01/09/09

DATI USA

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USA: ISM MANIFATTURA AGOSTO BALZA A 52,9 E SUPERA PREVISIONI
(ANSA) - ROMA, 1 SET - L'indice dei direttori acquisti
calcolato dall'istituto Ism, relativo all'attivita'
manifatturiera negli Usa, ad agosto e' balzato a 52,9 punti. Le
previsioni indicavano un rialzo a 50,5 da 48,9 di luglio.
 La soglia dei 50 punti divide l'espansione dell'attivita'
dalla contrazione. (ANSA).


USA: SPESA EDILIZIA, A LUGLIO -0,2%, PEGGIO DEL PREVISTO
(ANSA) - ROMA, 1 SET - La spesa edilizia negli Usa, a luglio,
ha segnato un calo dello 0,2% contro previsioni per un andamento
invariato. Lo scrive la Bloomberg. (ANSA).


SPAGNA: CRISI QUINTUPLICA IN UN ANNO DEFICIT STATO

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(ANSA) - MADRID, 1 SET - La forte crisi economica che sta
colpendo la Spagna ha fatto si' che il deficit dello stato
registrato fino a luglio abbia raggiunto i 49,7 miliardi di
euro, una cifra cinque volte superiore ai 9,9 miliardi
registrati nello stesso periodo dell'anno precedente, secondo i
dati resi pubblici dal ministero dell'economia.
 Il deficit corrisponde ora al 4,69% del Pil.. Secondo il
ministero, 25 miliardi sono stati spesi dallo stato per
contrastare la recessione tramite fra l'altro incentivi fiscali,
anticipo di liquidita', assegni disoccupazione, aiuti diretti.
La situazione economica ha provocato inoltre un calo del 16,9%
delle entrate dello stato.
(ANSA).


«what the Italians call furbo»

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Chi candida Draghi alla BCE
Maurizio Blondet
La lotta è serrata per aggiudicare il posto lasciato libero dall'uscente Trichet. Draghi (sostenuto dai francesi, ma attirato dagli splendori delle poltrone italiote) e l'attuale capo della BundesBank Axel Weber, sono i due maggiori aspiranti al trono. Ma il prossimo scontro a livello di banche centrali sarà fra deflazionisti e inflazionisti. Se prevarranno i secondi - gli Usurai - che alla BCE stia l'uomo Goldman o Weber, non farà alcuna differenza.

Chi candida Draghi alla BCE
Maurizio Blondet    01 settembre 2009
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Claude Trichet dovrà lasciare la potentissima poltrona della Banca Centrale Europea, il suo incarico scade nel 2010. E c'è già chi candida a quel vertice di potere finanziario Mario Draghi, rivela la newsletter «Central Banking Publications» (1).

L'uomo ha ben meritato dai poteri forti fin da quando salì sul «Britannia» per svendere loro i gioielli italiani. Si è confermato fedele ai loro interessi come  dipendente di Goldman Sachs.. Adesso, come governatore di Bankitalia, ha raccolto tutti gli onori del caso per la difesa degli interessi e dei parassitismi delle banche. Inoltre, dice  testualmente la sullodata newsletter, Draghi è «what the Italians call furbo», ciò che gli italiani chiamano un furbo. Dunque è lui che vogliono a capo della BCE gli ambienti che tutto possono, in USA e Gran Bretagna. Un uomo di( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )




http://www.effedieffe.com/content/view/8211/179/

Tobin e le mele verdi

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ethical-smlSi va assistendo negli ultimi mesi - in particolare da parte del mondo bancario, ma anche di diversi economisti - ad un tentativo di tornare all'antico, alle vecchie e disastrose pratiche, come se con la crisi non fosse successo nulla, o che si fosse trattato soltanto di un piccolo incidente di percorso.

Eppure nella crisi qualcosa si sta muovendo, almeno per quanto riguarda la visione ideologica della finanza;  il muro del denaro mostra ormai almeno qualche crepa, sotto forma di due pentiti illustri, trascurando invece le dichiarazioni relativamente recenti di Greenspan, che ci sembra un pentito perlomeno sospetto.
Il 18 giugno  pubblicavamo la notizia relativa al fatto che J. Welch, che è stato a lungo considerato il miglior manager del mondo, in qualche modo rinnegava ormai il concetto della creazione del valore azionario come strumento guida nella condotta delle imprese; si tratta di uno dei pilastri fondamentali attraverso cui la finanza si è a suo tempo infiltrata all'interno delle principali  leve di gestione delle aziende nel mondo.

Adesso è la volta di Lord Turner, presidente della Financial Services Authority (FSA), l'organismo pubblico che in Gran Bretagna è incaricato della supervisione del settore finanziario. La FSA era stata sotto il fuoco dei critici pochi giorni prima per avere reso molto più morbido un suo precedente documento, piuttosto deciso, pubblicato nel mese di marzo e in cui si fissavano delle nuove regole per restringere e regolamentare i bonus riconosciuti ai manager e ai trader bancari. Ora Lord Turner sembra avere cambiato orientamento e ha dichiarato, tra l'altro, che il settore finanziario è diventato troppo grande per la società – le sue dimensioni, egli ha affermato,  sono cresciute sino ad un livello che va al di là di quanto è socialmente accettabile- ed esso è ormai un fattore destabilizzante per l'economia britannica. In particolare Lord Turner appare preoccupato del ritorno al business as usual nel settore bancario, arrivando a suggerire che possano essere necessarie nuove tasse per ridurre gli eccessivi profitti e le paghe troppo elevate del settore. E suggerisce nuove tasse sulle transazioni finanziarie e rispolvera anche il progetto di una Tobin tax.

Bisogna ricordare a questo proposito che Tobin, economista statunitense, ha avanzato per la prima volta la sua proposta nel 1972, appena dopo la caduta del sistema di Bretton Woods. Lo schema avrebbe dovuto funzionare in un modo molto semplice: avrebbe dovuto essere varata una tassa sulle transazioni relative ai cambi, per  aiutare i governi nazionali ad impedire che le loro economie si ritrovassero alla mercé degli speculatori, preservando e promuovendo l'autonomia delle politiche monetarie e macroeconomiche dei singoli paesi.
La proposta fu subito osteggiata dalla gran parte degli economisti perché essa, a loro dire,  frenava il libero dispiegarsi delle forze di mercato ed anche gli ambienti finanziari  divennero subito nemici giurati della proposta.

Di recente alcune organizzazioni non governative hanno calcolato che una tassa con un'aliquota dello 0,005% sulle transazioni in cambi a livello mondiale raccoglierebbe ogni anno tra i 30 e i 60 miliardi di dollari. Il fatto che Lord Turner abbia colto nel segno è dimostrato, tra l'altro, dalle rabbiose reazioni che le sue proposte hanno suscitato nei soggetti interessati, dall'associazione dei banchieri britannici, a quella degli assicuratori del paese, a quella Financial Service Rountable statunitense, sino al sindaco di Londra, conservatore.

Invece una coalizione di organizzazioni non governative  ha approfittato delle dichiarazioni del responsabile britannico per avviare una forte campagna con l'obiettivo di  spingere i paesi del G-20, nella loro prossima riunione, ad introdurre tale tassa sui cambi. I proventi di tale tassa dovrebbero essere utilizzati per sostenere i paesi poveri.
Non tutti aspettano peraltro che il mondo si decida a fare qualcosa in merito. Già in Francia qualche anno fa, sotto la presidenza Chirac, è stata varata una tassa che preleva una piccola percentuale dall'importo derivante dalla vendita dei biglietti aerei; le somme relative sono usate per comprare delle medicine che combattono l'Aids, la malaria e la tubercolosi. A tale iniziativa hanno  poi aderito trenta paesi e la somma  raccolta in due anni è di circa 1 miliardo di dollari.

Come ci informa un articolo del Guardian del 27 agosto opera a Londra un operatore in cambi, la Ethical Currency. Dalla fine di agosto la società, fondata da parecchio tempo, è diventata il primo operatore finanziario del mondo a prelevare volontariamente una commissione dello 0,005% su ogni operazione in cambi. Tali somme saranno poi indirizzate verso il Global Fund, un'organizzazione fondata da parecchio tempo, di nuovo, come nel caso dei prelievi sui biglietti aerei, per combattere l'Aids, la tubercolosi e la malaria. Il Global Fund,con la crisi, sta avendo parecchie difficoltà a portare avanti i suoi obiettivi e il soccorso che ora dovrebbe arrivare dalla società di cambio potrebbe essere prezioso.

Tra l'altro, i dirigenti della Ethical Currency vogliono dimostrare come anche applicando tale tassa il loro business possa continuare a fiorire e come anche dal punto di vista operativo non esistano grandi difficoltà per applicarla, anche dal momento che ormai tutte le transazioni su cambi si svolgono per via elettronica e che una parte molto consistente di tali operazioni passano per Londra.  Speriamo che il numero dei pentiti, dopo i casi di J. Welch e di Lord Turner, cresca considerevolmente nelle prossime settimane.


Test 2

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Questo l’ho scritto copiando e incollando da Word




E non dovrebbe funzionare

test 1

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test post: questo l'ho scritto direttamente


e dovrebbe funzionare

ANDREA PUNTA IL CANNOCCHIALE SULLA CINA!!!

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DRAGHI DI CARTA!

 

Ormai chiunque abbia solcato gli oceani finanziari ed economici in compagnia di Icebergfinanza in questi mesi, sa che la nostra stella polare è la storia, una storia che non si ripete secondo alcuni, ma che spesso si diverte a fare rima.

Mark Twain amava ricordare che la gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione. Io ribadisco che le mie analisi e le mie sensazioni propendono sempre più per un recupero esclusivamente statistico dell'economia, un'economia che guarda sempre più ai paesi asitici ed in particolare alla Cina.

" China today is where Japan was in the late '80s, except with the greater political instability that comes with a semi-controlled economy and the lack of a social safety net (read: jobless, hungry people don't write angry letters, they riot)…Today China projects to the world a similar image as Japan did in the 1980s… (seekingalpha)

Certo, perchè no, oggi la Cina assomiglia al Giappone della fine anni '80, eccetto una grande istabilità politica che proviene da un semi controllato sistema economico e dalla mancanza di una rete di protezione sociale. Oggi agli occhi del mondo, la Cina appare un po come l'immagine del Giappone degli anni '80. Ultimamente la Cina ci ha impressionato con la sua crescita, ma la sua struttura economica, non è superiore a quella occidentale, i cinesi possono "manovrare" i numeri del PIL e controllare la loro economia in modo più efficace attraverso il prestito forzato e la spesa.

Nei primi 6 mesi del 2009 le banche hanno erogato finanziamenti per oltre 1000 miliardi di dollari Usa. Pare che buona parte della somma sia stata usata per pure operazioni speculative. Ora Pechino sembra voler porre un limite al fenomeno. I possibili contraccolpi.. 

Shanghai (AsiaNews/Agenzie) – La Cina vuole diminuire l'erogazione di finanziamenti che le banche hanno concesso con larghezza negli ultimi mesi. Esperti osservano che la gran mole di prestiti rischia di aver creato una bolla speculativa e discutono le possibili conseguenze sull'economia.

Stime ufficiali indicano che le banche hanno concesso finanziamenti eccedenti i 1000 miliardi di dollari nei primi 6 mesi del 2009. Questo flusso continuo di liquidità ha certo aiutato l'economia in crisi, ma è sempre più pressante la domanda su quale parte di questi finanziamenti rischi di non essere recuperabile e quali possano essere le conseguenze per le banche.

Secondo fonti dell'agenzia Bloomberg, il 19 agosto la China Banking Regulatory Commission ha informato le banche che sono all'esame nuove regole, che richiederanno loro di dedurre tutti i pacchetti di debiti subordinati e ibridi ceduti da altri enti finanziatori a partire dal loro patrimonio supplementare. Queste regole vogliono consentire di verificare se le banche rispettano il prescritto rapporto tra capitale effettivo e prestiti erogati. Come risultato, esperti ritengono che parecchi istituti di credito dovranno diminuire il flusso dei prestiti. Le banche hanno tempo solo fino al 25 agosto per le loro deduzioni.

Le banche cinesi nel 2009 hanno già operato cessioni di crediti, garantiti da terzi, per 236,7 miliardi di yuan (circa 23,6 miliardi di euro), 3 volte di più che nell'intero 2008. Le autorità di controllo stimano che una buona metà di questi titoli siano crediti incrociati, garantiti dalle stesse banche che li scambiano tra loro e che così creano una parvenza di ricchezza in realtà esistente solo sulla carta. Pare che Pechino voglia limitare l'utilizzo di questo espediente adoperato dalle banche per aumentare in modo artificioso la loro ricchezza e, quindi, l'entità dei finanziamenti erogabili. Come conseguenza, si prevede che molte banche cinesi dovranno reperire nuovo capitale o, con più probabilità, ridurre l'utilizzo di questi crediti incrociati, magari operando compensazioni reciproche.

Secondo Wei Jianing, vicedirettore del Centro Ricerca e sviluppo del Consiglio di Stato, citato dal China Business News, già nei primi 5 mesi del 2009 circa 1160 miliardi di yuan dei finanziamenti così erogati sono stati impiegati nell'acquisto di azioni. Ovvero in un puro fenomeno speculativo, del tutto avulso dalle ragioni del finanziamento e peraltro comportante un alto rischio, collegato alla volatilità del mercato azionario.

Questo flusso di liquidità ha fatto crescere il valore della borsa di Shanghai di circa il doppio dal gennaio al 4 agosto 2009, dopo che nel 2008 era diminuita del 65%. Ma dal 4 al 19 agosto Shanghai ha perso il 19,8%, prima di recuperare oltre il 5% tra ieri e oggi (+1,7% oggi).

Esperti osservano che si è così creata una vera bolla speculativa, molto vulnerabile perché in parte fondata su investimenti volatili e poco prevedibili come il mercato azionario. Essi si interrogano riguardo all'effettività dell'affermata ripresa dell'economia cinese (+7,9% nel secondo trimestre 2009, secondi i dati ufficiali). Alcuni osservano che le esportazioni cinesi hanno avuto una ripresa parziale verso gli altri Paesi asiatici, ma rimangono a bassi livelli verso Stati Uniti ed Europa, e che i consumi interni non mostrano grandi incrementi, mentre il recente aumento dei prezzi di petrolio e metalli non può che avere effetti negativi sulla produzione. Da ciò si ipotizza che tale ripresa sia in buona parte esito della massiccia liquidità immessa nel mercato, che, tuttavia, deve sfociare in una reale maggiore produzione, per essere proficua. Viene pure rilevato che gli investimenti fissi esteri hanno avuto, invece, una progressiva contrazione durante l'intero 2009. ( ASIANEWS )

Tuttavia questi vantaggi di breve termine, richiederanno un prezzo a lungo termine.

Ora non vorrei anticipare la parte del mio libro dedicata all'ormai leggendario decennio perduto, ma tra le righe riconoscerete senza ombra di dubbio la "sinistra similitudine" tra la grande bolla cinese e quella giapponese.

Inutile che vi ricordi il significato della parola "jusen" sorella gemella della parola "subprime", ma ogni giorno che passa guardo alla Cina e mi interrogo su quella che sarà la terza parola magica della grande bolla immobiliare cinese.

Negli ultimi giorni, violenti sciami sismici riportano alla realtà la grande speculazione giapponese, stendendo ombre inquitanti anche su mercati occidentali.

" Nella primavera del 1984 le autorità giapponesi consentirono alle banche straniere di operare sulle obbligazioni pubbliche giapponesi e di entrare nel settore del credito bancario. Contemporaneamente furono rimossi i controlli sugli scambi azionari stranieri. (…) Queste riforme ebbero l'effetto di riempire rapidamente i mercati di capitali giapponesi con i detriti della rivoluzione finanziaria. Anche i derivati finanziari arrivarono a Tokyo con l'apertura del mercato dei future sulle obbligazioni giapponesi e le azioni. " ( Edward Chancellor ) 

Fu cosi che, all'improvviso, il Giappone conobbe l'onda speculativa che ogni innovazione porta con se, zaitech, questo era il nome della nuova ingegneria finanziaria.  

Parallelamente all'ingegneria finanziaria, non poteva non svilupparsi anche una sorta di gigantesca bolla dei terreni e nell'immobiliare.....

 

Ebbene mi fermo qui perchè da qualche giorno continuano a fischiarmi le orecchie, si è la brezza della Storia che ritorna implacabile, anche se la Cina oggi è un pò come la terra della nebbia eterna, chi sa quale è in realtà, la situazione reale del paese.

Certo è quella che ci raccontano le statistiche, quelle che gli astemi utilizzano per illuminazione, lucciole per lanterne, ma come dice il nostro amico Gianluca Bocchi.....

....in parole semplici non credo che si possa analizzare questa crisi usando gli stessi parametri del recente passato, nè utilizzando quali fonti informative e formative la televisione o le dichiarazioni dei politici. Dobbiamo provare a spremere i nostri cervelli.

Gianluca ha perfettamente ragione, dobbiamo far lavorare la nostra consapevolezza, al di la dell'acquario che ci tiene prigionieri, per esplorare nuovi orizzonti, per cercare di comprendere la realtà anche se è diversa da quella che è la nostra effettiva percezione.

Provate a dare un'occhiata alla creatività contabile cinese espressa in Chinas-artificial-growth-is-creating-an-energy-and-industrial-stock-bubble-2009.

Gianluca inoltre ci ha segnalato questo post apparso alcuni giorni fa su REPUBBLICA, La Cina scopre la disoccupazione venti milioni tornano nelle campagne, un'analisi dal corrispondente a Pechino, Giampaolo Visetti, uno che si è sempre " scottato " le mani per scendere negli inferni globali, un uomo che ....

...... possiede un registro unico, fedele alla sua visione del mondo in cui le persone violate, gli sconfitti e gli emarginati sono i soli che «possono avvicinarci alla verità»: dal bambino allevato dai cani nella sconfinata periferia moscovita, ai morti e ai sopravvissuti all'assalto alla scuola di Beslan, dalla famiglia che ha deciso di tornare a vivere a Chernobyl, alla cuoca sudafricana vittima del «nuovo apartheid», fino al popolo inuit che si sta lasciando morire tra i ghiacci. Storie di questo nostro mondo, storie di persone che non hanno mai ricevuto una carezza.

 
PECHINO - Il primo a vedere la fessura nella diga occupazionale cinese è stato Jin Jiangbo. Ha 36 anni. Non è un economista. Fa il fotografo. Un anno fa, quando ancora Pechino macinava record produttivi, è sceso lungo il delta del fiume delle Perle. Nel Guadong, epicentro mondiale delle esportazioni, ha ripreso fabbriche chiuse, dormitori vuoti, capannoni abbandonati. Un deserto sconosciuto, che lui stesso non capiva. Le sue immagini, all'inizio, sono state censurate. Un anno dopo, ora che la crisi dell'Occidente è maturata anche ad Oriente, quegli scatti profetici sono diventati il simbolo della Cina. Il Paese che produce tutto, a sessant'anni dalla rivoluzione comunista, è minato dalla prima, grande crisi del suo capitalismo.

Un esercito di nuovi disoccupati, in fuga dalle città costiere dove stanno chiudendo fino a sette aziende su dieci, torna nei villaggi contadini lasciati negli ultimi vent'anni. Per la terza economia del mondo, che ha appena annunciato il prossimo sorpasso sul Giappone, è uno choc. Oltre venti milioni di ex contadini, emigrati e trasformati in operai, rientrano in famiglia. Il controesodo dei nuovi disoccupati, vittime del più impressionante boom industriale della storia, cambia anche il profilo del paesaggio.

Si spopolano, e cadono in rovina, avveniristiche e sconfinate periferie urbane, appena costruite. Le campagne antiche dell'interno, rimaste prive di servizi, popolate di vecchi, scoppiano e si gonfiano di baracche. I dati ufficiali fissano la disoccupazione al 4,1%. Gli esperti spostano però il livello reale poco sotto il 20. Dietro il cortocircuito cinese, la recessione in America ed Europa. Le esportazioni, a luglio, sono calate del 22,9%. Le importazioni segnano un meno 14,9%. Migliaia di aziende dipendono dall'export fino all'80%. Su 6 milioni di nuovi laureati, 3 milioni sono senza lavoro.

I 586 miliardi stanziati dal governo sostengono credito e investimenti. Non bastano però per arrestare i licenziamenti. Nelle fabbriche, in questi giorni, si attendevano gli ordini per i regali di Natale di tutto il mondo. L'ultima spiaggia del 2009: giocattoli, hi-tech, moda. Invece niente. Il consumatore globale aspetta e l'ex coltivatore di riso cinese, che nel frattempo ha ceduto la sua terra, perde il posto. Gli specialisti di flussi migratori si dicono certi: nel sudest asiatico, ma anche in Europa e Africa, con l'autunno la Cina non spedirà merce, ma nuovamente braccia.

Nessuno, tra Shanghai e Shenzhen, era preparato a contrastare i tagli delle imprese, privatizzate per il 95% in trent'anni. Le conseguenze sono drammatiche. Milioni di persone, che hanno perso tutto, coprono due o tremila chilometri per rientrare, da sconfitti, in irriconoscibili luoghi d'origine. Nelle fabbriche la tensione sale. Senza straordinari, la paga crolla da 250 a 40 euro al mese. Gli operai non riescono più a spedire soldi a casa, o a pagare gli studi ai figli. Gli anziani, privi di pensione e assistenza medica, perdono la sola fonte per la sussistenza.

Entro il 2030, secondo le proiezioni, 320 milioni di ultra sessantacinquenni faranno saltare il nascente welfare made in China. Chiamata dagli Usa a "salvare il mondo", questa nuova Cina dominante inizia così a temere di non riuscire a salvare nemmeno se stessa. Centinaia di sommosse, sfociate in conflitti e omicidi, hanno sconvolto nelle ultime settimane la vita delle aziende. I manager, che fino all'ultimo tacciono fallimenti o fusioni, scelgono la notte per scappare.

Per conservare il posto, o per ottenerne uno, i lavoratori sono costretti a pagare i dirigenti che restano. Le assunzioni, ha rivelato ieri il governativo China Daily preannunciando arresti, finiscono anche all'asta per 10 mila yuan. In alcuni casi le imprese chiedono "anticipi retributivi" ai dipendenti, con la promessa di restituirli entro quattro anni. Nelle università, comprese quelle di Pechino, migliaia di laureandi fingono di essere stati assunti per poter discutere la tesi e non essere retrocessi in atenei di provincia. L'ordine del governo è perentorio: le previsioni occupazionali, assai ottimistiche, devono avverarsi.

Tra allievi e professori, da gennaio, si registra un boom di suicidi. Liu Wei, laureanda in informatica nello Hebei, ha lasciato un diario. La sua testimonianza, diffusa in internet, è diventata lo specchio del dramma nascosto dalle autorità. "Mi vergogno - si legge - perché i miei hanno fatto grandi sacrifici per non ridurmi a seguire la loro fine. Ora non possono più pagare la mia retta e io non troverò un lavoro per mantenerli". Si è uccisa per 70 euro al mese.

Milioni di falsi contratti sarebbero stati scritti con la complicità dei dirigenti comunisti di numerose province. Secondo il partito centrale, la crescita cinese resta all'8%, la produzione industriale di luglio segna un più 11% e l'occupazione nel primo semestre 2009 avrebbe segnato un più 0,13%. Nessuno si fida più di nessuno. La popolazione assiste infatti alla rotta di quella che stava diventando la classe media e al ritorno nel Medioevo agricolo della metropolitanizzata "generazione Ikea".

"Non sorprende - dice il Tao Li, docente alla School of Business di Shenzhen - che i dati ufficiali sulla disoccupazione siano ampiamente sottovalutati.. Chi perde il lavoro si registra solo per ottenere sussidi pubblici. Ma questi sono limitati, o soggetti a corruzione e clientele politiche. I disoccupati-fantasma sono l'effetto della nuova sfiducia interna cinese". L'incertezza taciuta, del resto, è chiara. Milioni di cause per insolvenza assediano i tribunali. Le banche faticano a recuperare i crediti per immobili e arredi a basso costo. I venti milioni di "nuovi disoccupati cinesi made in Usa" si sommano ai 140 milioni di migranti che lavorano spostandosi di provincia in provincia. Il consumo di energia industriale, in sei mesi, è diminuito del 48%.

Anche nella capitale la spesa alimentare, da gennaio, è stata tagliata del 32%. Lo stesso Global Times, voce indiretta del partito comunista, ha riferito ieri che la gente ha reagito "con ironia" alla notizia che i salari urbani sarebbero cresciuti del 13%, fino a 2142 dollari al mese. Alti funzionari pubblici, coperti dall'anonimato, riferiscono di un governo "in forte fibrillazione". Le ondate di disoccupati, per la prima volta, scuotono il potere. Da settimane seminano insoddisfazione e rabbia nella pancia della nazione.

Alla vigilia del sessantesimo anniversario dalla rivoluzione di Mao, il primo ottobre, Pechino teme che le sommosse davanti ai cancelli chiusi si saldino con le rivolte etniche finora represse nel sangue. I nuovi disoccupati dello Guangdong, fanno però più paura di uiguri e tibetani. Gli "incidenti di massa", in un anno, sono stati oltre 80 mila.

Da minoranza, gli ex operai possono infatti diventare maggioranza e incrinare il trionfante nazionalismo capitalista degli han. Con i colletti bianchi rispediti nei campi, gli intellettuali appesi a "rimborsi spese" a termine, i braccianti affamati dal crollo dei prezzi e i separatisti sempre più infiltrati dall'integralismo religioso, possono formare un blocco sociale difficile da contrastare. "E' il lavoro - dice Shi Xiao, direttore dell'Osservatorio sociale di Shanghai - il vero nervo scoperto di questo potere. Ha puntato tutto sul denaro, facendo dimenticare al Paese i suoi diritti. Se fallisce sull'occupazione, il partito potrebbe presto sentirsi rivolgere domande sulla democrazia".

Preoccupato da ogni forma di contestazione, il generale Meng Guoping ha annunciato un piano per "gestire in modo più efficace sommosse, emergenze e scontri etnici". E' il primo, a 82 anni dalla fondazione dell'Armata popolare di liberazione. "Viene presentato come lotta al terrorismo - dice l'economista Eric Fishwick - ma la cerchia del presidente Hu Jintao pensa a come gestire i milioni di cinesi che stanno perdendo tutto".

Pechino sa che "il futuro è incerto" e che l'economia finanziaria è sfuggita anche dalle sue mani. Per ordine dell'Ufficio nazionale delle statistiche, garante estremo della crescita cinese, si rifugia così nella tradizione poetica. "Sono fiero di essere un mattone nell'edificio occupazionale della repubblica", ha scritto ieri Guo Zhenglan, licenziato di Changping, aderendo alla "campagna di Stato per il lavoro". L'ha superato Yan Qiao, che fino a giugno costruiva sfere con la neve finta per il mercato europeo.
 
"Grazie alla statistica - ha dichiarato - posso riordinare le mie stelle nel cielo della fabbrica".

Certo grazie alla statistica, milioni di esseri umani stanno raccogliendo migliaia di stelle, nelle stalle della loro realtà, nel cielo della loro sofferenza, grazie alla statistica e a magici numeri del PIL avremo la nuova crescita infinita, che tanto amiamo ricordare tra le pagine dei giornali e nelle notizie del piccolo, grande schermo.

Si speculazione, il branco selvaggio del capitalismo odierno, quelli che stanno sempre sotto gli elicotteri delle banche centrali, quelli che fanno girare la loro economia, speculazione giapponese ieri, americana oggi e chissà cinese domani, un denominatore comune che la storia continua a sussurrare in una nemesi infinita.

Il 20 maggio Fitch si domandava in un report se non fosse strano questa accelerazione della speculazione legata al credito facile esponenziale, mentre i profitti delle imprese cinesi si stanno restringendo.

Ecco in anteprima un passo del mio libro.....

Sembra, che più della metà dei profitti delle maggiori imprese giapponesi, derivasse dalla speculazione, mentre i profitti delle attività produttive stavano calando; una sorta di economia cattiva che scaccia quella buona.
 
....di solito sostiene Fitch, la caduta dei profitti è associata ad una sorta di rarefazione del credito, ma in Cina evidentemente avviene il contrario.
 
No nessuna sorpresa, ciò avvenne anche in Giappone e alcune migliaia di mutuatari faranno fatica a ripagare i loro debiti.
 
La tabella qui sotto riporta la realtà cinese......non credo vi sia bisogno di riportare quella giapponese e americana, ormai le abbiamo viste mille volte insieme.

 

"Examining, first, the track of Chinese bank lending and, second, the trend in Chinese nonperforming loans, the seasoned reader will remember … Drexel Burnham Lambert.

Nella seconda metà degli anni '80, il mercato americano dei junk bond, titoli spazzatura combinò un crescita esponenziale esplosiva con un tasso di default pressoche disattivato.

The secret, fully revealed during the subsequent bear market, was that the default rates were a direct product of the issuance rates..

Il segreto pienamente rivelato nel corso del successivo mercato orso è che i tassi di default sono la diretta conseguenza dei tassi di emissione.

Come ricorda Katsenelson, sin dal 2005 la Cina ha generato il 73 % della crescita mondiale del petrolio e il 77 % della crescita di consumo del carbone, il propulsore principe della crescita mondiale, basato in via quasi esclusiva sul debito e quindi insostenibile, nessuno a visto all'orizzonte l'uragano della Lost Decade, nessuno ha scorto l'uragano della Grande Recessione americana, chissà se qualcuno riuscirà ad intravvedere quello cinese, forse il più colossale di tutti.

La "filosofia" di  Icebergfinanza resta e resterà sempre gratuitamente a disposizione di tutti nella sua "forma artigianale", un momento di condivisione nella tempesta di questi tempi, lascio alla Vostra libertà, il compito di valutare se Icebergfinanza va sostenuto nella sua navigazione attraverso le onde di questo cambiamento epocale!  

Per sostenere ICEBERGFINANZA clicca qui sotto

Non solo e sempre economia e finanza, ma anche alternative reali da scoprire e ricercare insieme cliccando qui sotto in ........... 

 

Postato da: icebergfinanza a settembre 01, 2009 01:40 | link | commenti (6)

cina economia



http://icebergfinanza.splinder.com/post/21217551/DRAGHI+DI+CARTA%21


Il mercato azionario è troppo ottimista?

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Pare ormai acquisito che la Grande Recessione stia volgendo al termine, almeno sul piano delle variazioni del Pil, mentre l'andamento dell'occupazione sembra destinato a restare depresso almeno fino alla seconda metà del 2010. Circostanza che solleva perplessità riguardo la sostenibilità della ripresa nella perdurante assenza del consumatore americano, che deve prioritariamente preoccuparsi di ridurre il proprio indebitamento e non perdere il lavoro, o trovarne uno nuovo, in caso sia disoccupato. Tra gli analisti restano tuttavia significative divergenze riguardo il vigore della ripresa in atto e la sua auto-sostenibilità, al netto dell'impulso fiscale.

Si discute della conformazione della ripresa: a forma di L, cioè stabilizzata su livelli di attività depressi? Oppure di W, cioè un tentativo di ripresa a cui fa seguito una vera e propria ricaduta, ad esempio per effetto dell'attuazione troppo anticipata di "strategie di uscita" dal sostegno fiscale e monetario all'economia? Sembra ormai definitivamente accantonata l'ipotesi di una ripresa a forma di V, cioè di un rimbalzo violento dell'attività, fino a recuperare più o meno rapidamente le condizioni precedenti l'inizio della crisi.

Negl Stati Uniti, epicentro della crisi e punto di riferimento per l'evoluzione della congiuntura, l'adozione di misure di stimolo ai consumi, come il programma di rottamazione dei veicoli più vecchi ed inquinanti, con erogazione di un importo a fondo perduto a favore degli acquirenti, appare destinato soprattutto a drenare domanda dal futuro, anticipando decisioni di spesa, come sembra evidenziarsi anche dai primi deboli dati di acquisti di autoveicoli in questo mese, dopo la scadenza del programma pubblico. Peraltro questo stimolo ha beneficiato in misura determinante i costruttori non statunitensi.

Per l'autunno già si prospettano programmi analoghi per gli elettrodomestici, mentre il Congresso potrebbe prorogare ed estendere il contributo a fondo perduto di 8000 dollari a favore degli acquirenti di prima casa, destinato a scadere il prossimo 30 novembre, e che sta determinando robusti flussi di domanda, che contribuiranno a determinare un rimbalzo del Pil nel terzo trimestre e forse nel quarto.

La domanda che tutti si pongono è relativa alla capacità dell'economia statunitense di sostenersi autonomamente quando la spesa pubblica e le agevolazioni fiscali verranno meno. La seconda stima del Pil del secondo trimestre, negativo per l'1 per cento annualizzato, mostra un contributo determinante dei consumi governativi, a fronte di marcata contrazione dell'investimento e di consumi privati ancora in flessione, sia pur attenuata rispetto al primo trimestre.

A differenza di quanto accade nell'economia reale, in quella finanziaria è per contro in atto da ormai un semestre un movimento di ripresa a V, testimoniato da un recupero degli indici dell'ordine del 50 per cento dai minimi. E' quindi interessante confrontare l'andamento storico dell'economia reale nel momento di un recupero degli indici azionari di questa entità. Lo ha fatto, riguardo gli Stati Uniti, l'economista David Rosenberg, ex Merrill Lynch ed oggi strategist dell'asset manager canadese Gluskin Sheff, ed il risultato è sorprendente.

Ad esempio, storicamente un recupero delle borse del 50 per cento si è verificato in presenza di un'espansione media del Pil del 4,5 per cento, con una occupazione in crescita di 850.000 unità, un indice ISM manifatturiero in confortante espansione al livello di 56,2, profitti aziendali in ripresa del 12 per cento, credito bancario in ascesa del 5 per cento. Oggi, a fronte di un aumento degli indici azionari del 50 per cento, abbiamo Pil, occupazione, e profitti aziendali che stanno tentando di trovare un minimo di ciclo; un indice ISM a malapena tornato al livello di 50, che indica stazionarietà dei livelli di attività; ed il credito bancario ancora in condizioni restrittive.

A livello di mercato azionario, inoltre, occorre segnalare che il rally di Wall Street è avvenuto con un andamento decrescente dei volumi scambiati, che cinque società in condizioni precarie e presenza pubblica determinante nel capitale (AIG, Freddie Mac, Fannie Mae, Citigroup e Bank of America) rappresentano circa un terzo del volume di scambi giornalieri e che, secondo alcune stime, il 70 per cento degli scambi azionari implica un ordine di acquisto o vendita generato da società attive negli ordini elettronici ad alta frequenza, da tempo sotto i riflettori dei regolatori per ipotizzate violazioni delle condizioni di parità di trattamento tra investitori nell'accesso alle negoziazioni.

I forti recuperi dei corsi azionari si sono inoltre verificati non in presenza di una ritrovata redditività, bensì di risultati "meno peggiori" delle attese, e multipli quali il rapporto prezzo/utili appaiono costosi secondo qualsiasi standard, oltre che significativamente superiori ai livelli tipici delle fasi di ripresa. Caratteristica degli annunci sui conti trimestrali aziendali è il forte taglio dei costi di struttura (spese amministrative, commerciali, per il personale) come determinante della tenuta o del miglioramento degli utili, a fronte di andamenti ancora negativi del fatturato.

Come si nota, vi sono sufficienti elementi di cautela rispetto all'investimento azionario, anche se il pervasivo supporto pubblico, l'abbondante liquidità e l'apparente miglioramento dei livelli di attività potrebbero permettere al mercato di proseguire nel breve termine il movimento di recupero o di non subire correzioni violente. L'incognita maggiore è quella relativa al mercato azionario cinese, che si trova in condizioni di sopravvalutazione molto marcata, e che ha iniziato un ribasso piuttosto accentuato sui timori di strette monetarie ed amministrative al credito ed ai flussi finanziari speculativi, elementi che potrebbero far venire meno la trazione sulla crescita globale finora esercitata dalla Cina.



http://epistemes.org/2009/09/01/il-mercato-azionario-e-troppo-ottimista/


Nelle mani di Pechino il futuro del dollaro e dell’economia mondiale

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di Alain de Benoist - 31/08/2009

Fonte: Les Amis d'Alain de Benoist [scheda fonte]

Vari economisti vedono tra le
cause dell'attuale crisi globale il crollo del
sistema di BrettonWoods, fondato
sul dollaro americano, e più in
particolare quello che l'economista
cinese Xu Xiaonian chiama «sovraemissionedimonetadellaFederalReserve».

Edouard Husson e Norman
Palma, per esempio, ritengono che
la crisi derivi dal «privilegio esorbitante
»che permette agli Stati Uniti di
«comprare beni e servizi del mondo
con semplice carta». In ogni caso le
tensioninelsistemamonetariointernazionale
sono una crisi nella crisi.
Elabancarotta delsistema implicherebbe
quella del dollaro.
Instaurato nel 1944, il sistema di
BrettonWoodssibasavasuduepilastri
principali: cambi fissi fra monete
e, soprattutto, riconoscimento
del dollaro come moneta di riserva
internazionale, convertibile in oro
(al tasso fisso di 35 dollari l'oncia),
ma solo nel quadro degli scambi fra
banche centrali. Ma il 15 agosto
1971il presidenteRichardNixondecideva,
senza consultare alcun partner,
che il dollaro non era più convertibile
rispetto all'oro. Ciò nel timore
di vedere certi Paesi esigere la
conversione in oro delle eccedenze
in dollari. «Ora il dollaro è la nostra
divisa e il vostro problema», disse il
segretario americano al Tesoro,
John Connally.
Glisquilibri sisonosusseguiti..Dagli
anni Ottanta il dollaro s'è svalutato.
Abbiamo assistito a un forte rialzodei
tassi d'interessealungotermine,
poi, nell'ottobre 1987, al doppio
cracdi mercati obbligazionariemercatiazionari.
Lasvalutazionedeldollaros'è
accelerataperlacrisi ipotecaria
all'origine della crisi attuale. Nel
2002 un euro valeva 86 centesimi di
dollaro, lo scorso 2 giugno valeva
1,43 dollari - dopo aver raggiunto
1,6 dollari il 15 luglio 2008. Penalizzando
le esportazioni europee, visto
che i prodotti rincarano per gli
americani: la soglia di vulnerabilità
per le industrie europee è stimata a
1,24-1,35 dollari.
Il Paese che batta moneta di riserva
internazionale ha un formidabile
strumento per finanziare economia
e debito pubblico, per imporre a
man salva condizioni finanziarie al
resto del mondo. Perché preoccuparsi
del deficit esteriquandosi possono
stampare dollari per pagare i
fornitori? Svincolandosi dall'oro, il
dollaro poteva moltiplicarsi senza
conseguenze automatiche sul proprio
valore e sull'inflazione e facendo
finanziare all'infinito il crescente
deficit commerciale americano dal
resto del mondo, in particolare coi
Buonidel Tesoro.Morale:ècoi capitali
stranieri che gli Stati Unitihanno
potuto vivere al di sopra dei loro
mezzi.
Poiché le variazioni del corso del
dollaro influiscono subito sull'insieme
dell'economia mondiale, i vari
Paesi devono comprare banconote
emesse da Washington per evitare
squilibri maggiori.Mac'èunlimite e
oggipareraggiunto. L'indebitamento
totale degli Stati Uniti tocca il 340
per cento del Pil e l'indebitamento
privato è il 170 per cento del Pil! Gli
americani sono indebitati per circa
sei anni di produzione industriale e
agricola. Il debito totale equivale a
dodiciannidiproduzione.Cifre allucinanti,
che pongono un problema
al resto del mondo. Specie alla Cina.
Il complesso delle riserve cinesi è
valutato fra 2.000 e 2.300 miliardi di
dollari, con circa 1.400 miliardi (circa
il 70%) in dollari americani (900
miliardi di Buoni del Tesoro, circa
550 miliardi di buoni vari, quasi 200
miliardi di titoli privati e 40miliardi
di depositi a breve termine), mentre
il resto è in titoli emessi principalmente
in euro. Finora c'è stata una
tacita intesa fraWashington ePechino.
La Cina continuava a finanziare
il debito americano, re-immettendo
nel sistema le eccedenze commerciali,
comprando Buoni del Tesoro;
in cambio gli americani aprivano il
mercato interno ai prodotti cinesi.
La Cina era così nella situazione dellacordachereggel'impiccato:
inteoria,
aveva alla sua mercé l'economia
americana; ma, se ne avesse approfittato
per abbatterla, avrebbe danneggiato
se stessa.
Ora la tacita intesa pare agli sgoccioli.
Il messaggio di Pechino ai dirigenti
delG20il 24marzoscorso, alla
vigilia del verticediLondra,erachiaro.
Con la voce del governatore della
loro Banca centrale, Zhou Xiaochuan,
i cinesichiedevanodi sostituire
il dollaro come moneta di riferimento
internazionale con una «moneta
di riserva sopra-sovrana», che
«resti stabile a lungo termine» e che
sia «sconnessa dalle singole nazioni
», insomma una divisa fondata su
un«paniere» comprendentelo yuan,
l'euro, lo yen, il rublo e il real. Oltre
al dollaro, mentre gli Stati Uniti non
vogliono sentirne nemmeno parlare.
D'altronde pare che la Cina si liberi
in ogni modo dei titoli «tossici»,
che per lei sono ormai i Buoni del
Tesoro americani, scambiandoli
coni titoli che le servano a lungo termine
e che siano a prezzi storicamente
bassi. Dalla fine del 2008 Pechino
s'è così disfatta ogni mese di
50-100 miliardi di titoli in dollari,
per circa 600 miliardi. La Cina ormai
compra solo pochi Buoni del Tesoro,
in genere a breve termine. Dalla
fine del 2008 ha rifiutato fra 500 e
1.000 miliardi di Buoni del Tesoro
che il governo americano cercava di
piazzare sui mercati internazionali
per finanziare il deficit pubblico.
Negli ultimi mesi Corea del Sud,
Malesia, Indonesia, Bielorussia, Argentina
e Brasile hanno firmato con
la Cina un accordo di Swap che permette
alle loro imprese di non usare
il dollaro americano per gli scambi
commerciali bilaterali.
Parallelamente,certipaesiproduttoridi
petrolioauspicanodi rimpiazzare
i petro-dollari con i petro-euro.
In aprile il presidente russo Dimitri
Medvedev s'è pronunciato per una
nuova «moneta di riserva mondiale
e sovranazionale», eventualmente
posta sotto l'egida del Fmi. Da parte
loro, le banche centrali di Corea del
Sud, Taiwan, Russia, Siria e Italia
hanno annunciato piani per ridurre
i loro averi/capitali/fondi/disponibilità
in dollari. Insomma la politica
della Banca centrale americana (la
Fed) è sempre più contestata. Ieri,
tutti volevano dollari, oggi tutti vogliono
sbarazzarsene.
«La sorte del dollaro è in mano a
Giappone, Cina e paesi del Golfo»,
diceva tempo fa il socialista francese
Jean-Pierre Chevènement. Di fatto,
è soprattutto nelle mani della Cina.
Se Pechino uscisse dal sistemadollaro,
gli Stati Uniti si troverebbero
subito davanti al blocco dei pagamenti.
Nell'immediato,comeconseguenza
della crisi attuale, gli Stati
Uniti dovranno piazzare sui mercati
finanziari tra 1.700 e 1.900 miliardi
di Buoni del Tesoro. Chi li comprerà?
George Soros diceva nella primavera
2008: «Il mondo corre verso la
fine dell'era del dollaro». Il problema
è che gli Stati Uniti non rinuncerannofacilmente
ai privilegi dellaloro
moneta, anzi faranno di tutto per
continuare a chiedere prestiti all'
estero,perché senzacapacità di prestito
la loro economia crollerebbe
(non dimentichiamo che ogni anno
consumano 800 miliardi di dollari
più di quanto producano come ricchezzanazionale).
I cinesi arriveranno
allo scontro?


(Traduzione di Maurizio Cabona)


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Mercati del credito, 31 Agosto 2009 – chiusi per ferie, la Cina non è più vicina.

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Il mercato del credito è ufficialmente chiuso, a causa della festività londinese. I rarefatti scambi che continuano ad avvenire vedono più venditori che compratori. Notevole la reazione, ancora composta, delle Borse europee ed americane alla continuazione del tracollo cinese, a cui abbiamo già accennato.

Il grafico seguente chiarisce  l'estremo peggioramento relativo delle quotazioni del listino cinese di Shenzen rispetto alle maggiori piazze mondiali. Le prospettive di una veloce ripresa economica si stanno  scontrando con le aspre realtà di un rally di Borsa generato soprattutto dall'eccesso di liquidità nel sistema e non dall'eccesso di fiducia di consumatori ed investitori.

shenzen bubble



http://macromonitor.net/2009/08/31/mercati-del-credito-31-agosto-2009-chiusi-per-ferie/


IDEE/ Tremonti, Draghi e il pericolo del “gattopardo”

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martedì 1 settembre 2009

Ha ragione il ministro per l'Economia, Giulio Tremonti, quando spiega che la grande crisi finanziaria e la successiva depressione economica hanno svelato un nuovo mondo. Che non è più quello del 1900. Non solo per il contesto storico, ma anche per i paradigmi e le ideologie che hanno guidato i rapporti tra gli Stati e tra le persone del cosiddetto "secolo breve". La crisi ha messo a nudo il "re ideologico", le grandi schematizzazioni che servivano a razionalizzare i problemi quando non si ricorreva alla barbarie della guerra.

In realtà, leggere oggi ricette di liberalismo classico, oppure di correzioni keynesiane, o ancora strade stataliste di stampo marxista nelle sue varie accezioni, fa quasi sorridere. Tremonti ha ragione pure su un'altra cosa. Se gli Stati e gli organismi internazionali durante quest'anno hanno evitato il collasso, al momento non hanno ancora messo a punto un nuovo sistema che possa prevenire una nuova grande crisi. In più, l'unico che abbia fatto un discorso "politico" di ampio respiro è stato Papa Benedetto XVI con la sua grande enciclica "Caritas in veritate".

Va visto in questo senso l'attacco di Giulio Tremonti, o meglio l'ammonimento severo, che ha fatto alla grande finanza e alle banche, rivendicando anche in modo polemico la virtù di non "essere un economista". Tutto è cambiato sembra dire il ministro. Ma al contrario del "gattopardo", Tremonti fa intendere: non facciamo che "occorra cambiare tutto per non cambiare niente".

Se è vero infatti che stiamo uscendo faticosamente dal tunnel della crisi, è anche vero che i conti finali della grande depressione devono ancora arrivare in quest'ultimo quadrimestre dell'anno. E saranno rendiconti dolorosi, dove non si possono accendere discussioni e polemiche un po' accademiche sul pil in discesa e sul debito pubblico che sale. Ma ci si deve assumere la responsabilità di dove è nata la crisi, come si è sviluppata e come si deve bloccare in futuro. 

Qui si ritorna al problema di un anno fa, quando si ammetteva pubblicamente che la crisi "era nata in banca" e si alzava il tendone sullo scenario della depressione con il fallimento di Lehman Brothers e chissà perché (un giorno lo sapremo), ad esempio, non di Goldman Sachs. La bolla del credito, lo sbilancio commerciale statunitense, il cosiddetto supermarket finanziario, non erano colpa di un'economia inceppata, ma delle ragioni di una finanza avida, visionaria e al limite dell'assurdità irrazionale.

Abbiamo già dimenticato tutto questo, mentre ci si avvia al termine della crisi? In assenza di Lehman Brothers fallita, Goldman Sachs è ritornata a macinare utili e un Barack Obama piuttosto incerto ha riconfermato Ben Bernanke alla presidenza della Fed. Ma c'è dell'altro. Mentre tutti gli Stati hanno tamponato i bilanci "sfondati" di quasi tutte le banche del mondo, non si parla più dell'assurdità della "banca universale", dei prodotti derivati che hanno provocato il grande crack. E in più, mentre gli Stati cercano di tamponare e di intervenire, si invocano, da parte dei banchieri, riforme e ammortizzatori sociali. Giusto, ma non esageriamo.

È probabile che per uscire dalla crisi, per tamponare il grande disastro non ci fosse altra strada che salvare il "sistema" che si appoggiava sulle banche. Ma è giusta la considerazione di Tremonti che, al momento, non si è potuto intervenire, con tutta la portata necessaria, a favore di famiglie, imprese e risparmiatori «perché abbiamo dovuto sistemare il debito privato delle banche».

È una resa dei conti del dibattito dei prossimi mesi? Non si può affermarlo in modo schematico e perentorio. È invece l'ammonimento a guardare a una nuova realtà, a un mondo nuovo che è arrivato. E a non ripetere, come se nulla fosse, gli errori del passato.

Non si può quindi mettere in contrapposizione un'appassionata relazione come quella del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi al Meeting di Rimini, a quello che dice Tremonti. Si deve piuttosto prendere atto che da un confronto serrato, fatto "in veritate", come suggerisce il Papa, può uscire la soluzione calibrata per affrontare l'exit strategy di questa grande crisi e quindi si potrà affrontare con maggior competenza, coraggio e fiducia anche il futuro.

Forse la crisi, alla fine, è stata paradossalmente necessaria. Tutti i paradigmi del Novecento sono andati in soffitta. Tutta la prosopopea del "guadagna facile e a breve" ha dovuto ammainare bandiera. Il problema oggi è averne coscienza e guardare con realismo a un mondo del tutto nuovo, che deve misurasi innanzitutto con nuovi protagonisti economici e rispettando sempre di più la dignità della persona umana.



http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=36415


Colpi di sole

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Al New York Times un redattore economico deve aver preso un colpo di sole prima di scrivere questo articolo, in cui si dice che con la restituzione da parte delle grandi banche dei soldi per i salvataggi, il governo USA (e quindi i suoi contribuenti) vedono addirittura arrivare dei profitti:

The government has taken profits of about $1.4 billion on its investment in Goldman Sachs, $1.3 billion on Morgan Stanley and $414 million on American Express. The five other banks that repaid the government — Northern Trust, Bank of New York Mellon, State Street, U.S.. Bancorp and BB&T — each brought in $100 million to $334 million in profit.

A casa mia se investo 100 direbbero che ho avuto un profitto se riavessi indietro 100 più almeno un piccolo guadagno altrimenti mi correrebbero dietro con il forcone se di quell'investimento recuperassi solo il 10%. Se guardate infatti la tabella (cliccateci sopra per ingrandirla) i fondi del TARP restituiti ammontano a circa 70 miliardi. E gli altri 630 elargiti dal governo tramite il TARP, il fondo di salvataggio delle banche, dove sono finiti?

Inoltre dalla stessa tabella notiamo tra i debitori che devono ancora rifondere gli aiuti ricevuti (115 miliardi) ci sono i tre grandi gruppi Citigroup, Bank of America e Wells Fargo. I contribuenti americani rivedranno mai quei soldi? Senza dimenticare le altre migliaia di miliardi spesi, prestati, emessi o comunque consumati per sostenere il sistema finanziario in quella che verrà ricordata come la più grande operazione di socializzazione delle perdite nella storia del pianeta.

Ma cos'è, questo strano rumore di piazza lontana...

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Ago 0931


Restringi post Espandi post

Pubblicato da Debora Billi alle 15:42 in Apocalypse now


take_this_one_in_your_face___by_frida_vl.jpgTra i proclami di ottimismo degli economisti globali (uguali al mago Otelma, li definisce Tremonti, che non è sia poi meglio di loro), trovo una bella lista su BlogLavoro da far accapponare la pelle. Eccola qua:

- All'Ideal Standard di Belluno e Pordenone, già 250 esuberi e solo in prima battuta;

- Alla Safilo, in Friuli, 500 posti a rischio oltre ai cassintegrati già presenti;

- 650 in cassa integrazione all Carraro;

- Alla Marzotto scade un contratto di solidarietà per 250 persone; 

- Myair, Vicenza, licenziati in 250;

- Alla Merloni in Umbria,si spera che qualcuno compri la fabbrica. Sono in 3000, a sperare.

- Cablelettra: tra licenziati, cassaintegrati e mobilità sono in 900; 

- La Roccatura di Russotto a Prato è sotto sfratto;

- Pistoia, Radicifil: licenziati in 140, all'improvviso.

- La Delphi di Livorno chiude, a spese di 400 lavoratori;

- Una caporetto al Siderurgico di Taranto: 3000 in ferie forzate, 6500 in cassa integrazione.

- Porto Torres. L'ENI chiude, 900 a spasso più almeno 800 nell'indotto.

A tutti questi si aggiungono i 18.000 precari della scuola e le migliaia dell'indotto Fiat.

(A proposito: i nostri quotidiani che indignatissimi raccolgono firme per la libertà di stampa non fanno menzione degli scontri tra precari e Polizia che si stanno verificando proprio oggi.)


http://crisis.blogosfere.it/2009/08/ma-cose-questo-strano-rumore-di-piazza-lontana.html


FINANZA/ Lo sapevate? La “verde” Cina può fare a meno del petrolio. E si prepara allo scacco matto

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martedì 1 settembre 2009

 

Come spiegavo in un precedente articolo, il mercato delle commodities appare un vero e proprio rompicapo. Infatti, nonostante l'Ice di Londra, il mercato della City dove si trattano i futures sul petrolio statunitense, abbia trovato l'accordo con l'ente di vigilanza Usa affinché smetta di funzionare come una dark pool per squeezes e corners e sia obbligata a tracciare e comunicare le operazioni che in essa vengono compiute (ridicolo nel ridicolo, però, ad oggi il personale addetto a tale operazione è di quattro persone), nessuno sa spiegarsi perché, nonostante la ripresa industriale latiti, il petrolio punti diretto verso quota 80 dollari al barile.

Persino a BlackRock, hedge fund dove certo la parola speculazione non scandalizza nessuno, fanno notare che si sta continuando con lo short covering, ma che il range tra 60 e 80 dollari prefissato per stabilizzare le economie sta virando secco verso il punto massimo: «Nonostante alcuni paesi emergenti chiedano energie, un prezzo a 80 dollari potrebbe creare qualche problema», ha dichiarato Bob Dole, capo dell'investment di BlackRock sempre alla Cnbc. Anche perché altrove, per l'esattezza in Cina, la vecchia dipendenza dai combustibili fossili sta per essere battuta con passi da gigante che noi, sonnolenta Europa ma anche l'America, nemmeno immaginiamo.

Pechino sta infatti "scappando" verso il traguardo dell'energia verde come fonte primaria, conquistando il primo posto per quanto riguarda il tasso di conversione del fotovoltaico salito al 15,6% del totale energetico, ma i tre giganti del settore - Suntech Power, Trina e Yingling - intendono arrivare a quota ancora superiore entro il 2012, anno in cui si intende abbattere del 70% il costo di un watt grazie alle nuove tecnologie basate sull'utilizzo di cadmio telluride. Inoltre, entro il 2020 nasceranno nuove turbine eoliche per il controvalore energetico di 100 gigawatts.

Insomma, la Cina ha trovato il mondo di investire le proprie riserve e la propria manbassa di commodities - soprattutto metalli preziosi e scientificamente strategici - per spezzare il nodo che la lega all'oro nero, alle sue fluttuazioni speculative e alla dipendenza unica. Se andrà avanti di questo passo diverrà davvero il gigante in grado di dominare il mondo: indicizza già i commerci nella sua moneta con tutti i paesi dell'Asia - tranne il Giappone -, si prepara a mettere con le spalle al muro gli Usa rispetto alla gestione del loro debito e ora si lancia sul mercato strategico delle energie alternative dicendo addio a possibili ricatti di Opec, Russia e speculatori di ogni razza e paese.

Sarà anche in crisi - e lo è - ma è destinata a uscirne più forte di prima. Anche perché capace di investimento e attivismo che stanno spazzando via la concorrenza nel settore. I pionieri tedeschi Solarworld e Conergy hanno chiesto l'intervento dell'Ue affinché denunci il dumping messo in atto dalla Cina e dalla sue aziende, i cui progetti saranno coperti per metà dell'investimento dal potente portafogli del ministro delle Finanze cinese.

A Ubs l'analista strategico Patrick Hummel non ha dubbi: «Un gran numero di produttori tedeschi di cellule solari e moduli solari non sopravviverà». E parliamo di un indotto che dà lavoro a 75mila persone e poco tempo fa era leader al mondo.. La Q-Cells sta già tagliando le linee di produzione e 500 licenziamenti sono già stati annunciati a Thalheim, vista la scelta di spostare gli impianti in Asia: detto fatto la sempre previdente e rapida Goldman Sachs ha infilato il titolo della compagnia nella lista della "convinction sell", quelle da vendere subito.

Qualcuno a Bruxelles sta preoccupandosi per caso di questo e di altro che accade nel mondo mentre ancora noi ci arrovelliamo con la ratifica dell'ormai inutile Trattato di Lisbona da parte di un paese in default tecnico? Riflettiamoci…



http://www.ilsussidiario.net/articolo..aspx?articolo=36446


BERNASCONI

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La lumaca si avvicina lentamente alla fine del ramo e dovrebbe tra poco cadere. L'avvenimento sembra imminente ma il movimento é lento e potrebbe assorbire ancora un pò di tempo - e non bisogna sottovalutare le capacità di sopravvivenzza della lumaca!
Il mercati azionari sembrano finalmente essere arrivati alla fine di questo lungo rialzo. Per ora si rifiutano di cadere - il momento non é ancora giunto ma si avvicina.

Ieri le borse europee sono state in difficoltà fin dall'inizio dopo che la borsa cinese ha iniziato la settimana con un crollo superiore al 6%. La pressione dei venditori non é però aumentata e per fine seduta le perdite sono state contenute (ca.1%) salvando i primi supporti. L'America é scesa nella prima ora di contrattazioni sul minimo della giornata ma é poi lentamente risalita limitando le minusvalenze.. Spesso nelle ultime sedute minimi e massimi della giornata sono stati raggiunti all'inizio della seduta. Le borse mostrano le prime debolezze ma per ora gli attacchi dei ribassisti sono contenuti.
La seduta di ieri rientra nel nostro scenario descritto ad inizio settimana:
"In generale il rialzo perde di forza e non viene confermato da altri mercati finanziari come materie prime, petrolio, divise o tassi d'interesse. Il numero dei nuovi massimi ha smesso di espandersi ma per ora il numero di nuovi minimi non si muove. I compratori sono stanchi ma non si vedono convinti venditori. A livello di sentiment si vede parecchia euforia, stranamente sopratutto a livello istituzionale. Riassumendo il rialzo perde di forza e convinzione ma per ora il trend é ancora positivo.
Noi prevediamo ormai da tempo un top e la fine di questo rialzo tra il 4 e l'11 di settembre. A questo top dovrebbe seguire almeno una sostanziale correzione se non un cambiamento di tendenza. Questa é però una speculazione basata su paragoni con il passato. Dobbiamo ora vedere nel corso di questa settimana se questo massimo comincia a trasparire anche sui grafici e negli indicatori. Idealmente i mercati azionari dovrebbero brevemente accelerare in un movimento esaustivo. L'S&P500 potrebbe in questa occasione raggiungere (ed eventualmente superare intraday) i 1050 punti. Per l'Eurostoxx50 abbiamo un'obiettivo grafico a 3000 punti, fatto che non concorda con l'obiettivo per l'S&P500. Non é possibile che un'indice salga del +2% mentre l'altro si rinforza del +7% - ed il tutto in un lasso di tempo limitato. Questa però é teoria - vediamo ora cosa ci dice il mercato."

Ieri l'S&P500 é sceso subito fino a 1014 punti ma poi ha lentamente recuperato chiudendo a 1020 punti e limitando le perdite (-0.81%). Per la prima volta da parecchio tempo i nuovi minimi a 20 giorni hanno superato i nuovi massimi. L'indice ha però chiuso sopra il microsupporto a 1018 punti dimostrando ancora una volta una sorprendente capacità di resistenza. I volumi di titoli trattati restano moderati (NYSE a 1186 Mio.). Per ora rialzisti e ribassisti si bloccano a vicenda confermando la nostra impressione di ieri mattina: "Di positivo abbiamo notato che l'indice non riesce a scendere sotto i 1018 punti. Appena ci si avvicina a questo limite i  compratori reagiscono. Probabilmente lo slancio del rialzo basterà ancora per un balzo verso i 1050 punti. Non vediamo nei dati tecnici un potenziale superiore. Poi dovremo vedere quali sono gli argomenti dei ribassisti che al momento mantengono le loro carte coperte."

Passiamo ora ad esaminare la situazione (charts a sei mesi) sui singoli mercati.


L'S&P500 (-0.81% a 1020 punti) ha perso terreno riuscendo però in chiusura a difendere l'importante livello dei 1018 punti. Strutturalmente il mercato sembra in difficoltà ma per ora i rialzisti si difendono egregiamente. La nostra opinione non cambia: "Per questa settimana la nostra previsione é semplice. L'S&P500 dovrebbe tendenziamente provare a salire verso i 1050 punti. Questo scenario positivo é a rischio solo se e quando l'S&P500 ricade sotto i 1018 punti."


Il Nasdaq100 (-1.10% a 1625 punti) é stato vittima di prese di profitto dopo il nuovo massimo raggiunto venerdì. L'indice si riavvicina così ai 1600 punti mostrando di essere forte ma non abbastanza per accelerare in maniera decisiva verso l'alto. Secondo noi anche la tecnologia sta formando un top a medio termine e dovrebbe indobolirsi dopo la prima decade di settembre. Le nostre previsioni sono immutate: "Il trend rialzista prosegue anche nella tecnologia. Non abbiamo per questo indice un'obiettivo preciso verso l'alto. Attendiamo un movimento esaustivo nella prima decade di settembre e l'inizio di una correzione. Primo importante supporto é a 1600 punti mentre decisivi sono solo i 1560 punti. Prima di scendere dovremmo però salire ancora un pò - e queste dovrebbero essere le prospettive per la settimana."


L'Eurostoxx50 (-1.02% a 2775 punti) si é indebolito chiudendo però sul supporto a 2775 punti. Questo livello sembra a corto termine determinante e ne abbiamo già sottolineato l'importanza nel commento di ieri: "A corto termine esiste un supporto a 2775 punti che sembra corrispondere ai 1018 punti dell'S&P500. Il trend rialzista é ancora dominante anche se la qualità del rialzo é in diminuzione. Graficamente abbiamo un'obiettivo a 3000 punti che però oggettivamente sembra troppo ambizioso. Stamattina l'indice apre sui 2780 punti. È possibile che l'Eurostoxx50 balli alcuni giorni sui 2750-2800 punti prima di terminare questo rialzo con un breve balzo verso l'alto di tipo esaustivo. Poi vedremo quali sono gli argomenti dei ribassisti..."
Stamattina l'Eurostoxx50 riapre a 2795 cancellando le perdite di ieri mattina. Il nostro scenario per i prossimi giorni mantiene la sua validità.


Il DAX (-0.96% a 5464 punti) ha perso terreno salvando però in chiusura il supporto a 5460 punti. Questo comportamento corrisponde a quanto annotato ieri mattina: "(Il DAX)... da alcune sedute sottoperforma l'Eurostoxx50 e sembra particolarmente stanco. Il trend di base resta positivo e dovrebbe perdurare fino alla prima decade di settembre. Ad un'accelerazione di tipo esaustivo dovrebbe poi seguire una fase negativa. In questa occasione dovremmo all'inizio osservare il supporto a 5460 punti."
Oggi il DAX risale in apertura a 5500 punti. Come previsto non é ancora giunto il momento della rottura al ribasso.


L'SMI (+0.09% a 6217 punti) continua la sua sorprendente salita che lo porta a sovraperformare il resto dei mercati europei. Il risveglio di UBS (+0.67%) sta notevolmente aiutando questo indice.
Manteniamo il commento di ieri mattina: "Naturalmente non possiamo che parlare in positivo di un'indice in un trend rialzista che tocca un nuovo massimo. Il prossimo obiettivo grafico e realistico sono i 6400 punti. Poi il rialzo dovrebbe essere (almeno per un pò) terminato. Forte supporto é a 6000-6050 punti."

Scenario 2009

Per quest'anno prevediamo ancora una continuazione del bear market. Il minimo a 666 punti di S&P500 raggiunti il 6 di marzo deve essere testato. Un nuovo minimo sotto questo livello non é da escludere. Più probabile però sembra ora un nuovo minimo ascendente  tra i 740 ed i 820 punti di S&P500.
Gli analisti fondamentali stanno continuamente rivedendo le stime degli utili delle società. Ad un certo momento erano scesi fin sotto i 30 USD. Ora che la recessione sembra avvicinarsi alla fine ed il pericolo di una depressione sfuma, le stime ufficiali per il 2009 (al 30 giugno 2009) sono risalite a 55.54 USD. Capitalizzando questi utili con un P/E normale di 15/16 si arriva ad un valore teorico dell'S&P500 di 850 punti. In questi dati é però scontato un recupero marcato dell'economia ed un forte aumento degli utili delle imprese. Ricordiamoci che gli utili operativi 2008 delle società dell'S&P500 sono stati di 15.09 USD. Di conseguenze stimare ora correttamente gli utili delle società e determinare un giusto rapporto P/E per capitalizzare questo valore é un'impresa ardua. Troppe sono le variabili e le incognite. Se gli utili risalissero solo a 40 USD e la ripresa fosse anemica, un P/E di 12 sarebbe più adeguato portando il valore teorico dell'S&P500 a 480 USD.
Riassumendo tecnicamente e fondamentalmente i 950 punti di S&P500 raggiunti nella prima decade di giugno corrispondono secondo noi ad una sopra-valutazione del mercato. La prossima dovuta fase di ribasso ci dirà a quale punto si trova la congiuntura mondiale. 

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