenzhen, era preparato a contrastare i tagli delle imprese, privatizzate per il 95% in trent'anni. Le conseguenze sono drammatiche. Milioni di persone, che hanno perso tutto, coprono due o tremila chilometri per rientrare, da sconfitti, in irriconoscibili luoghi d'origine. Nelle fabbriche la tensione sale. Senza straordinari, la paga crolla da 250 a 40 euro al mese. Gli operai non riescono più a spedire soldi a casa, o a pagare gli studi ai figli. Gli anziani, privi di pensione e assistenza medica, perdono la sola fonte per la sussistenza. Entro il 2030, secondo le proiezioni, 320 milioni di ultra sessantacinquenni faranno saltare il nascente welfare made in China. Chiamata dagli Usa a "salvare il mondo", questa nuova Cina dominante inizia così a temere di non riuscire a salvare nemmeno se stessa. Centinaia di sommosse, sfociate in conflitti e omicidi, hanno sconvolto nelle ultime settimane la vita delle aziende. I manager, che fino all'ultimo tacciono fallimenti o fusioni, scelgono la notte per scappare. Per conservare il posto, o per ottenerne uno, i lavoratori sono costretti a pagare i dirigenti che restano. Le assunzioni, ha rivelato ieri il governativo China Daily preannunciando arresti, finiscono anche all'asta per 10 mila yuan. In alcuni casi le imprese chiedono "anticipi retributivi" ai dipendenti, con la promessa di restituirli entro quattro anni. Nelle università, comprese quelle di Pechino, migliaia di laureandi fingono di essere stati assunti per poter discutere la tesi e non essere retrocessi in atenei di provincia. L'ordine del governo è perentorio: le previsioni occupazionali, assai ottimistiche, devono avverarsi. Tra allievi e professori, da gennaio, si registra un boom di suicidi. Liu Wei, laureanda in informatica nello Hebei, ha lasciato un diario. La sua testimonianza, diffusa in internet, è diventata lo specchio del dramma nascosto dalle autorità. "Mi vergogno - si legge - perché i miei hanno fatto grandi sacrifici per non ridurmi a seguire la loro fine. Ora non possono più pagare la mia retta e io non troverò un lavoro per mantenerli". Si è uccisa per 70 euro al mese. Milioni di falsi contratti sarebbero stati scritti con la complicità dei dirigenti comunisti di numerose province. Secondo il partito centrale, la crescita cinese resta all'8%, la produzione industriale di luglio segna un più 11% e l'occupazione nel primo semestre 2009 avrebbe segnato un più 0,13%. Nessuno si fida più di nessuno. La popolazione assiste infatti alla rotta di quella che stava diventando la classe media e al ritorno nel Medioevo agricolo della metropolitanizzata "generazione Ikea". "Non sorprende - dice il Tao Li, docente alla School of Business di Shenzhen - che i dati ufficiali sulla disoccupazione siano ampiamente sottovalutati.. Chi perde il lavoro si registra solo per ottenere sussidi pubblici. Ma questi sono limitati, o soggetti a corruzione e clientele politiche. I disoccupati-fantasma sono l'effetto della nuova sfiducia interna cinese". L'incertezza taciuta, del resto, è chiara. Milioni di cause per insolvenza assediano i tribunali. Le banche faticano a recuperare i crediti per immobili e arredi a basso costo. I venti milioni di "nuovi disoccupati cinesi made in Usa" si sommano ai 140 milioni di migranti che lavorano spostandosi di provincia in provincia. Il consumo di energia industriale, in sei mesi, è diminuito del 48%. Anche nella capitale la spesa alimentare, da gennaio, è stata tagliata del 32%. Lo stesso Global Times, voce indiretta del partito comunista, ha riferito ieri che la gente ha reagito "con ironia" alla notizia che i salari urbani sarebbero cresciuti del 13%, fino a 2142 dollari al mese. Alti funzionari pubblici, coperti dall'anonimato, riferiscono di un governo "in forte fibrillazione". Le ondate di disoccupati, per la prima volta, scuotono il potere. Da settimane seminano insoddisfazione e rabbia nella pancia della nazione. Alla vigilia del sessantesimo anniversario dalla rivoluzione di Mao, il primo ottobre, Pechino teme che le sommosse davanti ai cancelli chiusi si saldino con le rivolte etniche finora represse nel sangue. I nuovi disoccupati dello Guangdong, fanno però più paura di uiguri e tibetani. Gli "incidenti di massa", in un anno, sono stati oltre 80 mila. Da minoranza, gli ex operai possono infatti diventare maggioranza e incrinare il trionfante nazionalismo capitalista degli han. Con i colletti bianchi rispediti nei campi, gli intellettuali appesi a "rimborsi spese" a termine, i braccianti affamati dal crollo dei prezzi e i separatisti sempre più infiltrati dall'integralismo religioso, possono formare un blocco sociale difficile da contrastare. "E' il lavoro - dice Shi Xiao, direttore dell'Osservatorio sociale di Shanghai - il vero nervo scoperto di questo potere. Ha puntato tutto sul denaro, facendo dimenticare al Paese i suoi diritti. Se fallisce sull'occupazione, il partito potrebbe presto sentirsi rivolgere domande sulla democrazia". Preoccupato da ogni forma di contestazione, il generale Meng Guoping ha annunciato un piano per "gestire in modo più efficace sommosse, emergenze e scontri etnici". E' il primo, a 82 anni dalla fondazione dell'Armata popolare di liberazione. "Viene presentato come lotta al terrorismo - dice l'economista Eric Fishwick - ma la cerchia del presidente Hu Jintao pensa a come gestire i milioni di cinesi che stanno perdendo tutto". Pechino sa che "il futuro è incerto" e che l'economia finanziaria è sfuggita anche dalle sue mani. Per ordine dell'Ufficio nazionale delle statistiche, garante estremo della crescita cinese, si rifugia così nella tradizione poetica. "Sono fiero di essere un mattone nell'edificio occupazionale della repubblica", ha scritto ieri Guo Zhenglan, licenziato di Changping, aderendo alla "campagna di Stato per il lavoro". L'ha superato Yan Qiao, che fino a giugno costruiva sfere con la neve finta per il mercato europeo. "Grazie alla statistica - ha dichiarato - posso riordinare le mie stelle nel cielo della fabbrica". Certo grazie alla statistica, milioni di esseri umani stanno raccogliendo migliaia di stelle, nelle stalle della loro realtà, nel cielo della loro sofferenza, grazie alla statistica e a magici numeri del PIL avremo la nuova crescita infinita, che tanto amiamo ricordare tra le pagine dei giornali e nelle notizie del piccolo, grande schermo. Si speculazione, il branco selvaggio del capitalismo odierno, quelli che stanno sempre sotto gli elicotteri delle banche centrali, quelli che fanno girare la loro economia, speculazione giapponese ieri, americana oggi e chissà cinese domani, un denominatore comune che la storia continua a sussurrare in una nemesi infinita. Il 20 maggio Fitch si domandava in un report se non fosse strano questa accelerazione della speculazione legata al credito facile esponenziale, mentre i profitti delle imprese cinesi si stanno restringendo. Ecco in anteprima un passo del mio libro..... Sembra, che più della metà dei profitti delle maggiori imprese giapponesi, derivasse dalla speculazione, mentre i profitti delle attività produttive stavano calando; una sorta di economia cattiva che scaccia quella buona. ....di solito sostiene Fitch, la caduta dei profitti è associata ad una sorta di rarefazione del credito, ma in Cina evidentemente avviene il contrario. No nessuna sorpresa, ciò avvenne anche in Giappone e alcune migliaia di mutuatari faranno fatica a ripagare i loro debiti. La tabella qui sotto riporta la realtà cinese......non credo vi sia bisogno di riportare quella giapponese e americana, ormai le abbiamo viste mille volte insieme.
"Examining, first, the track of Chinese bank lending and, second, the trend in Chinese nonperforming loans, the seasoned reader will remember … Drexel Burnham Lambert. Nella seconda metà degli anni '80, il mercato americano dei junk bond, titoli spazzatura combinò un crescita esponenziale esplosiva con un tasso di default pressoche disattivato. The secret, fully revealed during the subsequent bear market, was that the default rates were a direct product of the issuance rates.. Il segreto pienamente rivelato nel corso del successivo mercato orso è che i tassi di default sono la diretta conseguenza dei tassi di emissione. Come ricorda Katsenelson, sin dal 2005 la Cina ha generato il 73 % della crescita mondiale del petrolio e il 77 % della crescita di consumo del carbone, il propulsore principe della crescita mondiale, basato in via quasi esclusiva sul debito e quindi insostenibile, nessuno a visto all'orizzonte l'uragano della Lost Decade, nessuno ha scorto l'uragano della Grande Recessione americana, chissà se qualcuno riuscirà ad intravvedere quello cinese, forse il più colossale di tutti. La "filosofia" di Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale! Per sostenere ICEBERGFINANZA clicca qui sotto Non solo e sempre economia e finanza, ma anche alternative reali da scoprire e ricercare insieme cliccando qui sotto in ........... Postato da: icebergfinanza a settembre 01, 2009 01:40 | link | commenti (6) |
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Il mercato azionario è troppo ottimista?
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Nelle mani di Pechino il futuro del dollaro e dell’economia mondiale
Fonte: Les Amis d'Alain de Benoist [scheda fonte] Vari economisti vedono tra le Edouard Husson e Norman
Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it |
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Mercati del credito, 31 Agosto 2009 – chiusi per ferie, la Cina non è più vicina.
Il mercato del credito è ufficialmente chiuso, a causa della festività londinese. I rarefatti scambi che continuano ad avvenire vedono più venditori che compratori. Notevole la reazione, ancora composta, delle Borse europee ed americane alla continuazione del tracollo cinese, a cui abbiamo già accennato.
Il grafico seguente chiarisce l'estremo peggioramento relativo delle quotazioni del listino cinese di Shenzen rispetto alle maggiori piazze mondiali. Le prospettive di una veloce ripresa economica si stanno scontrando con le aspre realtà di un rally di Borsa generato soprattutto dall'eccesso di liquidità nel sistema e non dall'eccesso di fiducia di consumatori ed investitori.
http://macromonitor.net/2009/08/31/mercati-del-credito-31-agosto-2009-chiusi-per-ferie/ |
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IDEE/ Tremonti, Draghi e il pericolo del “gattopardo”
| martedì 1 settembre 2009 Ha ragione il ministro per l'Economia, Giulio Tremonti, quando spiega che la grande crisi finanziaria e la successiva depressione economica hanno svelato un nuovo mondo. Che non è più quello del 1900. Non solo per il contesto storico, ma anche per i paradigmi e le ideologie che hanno guidato i rapporti tra gli Stati e tra le persone del cosiddetto "secolo breve". La crisi ha messo a nudo il "re ideologico", le grandi schematizzazioni che servivano a razionalizzare i problemi quando non si ricorreva alla barbarie della guerra. In realtà, leggere oggi ricette di liberalismo classico, oppure di correzioni keynesiane, o ancora strade stataliste di stampo marxista nelle sue varie accezioni, fa quasi sorridere. Tremonti ha ragione pure su un'altra cosa. Se gli Stati e gli organismi internazionali durante quest'anno hanno evitato il collasso, al momento non hanno ancora messo a punto un nuovo sistema che possa prevenire una nuova grande crisi. In più, l'unico che abbia fatto un discorso "politico" di ampio respiro è stato Papa Benedetto XVI con la sua grande enciclica "Caritas in veritate". Va visto in questo senso l'attacco di Giulio Tremonti, o meglio l'ammonimento severo, che ha fatto alla grande finanza e alle banche, rivendicando anche in modo polemico la virtù di non "essere un economista". Tutto è cambiato sembra dire il ministro. Ma al contrario del "gattopardo", Tremonti fa intendere: non facciamo che "occorra cambiare tutto per non cambiare niente". Se è vero infatti che stiamo uscendo faticosamente dal tunnel della crisi, è anche vero che i conti finali della grande depressione devono ancora arrivare in quest'ultimo quadrimestre dell'anno. E saranno rendiconti dolorosi, dove non si possono accendere discussioni e polemiche un po' accademiche sul pil in discesa e sul debito pubblico che sale. Ma ci si deve assumere la responsabilità di dove è nata la crisi, come si è sviluppata e come si deve bloccare in futuro. Qui si ritorna al problema di un anno fa, quando si ammetteva pubblicamente che la crisi "era nata in banca" e si alzava il tendone sullo scenario della depressione con il fallimento di Lehman Brothers e chissà perché (un giorno lo sapremo), ad esempio, non di Goldman Sachs. La bolla del credito, lo sbilancio commerciale statunitense, il cosiddetto supermarket finanziario, non erano colpa di un'economia inceppata, ma delle ragioni di una finanza avida, visionaria e al limite dell'assurdità irrazionale. Abbiamo già dimenticato tutto questo, mentre ci si avvia al termine della crisi? In assenza di Lehman Brothers fallita, Goldman Sachs è ritornata a macinare utili e un Barack Obama piuttosto incerto ha riconfermato Ben Bernanke alla presidenza della Fed. Ma c'è dell'altro. Mentre tutti gli Stati hanno tamponato i bilanci "sfondati" di quasi tutte le banche del mondo, non si parla più dell'assurdità della "banca universale", dei prodotti derivati che hanno provocato il grande crack. E in più, mentre gli Stati cercano di tamponare e di intervenire, si invocano, da parte dei banchieri, riforme e ammortizzatori sociali. Giusto, ma non esageriamo. È probabile che per uscire dalla crisi, per tamponare il grande disastro non ci fosse altra strada che salvare il "sistema" che si appoggiava sulle banche. Ma è giusta la considerazione di Tremonti che, al momento, non si è potuto intervenire, con tutta la portata necessaria, a favore di famiglie, imprese e risparmiatori «perché abbiamo dovuto sistemare il debito privato delle banche». È una resa dei conti del dibattito dei prossimi mesi? Non si può affermarlo in modo schematico e perentorio. È invece l'ammonimento a guardare a una nuova realtà, a un mondo nuovo che è arrivato. E a non ripetere, come se nulla fosse, gli errori del passato. Non si può quindi mettere in contrapposizione un'appassionata relazione come quella del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi al Meeting di Rimini, a quello che dice Tremonti. Si deve piuttosto prendere atto che da un confronto serrato, fatto "in veritate", come suggerisce il Papa, può uscire la soluzione calibrata per affrontare l'exit strategy di questa grande crisi e quindi si potrà affrontare con maggior competenza, coraggio e fiducia anche il futuro. Forse la crisi, alla fine, è stata paradossalmente necessaria. Tutti i paradigmi del Novecento sono andati in soffitta. Tutta la prosopopea del "guadagna facile e a breve" ha dovuto ammainare bandiera. Il problema oggi è averne coscienza e guardare con realismo a un mondo del tutto nuovo, che deve misurasi innanzitutto con nuovi protagonisti economici e rispettando sempre di più la dignità della persona umana. |
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Colpi di sole
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Ma cos'è, questo strano rumore di piazza lontana...
Ago 0931 Pubblicato da Debora Billi alle 15:42 in Apocalypse now
- All'Ideal Standard di Belluno e Pordenone, già 250 esuberi e solo in prima battuta; - Alla Safilo, in Friuli, 500 posti a rischio oltre ai cassintegrati già presenti; - 650 in cassa integrazione all Carraro; - Alla Marzotto scade un contratto di solidarietà per 250 persone; - Myair, Vicenza, licenziati in 250; - Alla Merloni in Umbria,si spera che qualcuno compri la fabbrica. Sono in 3000, a sperare. - Cablelettra: tra licenziati, cassaintegrati e mobilità sono in 900; - La Roccatura di Russotto a Prato è sotto sfratto; - Pistoia, Radicifil: licenziati in 140, all'improvviso. - La Delphi di Livorno chiude, a spese di 400 lavoratori; - Una caporetto al Siderurgico di Taranto: 3000 in ferie forzate, 6500 in cassa integrazione. - Porto Torres. L'ENI chiude, 900 a spasso più almeno 800 nell'indotto. A tutti questi si aggiungono i 18.000 precari della scuola e le migliaia dell'indotto Fiat. (A proposito: i nostri quotidiani che indignatissimi raccolgono firme per la libertà di stampa non fanno menzione degli scontri tra precari e Polizia che si stanno verificando proprio oggi.) http://crisis.blogosfere.it/2009/08/ma-cose-questo-strano-rumore-di-piazza-lontana.html |
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FINANZA/ Lo sapevate? La “verde” Cina può fare a meno del petrolio. E si prepara allo scacco matto
| martedì 1 settembre 2009
Come spiegavo in un precedente articolo, il mercato delle commodities appare un vero e proprio rompicapo. Infatti, nonostante l'Ice di Londra, il mercato della City dove si trattano i futures sul petrolio statunitense, abbia trovato l'accordo con l'ente di vigilanza Usa affinché smetta di funzionare come una dark pool per squeezes e corners e sia obbligata a tracciare e comunicare le operazioni che in essa vengono compiute (ridicolo nel ridicolo, però, ad oggi il personale addetto a tale operazione è di quattro persone), nessuno sa spiegarsi perché, nonostante la ripresa industriale latiti, il petrolio punti diretto verso quota 80 dollari al barile. Persino a BlackRock, hedge fund dove certo la parola speculazione non scandalizza nessuno, fanno notare che si sta continuando con lo short covering, ma che il range tra 60 e 80 dollari prefissato per stabilizzare le economie sta virando secco verso il punto massimo: «Nonostante alcuni paesi emergenti chiedano energie, un prezzo a 80 dollari potrebbe creare qualche problema», ha dichiarato Bob Dole, capo dell'investment di BlackRock sempre alla Cnbc. Anche perché altrove, per l'esattezza in Cina, la vecchia dipendenza dai combustibili fossili sta per essere battuta con passi da gigante che noi, sonnolenta Europa ma anche l'America, nemmeno immaginiamo. Pechino sta infatti "scappando" verso il traguardo dell'energia verde come fonte primaria, conquistando il primo posto per quanto riguarda il tasso di conversione del fotovoltaico salito al 15,6% del totale energetico, ma i tre giganti del settore - Suntech Power, Trina e Yingling - intendono arrivare a quota ancora superiore entro il 2012, anno in cui si intende abbattere del 70% il costo di un watt grazie alle nuove tecnologie basate sull'utilizzo di cadmio telluride. Inoltre, entro il 2020 nasceranno nuove turbine eoliche per il controvalore energetico di 100 gigawatts. Insomma, la Cina ha trovato il mondo di investire le proprie riserve e la propria manbassa di commodities - soprattutto metalli preziosi e scientificamente strategici - per spezzare il nodo che la lega all'oro nero, alle sue fluttuazioni speculative e alla dipendenza unica. Se andrà avanti di questo passo diverrà davvero il gigante in grado di dominare il mondo: indicizza già i commerci nella sua moneta con tutti i paesi dell'Asia - tranne il Giappone -, si prepara a mettere con le spalle al muro gli Usa rispetto alla gestione del loro debito e ora si lancia sul mercato strategico delle energie alternative dicendo addio a possibili ricatti di Opec, Russia e speculatori di ogni razza e paese. Sarà anche in crisi - e lo è - ma è destinata a uscirne più forte di prima. Anche perché capace di investimento e attivismo che stanno spazzando via la concorrenza nel settore. I pionieri tedeschi Solarworld e Conergy hanno chiesto l'intervento dell'Ue affinché denunci il dumping messo in atto dalla Cina e dalla sue aziende, i cui progetti saranno coperti per metà dell'investimento dal potente portafogli del ministro delle Finanze cinese. A Ubs l'analista strategico Patrick Hummel non ha dubbi: «Un gran numero di produttori tedeschi di cellule solari e moduli solari non sopravviverà». E parliamo di un indotto che dà lavoro a 75mila persone e poco tempo fa era leader al mondo.. La Q-Cells sta già tagliando le linee di produzione e 500 licenziamenti sono già stati annunciati a Thalheim, vista la scelta di spostare gli impianti in Asia: detto fatto la sempre previdente e rapida Goldman Sachs ha infilato il titolo della compagnia nella lista della "convinction sell", quelle da vendere subito. Qualcuno a Bruxelles sta preoccupandosi per caso di questo e di altro che accade nel mondo mentre ancora noi ci arrovelliamo con la ratifica dell'ormai inutile Trattato di Lisbona da parte di un paese in default tecnico? Riflettiamoci… |
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BERNASCONI
La lumaca si avvicina lentamente alla fine del ramo e dovrebbe tra poco cadere. L'avvenimento sembra imminente ma il movimento é lento e potrebbe assorbire ancora un pò di tempo - e non bisogna sottovalutare le capacità di sopravvivenzza della lumaca! Ieri le borse europee sono state in difficoltà fin dall'inizio dopo che la borsa cinese ha iniziato la settimana con un crollo superiore al 6%. La pressione dei venditori non é però aumentata e per fine seduta le perdite sono state contenute (ca.1%) salvando i primi supporti. L'America é scesa nella prima ora di contrattazioni sul minimo della giornata ma é poi lentamente risalita limitando le minusvalenze.. Spesso nelle ultime sedute minimi e massimi della giornata sono stati raggiunti all'inizio della seduta. Le borse mostrano le prime debolezze ma per ora gli attacchi dei ribassisti sono contenuti. Ieri l'S&P500 é sceso subito fino a 1014 punti ma poi ha lentamente recuperato chiudendo a 1020 punti e limitando le perdite (-0.81%). Per la prima volta da parecchio tempo i nuovi minimi a 20 giorni hanno superato i nuovi massimi. L'indice ha però chiuso sopra il microsupporto a 1018 punti dimostrando ancora una volta una sorprendente capacità di resistenza. I volumi di titoli trattati restano moderati (NYSE a 1186 Mio.). Per ora rialzisti e ribassisti si bloccano a vicenda confermando la nostra impressione di ieri mattina: "Di positivo abbiamo notato che l'indice non riesce a scendere sotto i 1018 punti. Appena ci si avvicina a questo limite i compratori reagiscono. Probabilmente lo slancio del rialzo basterà ancora per un balzo verso i 1050 punti. Non vediamo nei dati tecnici un potenziale superiore. Poi dovremo vedere quali sono gli argomenti dei ribassisti che al momento mantengono le loro carte coperte." Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati. L'S&P500 (-0.81% a 1020 punti) ha perso terreno riuscendo però in chiusura a difendere l'importante livello dei 1018 punti. Strutturalmente il mercato sembra in difficoltà ma per ora i rialzisti si difendono egregiamente. La nostra opinione non cambia: "Per questa settimana la nostra previsione é semplice. L'S&P500 dovrebbe tendenziamente provare a salire verso i 1050 punti. Questo scenario positivo é a rischio solo se e quando l'S&P500 ricade sotto i 1018 punti." Il Nasdaq100 (-1.10% a 1625 punti) é stato vittima di prese di profitto dopo il nuovo massimo raggiunto venerdì. L'indice si riavvicina così ai 1600 punti mostrando di essere forte ma non abbastanza per accelerare in maniera decisiva verso l'alto. Secondo noi anche la tecnologia sta formando un top a medio termine e dovrebbe indobolirsi dopo la prima decade di settembre. Le nostre previsioni sono immutate: "Il trend rialzista prosegue anche nella tecnologia. Non abbiamo per questo indice un'obiettivo preciso verso l'alto. Attendiamo un movimento esaustivo nella prima decade di settembre e l'inizio di una correzione. Primo importante supporto é a 1600 punti mentre decisivi sono solo i 1560 punti. Prima di scendere dovremmo però salire ancora un pò - e queste dovrebbero essere le prospettive per la settimana." L'Eurostoxx50 (-1.02% a 2775 punti) si é indebolito chiudendo però sul supporto a 2775 punti. Questo livello sembra a corto termine determinante e ne abbiamo già sottolineato l'importanza nel commento di ieri: "A corto termine esiste un supporto a 2775 punti che sembra corrispondere ai 1018 punti dell'S&P500. Il trend rialzista é ancora dominante anche se la qualità del rialzo é in diminuzione. Graficamente abbiamo un'obiettivo a 3000 punti che però oggettivamente sembra troppo ambizioso. Stamattina l'indice apre sui 2780 punti. È possibile che l'Eurostoxx50 balli alcuni giorni sui 2750-2800 punti prima di terminare questo rialzo con un breve balzo verso l'alto di tipo esaustivo. Poi vedremo quali sono gli argomenti dei ribassisti..." Il DAX (-0.96% a 5464 punti) ha perso terreno salvando però in chiusura il supporto a 5460 punti. Questo comportamento corrisponde a quanto annotato ieri mattina: "(Il DAX)... da alcune sedute sottoperforma l'Eurostoxx50 e sembra particolarmente stanco. Il trend di base resta positivo e dovrebbe perdurare fino alla prima decade di settembre. Ad un'accelerazione di tipo esaustivo dovrebbe poi seguire una fase negativa. In questa occasione dovremmo all'inizio osservare il supporto a 5460 punti." L'SMI (+0.09% a 6217 punti) continua la sua sorprendente salita che lo porta a sovraperformare il resto dei mercati europei. Il risveglio di UBS (+0.67%) sta notevolmente aiutando questo indice. Scenario 2009 Richiedete informazioni a analisi_tecnica@longshortinvest.com Zollikerstrasse 1, CH-8702 Zollikon Tel. +41 43 499 63 84 EMail: bernasconi@longshortinvest.com http://www.longshortinvest.com/4603.html |
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