
01/10/09
vorwerk
Il FOLLETTO commenta la notizia sull’Islanda e in effetti mette il dito nella piaga...
zio
“La notizia è importante, però quale dogma di liberismo senza regole, è vero l'inverso: le 7000 leggi, regolamenti ecc., che ci sono solo in USA ad esempio, che hanno regolato finora questo falso liberismo hanno creato la situzione attuale.
Regole che hanno giustificato giuridicamente le più grandi porcherie di contratti truffa....”
Il Folletto
Inoltre puntualizza il dato sulle mancate incoming personal tax ( Incredibile come il nostro Folletto non creda al fatto che il peggio sia ormai alle nostre spalle!!! ;-) )
z.
“Ciao Zio,
l'ottimo beatotrader riporta un dato significativo
http://lagrandecrisi2009.blogspot.com/2009/09/usa-crollo-del-gettito-fiscale.html
riportato da
http://blogs.wsj.com/economics/2009/09/29/tax-revenue-tumbles-change-in-receipts-by-state/
In realtà, come mi fa notare un amico dei nostri, i dati dovrebbero essere messi un pò più in evidenza.
"allucinante il dato delle mancate incoming personal tax, a parte hawaii o new mexico che contano briscola quel 44% di entrate in meno dell'arizona (a phoenix c'è il più grande distretto di logistica industriale di tutti gli usa)"
No Comment”
Il Folletto
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Addio al PIL?
di Andrea Bertaglio - 01/10/2009
Fonte: Terranauta [scheda fonte]
Da alcuni anni Maurizio Pallante ed il Movimento per la Decrescita Felice mettono al centro dei loro discorsi e delle loro proposte la contestazione al PIL come metro di misura del benessere dei popoli e delle nazioni. Dopo essere stati definiti molte volte dei catastrofisti, dei retrogradi se non addirittura degli ingenui, il profondo senso della messa in discussione di un certo tipo di sviluppo e di una impossibile crescita economica illimitata è stato recepito anche dai massimi livelli del mondo politico europeo.
La consapevolezza dell’impossibilità di una crescita economica materiale e quantitativa infinita ha pervaso anche il mondo politico
L’imperante crisi economico-finanziaria di questo periodo storico ha molti risvolti, certe volte anche positivi. La riduzione dei consumi, ad esempio, ha portato in alcuni casi ad una diminuzione dello sfruttamento di risorse e dell’inquinamento, ma soprattutto alla ri-valorizzazione (a volte forzata, è vero) di certi aspetti della vita sociale e familiare come il dono, la reciprocità ed il risparmio (e di conseguenza il valore delle cose).
Tutto questo sta mettendo nella condizione non solo le singole persone, ma anche le Istituzioni, di considerare se gli attuali metri di misura del nostro benessere sono effettivamente da ritenere tali, a partire dal Prodotto Interno Lordo. Il PIL, si sa, misura solo la circolazione di merci e di denaro, in quanto esso è solo il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all'interno di un Paese in un certo intervallo di tempo.
Esso è la più conosciuta unità di misura dell'attività macroeconomica. Ideato negli anni '30, il PIL si è trasformato in un parametro standard usato dai responsabili politici di tutto il mondo e ampiamente citato nei dibattiti pubblici, e riunisce il valore aggiunto di tutte le attività economiche basate sul denaro.
Molti studi e rapporti sono stati pubblicati negli ultimi tempi riguardo al fatto che ci sono altri fattori che devono essere presi in considerazione quando si cerca di capire quanto i cittadini di una nazione si sentano felici o soddisfatti delle proprie vite, come certe caratteristiche della sfera personale e sociale, o come l’impronta ecologica e la sostenibilità ambientale.
Il PIL è la più conosciuta unità di misura dell'attività macroeconomica
Ottimi esempi sono “I limiti dello sviluppo”, redatto già nel lontano 1972 dal Club di Roma (titolo originale: “Limits to growth” – “I limiti della crescita”), il recente ”Happy Planet Index”, studio internazionale realizzato dalla londinese “New Economics Foundation” che, prendendo in esame 143 Paesi (nei quali risiede il 99% della popolazione planetaria), ha stilato una graduatoria mondiale della felicità percepita, focalizzandosi piuttosto che sulla misurazione della crescita o meno del PIL su punti quali aspettativa di vita, felicità ed impatto ambientale delle persone nelle diverse nazioni.
E che dire della ancora più autorevole comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo “Non solo PIL - Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, mediante la quale addirittura le Istituzioni europee hanno deciso di creare entro il 2010 nuovi parametri che cerchino di misurare il benessere collettivo.
L’ultimo in ordine di tempo fra questi importanti studi è stato realizzato dalla “Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress”, coordinata dal premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz che ne ha presentato il rapporto finale insieme ad un altro importante premio Nobel per l'economia, Amartya Sen, ed al noto economista francese Jean Paul Fitoussi.
Questa Commissione è stata voluta agli inizi del 2008 dal governo francese e dal presidente Nicholas Sarkozy, il quale ha fin dall’inizio fornito forte appoggio e rilevanza politica, ed è stata formata da altri premi Nobel ed illustri economisti, fra i quali Daniel Kahneman, Lord Nicholas Stern (si ricordi la "Stern Review on Climate Change" che ha calcolato i costi economici del cambiamento climatico) e l’italiano Enrico Giovannini dell’OECD, attuale presidente dell’Istat.
Il PIL misura solo la circolazione di merci e di denaro
Come per gli altri studi succitati, l'obiettivo del lavoro della Commissione è stato proprio quello di identificare i limiti del PIL come indicatore della performance economica e del progresso sociale; di considerare quali informazioni aggiuntive sono necessarie per la produzione di nuovi indicatori di progresso sociale più rilevanti; di sistematizzare la possibilità di strumenti capaci di misure alternative e di discutere come presentare le informazioni statistiche in modalità appropriate (Gianfranco Bologna).
Il rapporto argomenta raccomandazioni che partono dalla valorizzazione di svariati aspetti e capacità di misurazione di fattori che, appunto, non sono compresi nel PIL. Le misurazioni relative alla sostenibilità sono state un impegno centrale della Commissione, proprio perché in questo risiede la sfida di mantenere gli attuali livelli di benessere senza necessariamente compromettere quelli delle generazioni future.
L’importanza di questo rapporto non risiede solo nel prestigio dei componenti della Commissione che lo ha realizzato, ma come già accennato sull’alto livello del dibattito internazionale che ha scatenato l’appoggio del presidente della Repubblica francese nell'agenda politica planetaria, che si spera possa presto portare a delle decisioni concrete in materia di economia e di ambiente.
Sta di fatto che le idee, le proposte ed i contenuti del Movimento per la Decrescita Felice fondato da Maurizio Pallante non fanno più parte di un discorso di nicchia, ma hanno iniziato seriamente a “contaminare” i più alti livelli del mondo politico ed economico. Finalmente!
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Gli Usa senza la Cina
di Ilvio Pannullo - 01/10/2009
Fonte: Altrenotizie [scheda fonte]
Dopo la palese incapacità dimostrata nella crisi ancora in atto, credere alle parole del Fondo Monetario Internazionale è diventato un atto di fede. Va detto, tuttavia, che se considerate nella giusta ottica, le valutazioni della celebre istituzione finanziaria possono risultare utili per intuire quanto non viene detto. In un discorso tenuto ieri a New York, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, forse stanco di mentire, ha affermato: “La crisi potrebbe innescare una guerra nei Paesi più poveri”. La posta in gioco sul tavolo della crisi, ha detto Strauss-Kahn, "è molto alta nei paesi a basso reddito dove la popolazione è particolarmente vulnerabile" e per i quali "le conseguenze potrebbero essere disastrose".
Marginalizzazione economica, instabilità politica e sociale e un crollo della democrazia, potrebbero sfociare in una guerra. Nulla questio sulla gravità della situazione descritta, ma quello che non viene detto è che un simile scenario potrebbe riguardare anche il cuore dell’impero, gli Stati Uniti d’America. In un momento in cui la crisi sembra attenuarsi, sullo scacchiere internazionale c’é infatti chi muove i suoi pezzi in vista della sicura resa dei conti.
La notizia è di quelle dal basso profilo e dalle imponenti conseguenze. Dopo le colossali recenti immissioni di liquidità da parte della Federal Reserve per sanare i buchi di bilancio dei colossi di Wall Street, si aspetta alla finestra l’iperinflazione che interesserà la valuta americana. Non tutti però stanno a guardare: da tempo – come si è già segnalato – il gigante cinese sta silenziosamente liquidando le proprie riserve valutarie quotate in dollari per evitare di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, quando gli effetti delle politiche monetarie americane incominceranno a manifestarsi.
La novità recentemente segnalata dal giornalista Lawrence Williams sul sito Mineweb e ripresa da gran parte della rete, è che le organizzazioni statali cinesi stanno facendo pubblicità all'idea di comprare oro e argento. Come si trattasse di sapone in polvere, la popolazione cinese, nota per il suo numero e già nella mentalità di acquisto di oro e preziosi, viene sollecitata a mettere al sicuro i propri risparmi attraverso l’acquisto del pregiato metallo. Come risultato, quest'anno o il prossimo, la Cina probabilmente supererà l'India come maggiore acquirente di metalli preziosi.
L’idea, semplice ed efficace - in piena sintonia con la saggezza tipica dei grandi generali cinesi - è quella di portare dentro i confini nazionali la maggiore quantità possibile di quell’unico valore che, nei momenti di crisi strutturale, quando tutto pare di colpo perdere valore, si rivaluta. Il tutto, però, senza allertare i mercati finanziari per evitare che la situazione precipiti prima del dovuto. Sta di fatto che la strategia cinese è chiara come il sole allo zenit ed ancor più chiare sono le conseguenze di una simile politica. Senza l’appoggio del credito cinese il valore del dollaro crollerebbe alla prima vera spallata.
La Cina nell’ultimo decennio è stato il principale finanziatore di questa politica economica. Se il dollaro verrà sostituito come moneta per gli scambi internazionali e quindi come moneta di riserva di tutti gli Stati, questi saranno costretti a cambiare i dollari in loro possesso per la nuova o le nuove monete che si utilizzeranno negli scambi internazionali; ciò determinerebbe una forte svalutazione della moneta statunitense e per conseguenza, continuare ad avere enormi quantità di dollari significherebbe ritrovarsi con una quota di riserva fortemente svalutata.
Esemplificando e semplificando quanto sopra: se oggi, i circa 2.000 miliardi di dollari in riserve cinesi ammontano a circa 1500 miliardi di Euro, domani con un dollaro svalutato ad esempio di un 50%, rispetto all’Euro, le attuali riserve cinesi passerebbero a valere circa 1.000 miliardi di Euro. Tra l’altro la svalutazione del dollaro è praticamente l’unica strada percorribile e sicuramente auspicabile dal governo USA per ridurre drasticamente l’ingente e sempre crescente debito pubblico accumulato: si comprende dunque, la necessità per i cinesi di liberarsi dei dollari accumulati o ridurre drasticamente questa cifra; maggiore sarà la riduzione, minori saranno le perdite.
Oggi la Cina è la terza economia del mondo e nel 2010, secondo stime del FMI, sarà la seconda, con un sensibile avvicinamento a quella USA; nel 2008 il PIL cinese era pari al 29% di quello USA, nel 2014, sarà pari ad oltre la metà. Fino ad ora, la crescita è stata assicurata soprattutto grazie alle esportazioni e paradossalmente il punto di forza dell’economia cinese sta nel fatto che non ha ancora un mercato interno; riprogrammare la produzione verso il mercato interno significa continuare la corsa alla crescita.
In sostanza, la Cina se in questi ultimi 20/30 anni ha fondato lo sviluppo sulle esportazioni, nei prossimi anni dovrà riprogrammare l’apparato produttivo verso il mercato interno, per stimolare il quale dovrà concederà maggiori benefici ai propri lavoratori. Non sarà ovviamente un’operazione automatica e indolore, ma questa è la strada che il gigante asiatico ha già cominciato a percorrere da qualche tempo a questa parte. Con queste premesse non si va lontano dalla verità se si afferma che la Cina rappresenta il futuro dell’attuale sistema economico.
Al momento, all’orizzonte si profila un mondo multipolare che sostituirà progressivamente l’attuale mondo dominato dallo strapotere USA. Uno dei poli è precisamente incentrato sulla Cina e l’Asia. Gli altri poli saranno costituiti dal blocco Latinoamericano, dal blocco che fa capo alla Russia, dal mondo Arabo ed ovviamente dall’attuale occidente (USA, Canada, Europa occidentale ed Australia/Nuova Zelanda), che sia pure in declino continuerà a svolgere un ruolo importante a livello mondiale.
E’ probabile che in ognuno di questi poli si affermi una moneta di riferimento. Viste le condizioni attuali è molto probabile che il dollaro sia sostituito, almeno in una fase di transizione, non da una sola moneta, ma da un paniere di monete regionali. Una cosa è sicura: si preannuncia una fase molto interessante, un momento di redistribuzione del potere e - si sa - sono avvenimenti che non accadono mai tranquillamente. L’affabile Obama, speranza di milioni di americani e non solo, dovrà impegnare tutte le sue abilità per giocare al meglio questa partita. Una partita che gli Usa dovranno giocare senza l’alleato cinese.
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China Rises While United States Declines
Bill Bonner
Our old friend Marc Faber is "highly confident" that things will turn out badly.
"The future will be a total disaster, with a collapse of our capitalistic system as we know it today, wars, massive government debt defaults and the impoverishment of large segments of Western society," he writes.
"We have a money-printer at the Fed," he continues, "which guarantees runaway inflation, wholesale debasement of the dollar, and a major lowering of living standards for most Americans and many Europeans as well.
"Meanwhile, Paul Volcker says that China's rise merely 'highlights the relative decline of the US.'"
So there you have it: China on the way up, America on the way down.
That's the drama that we're watching every day, here at The Daily Reckoning. In our view, the peak of US wealth and power probably came during the period between the fall of the Berlin Wall and the fall of Lehman Bros. But there are probably a lot more shoes to drop before people are fully aware of what is going on.
The way we see it, almost the entire 20th century was a mistake...a dead end.Europeans were clearly on top of the world when the century began. Then, after WWI the Europeans in America took the lead role. But WWI shook their faith in their evolving political order. Not long after, the German hyperinflation and the Great Depression shook their faith in their economic and financial order. This left a huge vacuum, which was soon filled by ruthless adventurers and ideological schemers. Much of the rest of the century...from '39 to '89...was spent in hot wars and cold wars against these Bolsheviks, Fascists, Stalinists and Maoists.
In the end, the more reasonable and consensual societies of the West won the battle. But they, too, were transformed by 50 years of war and nearly a century of bad ideas.
"Whoever fights monsters should see to it that in the process he does not become a monster. When you look into the abyss, the abyss also looks into you," Nietzsche warned.
Looking into the abyss created by Mussolini, Hitler, Tojo, Pol Pot, and the rest, Western societies decided both to fight them...and to join them. Tax rates soared. Regulations multiplied. University professors taught socialism, Freudianism, modernism, cubism, feminism, racism...and every other 'ism' they could think of. Parents spent good money to spend their children to universities that turned them into mush-heads.
And - perhaps most ominous - in the United States of America, the military grew into a greedy, grasping goliath...the very thing Eisenhower had warned against.
Then, there were counter-trends in the '80s...led by Margaret Thatcher in England and Ronald Reagan in the United States. But these were mostly frauds. Top marginal tax rates were rolled back. And there were some cuts in regulatory procedures. But government spending tended to go up anyway. Worse, Ronald Reagan mistook the Soviet Union for a genuine threat and increased military spending even further to combat it.
And now, the United States staggers under the weight of its eternal wars...its imperial illusions...and its everlasting efforts to provide bread and circuses. If it kept its books like a private enterprise, it would be broke. If it were a public corporation, it would be de-listed.
Still, it spends and spends...and there is no stopping the spending. Trillions are spent on wars in Iraq and Afghanistan, for no apparent reason. But who complains? Too much money is at stake. There are too many lobbyists for too many industries and too many special interests involved. Military spending - even in a time when America faces no substantial challengers - cannot be rolled back. Neither can social spending.
Marc Faber is right. There too, there are too many people with too many dogs in this fight. Both military and social spending will continue to expand until the empire is ruined.
Until tomorrow,
Bill Bonner
for The Daily Reckoning Australia
Since founding Agora Inc. in 1979, Bill Bonner has found success and garnered camaraderie in numerous communities and industries. A man of many talents, his entrepreneurial savvy, unique writings, philanthropic undertakings, and preservationist activities have all been recognized and awarded by some of America's most respected authorities. Along with Addison Wiggin, his friend and colleague, Bill has written two New York Times best-selling books, Financial Reckoning Day and Empire of Debt. Both works have been critically acclaimed internationally. With political journalist Lila Rajiva, he wrote his third New York Times best-selling book, Mobs, Messiahs and Markets, which offers concrete advice on how to avoid the public spectacle of modern finance. Since 1999, Bill has been a daily contributor and the driving force behind The Daily Reckoning.
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The Supply of Oxen at the IMF
Antal E. Fekete
Some years ago I penned a paper with the title "The Supply of Oxen at the Fed". I am indebted to Alan Greenspan for a great line in one of his speeches, entitled The History of Money, from where I borrowed my title. He wrote: "If fiat money falters, we may have to go back to oxen as our medium of exchange. In that event, I trust, the Federal Reserve will have an adequate inventory of oxen." My article was designed to reassure Mr. Greenspan that the supply of oxen at the Fed was very secure indeed, in no small measure due to his stewardship.
The story bears repeating because, as events of the intervening years have proved, the prize specimen of the supply of oxen at the Fed is the chairman (past and present). When the faltering of paper money looms large on the horizon, his first thought of an alternative is not gold. It is oxen. Nor is it a nick of time too early, as fiat money is faltering as never before. But even if the Fed should get caught short-handed, it can always rely on a backup. The supply of oxen at the International Monetary Fund is infinite.
The IMF is trotting out its old war-horse, the threat of auctioning off its monetary gold. This time it appears to be for real. The IMF is making preparations to get rid of a sizeable chunk of that part of its capital that has no counterparty liability attached in the form of central bank IOU-nothings, or government bonds alias certificates of guaranteed confiscation.
The IMF sounds very emphatic about its intentions of doing the self-mutilation in such a delicate manner as not to disrupt the gold markets. Pity the IMF. It is worried about upsetting the gold market, not about frittering its capital away. The IMF promises to do the auctions in a "transparent" fashion. It is true that the gold market is small in todays' metric where the trillion-dollar unit will soon appear inadequate. Still, the IMF's sting operation, and the accompanying soothing words sound more like the mosquito saying to the elephant before the blood-meal: "baby, my darling, it won't hurt".
It is abundantly clear that the IMF and its puppet-masters behind the screen want to hurt the gold bugs, and hurt them badly. As paper currencies without exceptions are engaged in a game of "all fall down", and do it impulsively and competitively, gold is the only money that stands up. It must be clubbed down, or else. That has been the rule of the game ever since president Nixon on the advice of Milton Friedman "made the gold markets free" in 1971. In the beginning it was US Treasury gold that was auctioned off in order to club down the rising gold price. But then the managers of the paper dollar found it cheaper to auction off other people's gold for that purpose through arm-twisting tactics. The selling of paper gold through futures markets and the leasing of gold through bullion bank intermediaries has been thoroughly discredited. Only fools believe that those outstanding forward contracts will be settled in specie. Holders of paper gold will be lucky if their contracts will be settled in paper. The market is crying for physical gold. Nothing less will pacify it. By now the US Treasury has run out of arms to twist, after it has twisted the arms of smaller countries holding gold such as Belgium, the Netherlands, and Switzerland making them to sell their gold reserve. The recalcitrant Congressmen who had blocked the IMF gold sales in the past have been bought off. The IMF gold is now ripe for the picking. Not to see the life-and-death struggle of the managers of global paper money fighting gold - the stern taskmaster of all banks, real or virtual, and of all governments - is tantamount to turning a blind eye to reality.
The question is whether the IMF - like the proverbial kid in the forest playing false alarm on the lumberjacks - "has cried wolf" once too many times. The wolf around the corner may be real this time, ready to devour the prankster. To be sure, the gold price will fall on the news that the gold auction has started in earnest. The market will obligingly bring down the price to make it easier for the IMF to unload its burden. But after the IMF relieved itself, the price will go back and on to new records. It's inevitable. It can be predicted with the certainty of science.
Why will the price of gold reach new highs after the IMF gold auctions have been completed? There is a very simple reason: the assets backing the dollar, against which the gold is being sold, has been diluted. The IMF is exchanging its hard asset, that is nobody's liability, for the soft: the liability of the Fed printing money as if there is no tomorrow. Under these circumstances it is suicidal to sell hard assets. Yet there it is: IMF gold is on the block.
The excuse the IMF uses to justify the gold sale is to raise funds for bailing out over-indebted countries. It is a lame excuse indeed. A bank, if it is run on a rational basis, will worry about its capital structure before embarking upon a course of extended lending, especially lending to bankrupt governments. You never ever dilute your capital base.
This does not mean that gold bugs will not be fooled - again. Some, perhaps many, will be. They will sell their gold into weakness making it look like the bloom is off the golden roses. But all what this game of hoopla means is that gold is passing from weaker into stronger hands. The weak hands are fading into oblivion, as they must.
To really understand gold and its true strength one must see that it is not the speculative leveraged segment of the market that is animating it. Of course, speculators will ever be ready to sell off at the sound of the whistle from the IMF. But time is coming when they will be unable to replenish their supply. The IMF tells them to sell their cash gold, but it will not tell them how to buy it back. That's the catch. The unemotional holder of gold follows the gold basis, rather than the gold price. Only the gold basis will tell you whether you can reasonably expect physical gold to be available tomorrow and the day after. Or whether it is more likely that one day, soon, we wake up to find that "gold is no longer for sale at any price". Gold mines will hang out the notice: "Holders of dollars need not apply". This is going to be the exact replica of what happened to holders of assignats, mandats, Reichmarks and, more recently, of Zimbabwe dollars. These finely embellished bank-notes were once exchangeable for gold at a variable price - for awhile. People took it for granted that they would always remain so. Then one day, when least expected, the supply of gold against paper went dry. The music stopped on this particular game of musical chairs. Those who had the paper in hand were out of luck. There is nothing in monetary science that would make the future outlook for the US dollar more rosy than that of the Zimbabwe dollar. Of course, there are more tricks that can be pulled out of the hat of the Fed than those available to the managers of the paper mill in Harare. But a paper mill is just a paper mill. The fact that it is on the Potomac river won't make its product immune to rotting, that congenital disease of all paper currencies.
The IMF has been around scarcely for sixty-five years. By its original charter it was supposed to make foreign exchange rates fixed, and currencies gold-backed, albeit indirectly. It was supposed to be the linchpin of the international monetary system. In less than twenty-five years it has managed to go through the goodwill that was its endowment. One-by-one the obligations of the IMF were shed, leaving the institution without a mission or a purpose. The IMF should have been scrapped and its gold returned to the original subscribers in full when corrupt politicians, following advice from corrupt economists, abandoned the regime of fixed foreign exchange rates in 1971. But the IMF was left in place, and it stood there as a bombed-out air-raid shelter. It continued to be used as a bully-pulpit from which the gospel of monetary rectitude is still being preached - making it the laughing stock of the world.
This is not to say that this clown of the US Treasury has not done enormous damage to the economies of Soviet-occupied countries as they were regaining independence after the crumbling of the Berlin wall. The IMF has earned eternal shame as the chief agent "to make the world safe for fiat money". If it did not succeed in its mission, it was not for lack of trying.
One of the first things the IMF did as an agent of the US Treasury, after the inglorious collapse of the Soviet Union in 1990, was to force countries formerly under Soviet occupation to dispose of their gold reserve in exchange for IMF membership. Fancy the enormity of this crime. Even under the harshest of Soviet military occupation these unfortunate countries were allowed to keep their gold reserve, and with it some faint promise of a better future. Then come freedom, American style, for which these countries have been yearning for half a century. Lo and behold, the first thing they have to give up is their gold reserve - in the defense of the dollar system that had gone bankrupt twenty years earlier! The IMF will never be able to live down what amounts to the monetary rape of Eastern Europe and its "captive nations". The IMF was the shepherd dog, shepherding these people under American auspices from one slave labor camp into another.
The miserable 65 years of history of the slave-driver IMF must be compared to the superb history of five millennia of gold as money and indestructible agent of freedom. The world's understanding of gold and its role in human history is very imperfect indeed, to say the least. People are in the habit of watching the gold price and trying to interpret its zigzagging as you would try to decipher messages from an oracle or the predictions of a false prophet. They keep talking about gold being 'weak' or 'strong'. But when it comes to the rock of Gibraltar, all talk about strength or weakness is entirely out of place. The only question is whether the boat of paper money, and its voyageurs, can survive the shipwreck when their boat is smashed against the rock of Gibraltar.
The outstanding fact about gold is that during the past half-a-century mines have disgorged an amount equal to all the gold previously produced during the course of history. And all this gold has disappeared without a trace. It has been devoured by an insatiable private demand - a stark reminder that politicians after two world wars have failed miserably to re-establish the financial and social order and security of the nineteenth century that the world had hoped for, in order to be able to function properly. Yet the gold that has disappeared in private hoards, the fruits of half-a-century mining effort, an amount matching in size what the world has produced since the dawn of civilization, is not lost completely. It has just gone into temporary hiding. It does not like the floating foreign exchange rate system. It abhors the swinging rate of interest. It hates the style of banking adopted after bank reserves were insulated from any influence of the saving public. It does not like the conspiracy of the banks and the government against the public good.
Vanishing gold - measured by its vanishing basis - shows the greatest vote of no-confidence ever registered in all history, as far as confidence in the political and monetary leadership of the world is concerned. The gold will re-emerge triumphantly when the global regime of irredeemable paper money bites the dust - as it most certainly will in this century, probably during the next decade. When that happens, the paper tower of Babel will come crashing down. All paper fortunes will be wiped out. The world will stand denuded of its capital. It will be unable to pay wages to the workers, to say nothing about paying pensions to the retired segment of the population. We shall witness the greatest change of guards ever. Bankers will deny their profession and will, like John Law of Lauriston fleeing from Paris, put on female garments and leave town under the cover of the night. Only those with gold in hand will be able to provide capital to re-boot the productive apparatus of society and to rebuild the financial system necessary to support it.
Those who seek refuge in gold today have no reason to be ashamed, in spite of the scorn heaped upon them by the media and academia. Rather, they should be proud. They have an historic mission to accomplish - to save our civilization from total extinction. They are the inhabitants of Noah's Ark. They carry the seed corn, and they are the custodians of the gene bank, with which they will have to start from scratch when the water recedes. Let the Nervous Nellies sell their gold into weaknesses in trying to turn a paper profit. Those strong in faith know that they are part of the select few, taking a voyage in the Mayflower to the Promised Land.
And herein you find the historic significance of the IMF gold sales. It is good news, very good news for those with a proper appreciation of history as it unfolds before our very eyes. Permanent gold backwardation as a threat to society has been temporarily removed. The Last Contango in Washington has been postponed. There is a little more time to prepare for Armageddon. Those who want to vote on how the world should be rebuilt and governed, those who believe in peace, progress, and prosperity under the gold standard after the coming collapse of the paper system, can still secure their ballot in the form of a gold coin. Just ignore the gold price. Gold is still cheap, thanks to the supply of oxen at the Fed and the IMF. And, lest injustice be done, also thanks to the supply of oxen at the US Treasury.
Ignore the gold price, yes, but keep your eyes peeled for the gold basis. It is your only reliable guiding star in these treacherous financial waters. It will tell you in advance when gold will cease to be offered for sale at any price, whether quoted in Zimbabwe dollars, or in US dollars, Swiss franks, Euros, Ameros, or in whatever monetary cocktail the 'experts' may come up with in the future.
The last gold coin ever sold in exchange for paper will go to someone who is fully conversant with the concept of the gold basis. Is it going to be you?
References
Alan Greenspan, The History of Money (2002)
Antal E. Fekete, The Supply of Oxen at the Federal Reserve, January 20, 2005, see www.professorfekete.com
© 2009 Antal E. Fekete
Gold Standard University Live
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We're Off to See the Wizard - New film offers fix for economy
WorldNetDaily
Debt-buster explains, 'No amount of 'stimulus' can pull us out of this hole'
The United States is headed for a deep depression, says a new film from the maker of "The Money Masters," unless lawmakers address the root of the problem: the mounting interest payments on the national debt.
"No amount of 'stimulus' can pull us out of this hole," said award-winning filmmaker, Bill Still. "It's the interest payments on the national debt that are sucking the life out of the economy."
"The numbers are staggering and inescapable," warned Still. "In 2009 the U.S. government will spend $700 billion on interest payments on the national debt – nearly 25 percent of the national budget. Compare that to $18 billion for the entire NASA budget. We are spending more on interest payments every year than we have spent totally on the war in Iraq. This system has got to go!"The solution, according to "The Secret of Oz," is no more national debt.
A 10-minute preview of the film can be seen below:
"Nations don't have to borrow," said Still. "It's a deception going back hundreds of years designed to make big banks rich."
Thomas Jefferson would heartily approve of such a prescription:
"I wish it were possible to obtain a single amendment to our Constitution," Jefferson said, "taking from the federal government the power of borrowing."
How do we fix this? Amazingly, the film says that the fix for the economy is hidden in symbols embedded in one of the most beloved children's stories of all time, "The Wonderful Wizard of Oz."
The yellow brick, the emerald city of Oz, even Dorothy's silver slippers (changed to ruby slippers for the movie version) were powerful symbols of author L. Frank Baum's belief that the voting electorate – not the big banks – should control the quantity of a nation's money.
"Just look at history. The issue was just the same in the 1896 Presidential election as it is today," said Still. "'The Wizard of Oz' was written in 1900 after L. Frank Baum saw that the populist monetary reform movement was going to die. It was a desperate flare which Baum fired up into the dark night of history, hoping that someone in the future would pay attention to the greatest issue of their time – and ultimately ours – humankind's escape from the debt money system."
Now, a little more than 100 years later, "The Secret of Oz" reemphasizes the overwhelming importance of the issue: "This system is literally the primary cause of most of the world's hunger, poverty, misery and disease."
"The solution is not complicated," says Still. "We can fix the economy in a single year. The solution is nothing new or radical. It's been done time and time again throughout history. Abraham Lincoln did it to win the Civil War. Benjamin Franklin did it to pull Pennsylvania through the Revolution. This is the secret that's been hidden from us for 100 years. We just have to know about it."
The film features appearances by Peter Schiff, Joseph Farah, Professor Michael Hudson and authors Ellen Brown and Byron Dale.
The film has already enjoyed success at film festivals. It won the Silver Sierra award at the Yosemite Film Festival and was made an Official Selection of two Florida film festivals, INDIEFEST and the Orlando Film Festival.
The film's premier on Oct. 2 will be at the Louisville International Film Festival, one of a handful of Oscar-qualifying film festivals.
"These are huge festivals that finally bring monetary reform into a long-overdue national spotlight," said Still.
Still's newest film, "The Secret of Oz," will premier at the Louisville International Film Festival on Friday, Oct. 2, but is available for purchase right now at WND's SuperStore.
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Tassi USA ancora giù: Collasso valutario ?
La Fed mantiene i tassi d’interesse a questo livello dal primo dicembre 2008, dopo averli diminuiti progressivamente dal 3,5% del gennaio dello stesso anno. Il crollo del dollaro è connesso ai bassi tassi d’interesse, che a loro volta sono legati all’enorme espansione fiscale Usa, cioè all’enorme immissione di liquidità da parte dello Stato e della Fed, in uno sforzo per mantenere in piedi il sistema finanziario.
La situazione, però, è arrivata a livelli di guardia, il valore dei titoli del debito pubblico superano gli 11,8 trilioni di dollari mentre il deficit ha superato l’11% del Pil. Intanto, le agenzie federali preposte a tamponare la crisi si trovano in difficoltà. Ad esempio, la Federal Depot Insurance Corporation (Fdic) non ha più fondi. Quest’agenzia, creata nel 1933 per garantire il sostegno alle banche colpite dalla Grande depressione, si è dissanguata per soccorrere le 94 banche fallite da quando la “crisi dei mutui” è scoppiata e per impedire che altre decine ne seguissero la sorte. Dei 45,2 miliardi di dollari messi a sua disposizione dal governo ne rimangono appena 10. Ora sembra che la Fdic pensi addirittura a ricorrere a prestiti delle banche “sane”, piuttosto che chiedere contributi obbligatori alle banche stesse o altri finanziamenti straordinari al Tesoro.
Dietro tale ipotesi ci sono le banche e i loro lobbisti a Washington, che evidentemente sperano, come in una specie di partita di giro, di guadagnare prestando al governo ciò che questo gli ha elargito. Dall’altro lato, c’è anche l’intenzione di ridurre lo stimolo economico governativo, allo scopo di allentare la pressione ribassista sul dollaro. Secondo molti il dollaro dovrebbe sfondare quota 1,50 rispetto all’euro e se questo non è ancora accaduto è solo perché la Banca Centrale Europea resiste con le unghie e con i denti, per non penalizzare le esportazioni di Eurolandia.
In ogni caso, la spinta sembra andare in quella direzione. Le materie prime quotate in dollari hanno ricominciato a salire vertiginosamente. Il petrolio ha toccato i 70 dollari al barile. L’oro in pochi giorni è passato dai 40 dollari l’oncia a quasi 1000 dollari. In quest’ultimo caso si può dire che l’innalzamento è collegato alla svalutazione del dollaro anche per un’altra via, cioè per il fatto che l’oro, di fronte alla perdurante crisi, è sempre più considerato un rifugio alternativo al dollaro indebolito. Nell’ultimo anno, inoltre, il dollaro ha subito il contraccolpo negativo dell’inversione dei flussi finanziari a livello mondiale, che era stato innescato dall’indebolimento dell’economia Usa.
Prima della crisi i flussi finanziari mondiali convergevano verso gli Usa dalle aree con un surplus nella bilancia dei pagamenti, principalmente dal Giappone e dall’area Euro, attraverso il Regno Unito. Nei mesi seguenti alla crisi si è registrata una inversione dei flussi dagli Usa verso Eurolandia, malgrado il Giappone mantenesse la direzione dei suoi flussi finanziari verso gli Usa a causa dell’indebolimento della sua valuta. Oggi, però, si prevede che il nuovo governo giapponese, meno subalterno agli Usa, preferisca rafforzare la propria valuta, per finanziare il proprio debito pubblico, piuttosto che pensare a difendere le esportazioni.
Inoltre, l’andamento più confortante dell’economia di alcuni importanti paesi in via di sviluppo, principalmente quelli del Bric, ha rafforzato l’euro, che all’inizio della crisi aveva subito pressioni ribassiste, dovute ai timori legati alla forte esposizione delle banche europee in Europa orientale e in Asia, e che è sostenuto dall’enorme surplus commerciale tedesco, secondo solo a quello cinese.
Il risultato di questi movimenti è che, come abbiamo già rilevato su queste colonne, negli ultimi mesi si è verificato un deflusso netto di finanziamenti dagli Usa. Sussiste, quindi, la minaccia di un collasso del dollaro, che aggiungendosi al collasso militare paventato dal comandante Usa in Afghanistan, mette il governo statunitense in una situazione a dir poco complicata, anche rispetto al finanziamento del debito che è necessario per sostenere le spese militari.
Non è un caso, dunque, che il presidente Obama proprio ieri all’Onu abbia ribadito che “non faremo più da soli”, rivolgendosi implicitamente a quell’Europa di cui Bush pensava di poter fare a meno e i cui soldati e finanziamenti sono invece vitali per gli Usa.
Domenicio Moro
Fonte: www.resistenze.org
Link: http://www.resistenze.org/sito/os/ec/osec9i29-005598.htm
1.10.2009
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Usa, Kohn (Fed): impossibile ipotizzare quando si potranno alzare di nuovo i tassi
Kohn, in questo modo, risponde alle ipotesi fatte da Kevin Warsh, governatore della Fed a Chicago, che invece aveva dichiarato che i tassi di interesse dovrebbero essere incrementati «ad un ritmo superiore rispetto a quello abituale». Secondo Christopher Low, capo economista della FTN Financial di New York, l’impostazione di Kohn è corretta: «Non è ancora il momento di modificare la politica monetaria. Anzi, ancora è troppo presto perfino per prevedere quando sarà il momento».
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PERESTROIKA
C'è anche chi si dimette
Sottoposto da mesi ad un fuoco di fila di critiche, inchieste, domande del Congresso e della stampa per lo scandalo legato all'acquisizione di Merrill Lynch (vedi archivio, qui, qui e qui), il CEO di Bank of America, Ken Lewis (62 anni), ha annunciato che entro la fine del 2009 lascerà incarico e banca, per godersi un meritato riposo e la sua milionaria buonuscita.Probabilmente queste dimissioni alimenteranno le preoccupazioni sul futuro e sulla stabilità del colosso bancario. Infatti i malpensanti vanno già in giro insinuando che quando la barca affonda i topi scappano. Noi, che non siamo così cattivi, preferiamo apprezzarne il gesto. Non capita tutti i giorni di vedere un sessantenne mollare la sua poltrona solamente perchè molto chiacchierato. Ogni riferimento ai settantenni nostrani è puramente casuale.
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Etichette: Bank of America, Ken Lewis
mercoledì 30 settembre 2009
La pelle dell'orso
Le dosi massicce di droga e ottimismo immesse nei mercati sembrano svanire lentamente. In questi giorni fanno irruzione ancora dati macroeconomici che smentiscono gli annunci trionfali di banchieri centrali e capi di governo che davano per morta e sepolta la recessione. Qualcuno si è venduto la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Per noi non è una sorpresa. In questo mondo incantato ogni tanto la realtà si prende le sue rivincite.Ieri erano arrivati i dati sulla fiducia dei consumatori, più debole di quanto previsto dagli economisti. Oggi è stata la volta del Chicago Purchasing Manager's Index che mostra un declino al 46,1% in Settembre delle attività produttive, ben al di sotto dei 50 punti di Agosto che è il livello minimo dell'indice che segnala un'espansione delle attività.
Gli analisti si aspettavano che l'indice continuasse a migliorare, a 52 punti, ma la realtà dei numeri li ha risvegliati dal loro delirio: la recessione non è terminata, nonostante i dati rettificati (manipolati direi io) del Dipartimento del commercio raccontino che l'economia si è contratta nel secondo trimestre ad un tasso annuale dello 0,7%, meglio dell'1% atteso. Ma non è forse vero che di rettifica in rettifica si può lastricare il mondo di dati truccati?
Per finire sono in arrivo, Venerdì, i dati del Dipartimento del Lavoro sull'occupazione, ma già sono disponibili quelli forniti da un Istituto indipendente, Automatic Data Processing and Macroeconomic Advisors, che annuncia la perdita di 254.000 posti di lavoro in quest'ultimo mese, più dei 240.000 attesi dagli economisti.
E se non vi basta leggete questa intervista a Robert Shiller, il quale prevede 5 anni (diconsi cinque) di prezzi stagnanti nel settore immobiliare. Per fortuna che il peggio è passato.
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Etichette: disoccupazione, Grande Recessione, Pil, Shiller
http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/10/ce-anche-chi-si-dimette.html| Reazioni: |
Tremonti: "Le banche preparano un'altra crisi"
Scritto da Marcello Zacchè
giovedì 01 ottobre 2009

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Giulio Tremonti è inviperito. Ieri ha voluto incontrare alcuni giornalisti, convocati in fretta e furia nella foresteria milanese del ministero. Composto, educato, e colto nell’esprimersi, pur senza alcuna ostentazione, era comunque inviperito. Si capiva. Lo avevano mandato fuori dai gangheri tre cose. Prima le decisioni di Intesa e Unicredit, martedì, di non emettere i cosiddetti Tremonti bond. Poi alcuni titoli dei giornali di ieri che avevano presentato la cosa come una sconfitta del ministro. Infine il nome stesso, trasformatosi in boomerang politico: Tremonti bond. «Se potete non chiamarli così - dice il ministro - è meglio: sono obbligazioni governative, fatte anche da altri Stati europei». Sta di fatto che ieri Tremonti, chiusa la partita dei bond, ha deciso di alzare ancora il tiro: la mancata richiesta dei titoli obbligazionari «non è una questione di sgarbo a me o al governo, per il quale non emettere debito va anche meglio. Il problema è che quegli strumenti farebbero molto comodo alle imprese», perché varrebbero come moltiplicatore del credito, in un rapporto di 10 euro di impieghi per ogni euro di bond. E così si arriva alla stoccata più pesante: «Se le banche continuano a far soldi con la finanza, stanno solo preparando la prossima crisi». Il tutto mentre incombeva l’ombra di Giuseppe Pizzino, imprenditore siciliano di Brolo che, per ottenere da Unicredit di riattivare le linee di credito per la sua azienda di camicie, si è messo a fare lo sciopero della fame davanti alla sede del gruppo. «Non conosco il merito del problema di questo imprenditore - ha detto Tremonti - ma il fatto che da Messina sia dovuto venire a Milano la dice lunga sull’asimmetria del credito in Italia». Con Pizzino che diventa il testimone vivente di credit crunch e Banca del Sud nello stesso tempo. Crediamo che in questa come in tante altre storie di aziende in crisi, le ragioni della banca e quelle dell’impresa siano entrambe valide. Dipende dai punti di vista. Chi può negare che la prudenza nell’erogare i quattrini dei risparmiatori sotto forma di credito sia cosa buona e giusta? Peraltro sono state le stesse banche, in questi ultimi sei mesi, a varare iniziative espansive del credito. Si pensi a Impresa Italia di Unicredit, che ha messo a disposizione delle pmi un plafond straordinario a tassi agevolati. O agli accordi siglati da Intesa e Unicredit con Confcommercio e con tutte le associazioni di artigiani. Dopodiché, ancora ieri l’attento ufficio studi degli artigiani di Mestre denunciava la contrazione annuale dei prestiti bancari a breve e medio termine, rispettivamente del 2,1 e del 10,7%. L’ira del ministro non è dunque campata per aria. E non è un caso che il terreno individuato per tempo da Tremonti come il più fertile anche per misurare il consenso e la presenza governativa, cioè quello degli artigiani, dei padroncini, dei piccoli imprenditori del Nord come del Sud, sia stato successivamente invaso da tanti. Si pensi alle inchieste giornalistiche anche da parte dei maggiori quotidiani, controllati proprio da banche e grandi imprese. Tuttavia sarebbe limitativo fermarsi qui. Tremonti, a proposito della mancata emissione dei «suoi» bond, pone una questione di principio economico: gli aiuti governativi, richiesti dalle banche in difficoltà, una volta ottenuti, sono stati «traditi». Vale a dire che, pensati per dare ossigeno agli istituti, sono poi stati sfruttati dalle banche come garanzia incombente alla propria tenuta patrimoniale. Senza nemmeno il bisogno di emetterli. Senza indebitarsi, i banchieri (e il mercato) sapevano che i Tremonti bond erano lì, pronti a essere presi qualunque cosa fosse andata storta. Non è stato così, ma solo per caso. E una volta passata la bufera, i bond con il nome del ministro sono stati respinti con sufficienza. Ci sta che Tremonti sia seccato. Ma ormai è andata così. Non resta che confidare in virtuosi comportamenti futuri, perché senza prendere i bond le grandi banche italiane si sono anche sottratte al codice etico che ne era parte integrante. E che avrebbe comportato una sorta di controllo da parte del Parlamento. Non ci sarà. Rimane solo il mercato. Con tutte le sue debolezze.il Giornale, 1 ott 2009
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=6&Itemid=27
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Ripresa? What ripresa?
Set 0930
Pubblicato da Debora Billi alle 23:43 in Current Affairs
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Il record è stato raggiunto negli Stati Uniti, dove l'EIA ha rivisto al ribasso la domanda di petrolio del luglio scorso di almeno il 4% rispetto all'anno precedente. Con ben 786.000 barili al giorno in meno del 2008, è il livello più basso degli ultimi 13 anni.
Dice la Reuters:
Il report dell'EIA sembra contraddire altri recenti dati governativi che suggeriscono come l'economia USA sia sulla strada della ripresa.
Uh, ma guarda che caso.
http://petrolio.blogosfere.it/2009/09/ripresa-what-ripresa.html
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L'alternativa della democrazia diretta
La democrazia rappresentativa basata su elezioni tenute a scadenze periodiche e sulla competizione fra partiti mostra tutti i suoi limiti. L’esigenza di compiacere l’elettorato impedisce di adottare, o procrastina, misure necessarie ma impopolari. Gli elettori sono chiamati a scegliere candidati che non conoscono, nominati dai partiti e presentati nei vari collegi e circoscrizioni solo per i calcoli e le convenienze degli apparati, persone su cui i cittadini non avranno più alcun controllo una volta che siano state elette.
Il suffragio universale deprime la qualità del voto esaltando la quantità: il voto di una persona colta che segue le vicende politiche ed è ben informata sul funzionamento delle istituzioni vale esattamente quanto quello di un semianalfabeta ignorante di tutto ciò che non sia il suo interesse immediato: pura assurdità e somma ingiustizia.
Per queste e altre motivazioni il Manifesto di MZ avanza la richiesta di una democrazia diretta che sostituisca quella rappresentativa. Un Manifesto di princìpi generali però non è ancora un programma politico. Quando si esce dalla petizione di principio ci si scontra con le difficoltà di definire modalità e procedure di una democrazia diretta.
Parlando di democrazia diretta, viene spontaneo pensare a processi decisionali espressi dall’Assemblea dei cittadini. Chi ha abbastanza anni da ricordare l’assemblearismo sessantottino sa come funzionino in concreto le cose. L’Assemblea non fa altro che ratificare ciò che una minoranza ben organizzata aveva già deciso prima della sua convocazione. I capetti si alternano al microfono e vince il demagogo che spara gli slogan di più sicuro effetto. L’assemblearismo è una parodia della democrazia. Anche se l’Assemblea dei cittadini fosse la soluzione, ci si imbatterebbe nella difficoltà insormontabile di far funzionare i processi decisionali di tipo assembleare in realtà politiche ben più complesse di una comunità di paese o di villaggio. A questo proposito non è di aiuto rifarsi alle polis greche o ai Comuni medievali. In quelle realtà, comunque molto più ristrette delle nostre società, erano esclusi dal diritto di parola e di voto le donne, i servi e i salariati, cioè più dell’80% della popolazione. Quanto detto sopra sulle contraddizioni del suffragio universale infatti non può giustificare oggi l’esclusione aprioristica di gran parte della popolazione con una discriminazione classista o sessista.
Più pertinente appare il modello della Svizzera. In quella Repubblica l’istituto del referendum è largamente e sistematicamente praticato. Si può andare oltre quel modello, ipotizzando un sistema in cui il referendum, ben più incisivo di quello previsto dalla Costituzione italiana perché propositivo e non solo abrogativo, nonché senza lo sbarramento del quorum, sia la pratica normale con cui si prendono tutte le decisioni che interessano la comunità. Dovrebbe essere consuetudine e legge far decidere al popolo con consultazioni frequentissime. Sarebbe una pratica che implica costi e una macchina organizzativa complessa, ma diventando prassi della vita quotidiana sarebbe presto assimilabile nel costume della comunità.
Questa pratica renderebbe obsoleti i partiti intesi come organismi permanenti e strutturati. Ogni quesito referendario vedrebbe coagularsi interessi e orientamenti ideali, che si scioglierebbero immediatamente in un’occasione successiva, nella quale si configurerebbero altri schieramenti. Gli elettori sarebbero informati attraverso la rete elettronica, le emittenti radio-televisive, la stampa, i manifesti e i giornali murali. Le leggi e il costume, sempre decisivo e più importante dei regolamenti scritti, dovrebbero instillare nelle menti l’idea che il voto è un diritto ma non un dovere: chi non è interessato e si sa disinformato deve sentire come suo dovere civico di non votare. Il certificato elettorale non dovrebbe essere spedito in tutte le case ma dovrebbe essere ritirato negli appositi uffici dai cittadini interessati alla consultazione. Così si limiterebbe drasticamente il numero dei votanti solo zavorra, non per preclusioni imposte ma per autoriduzione: si potrebbe almeno in parte ovviare all’inconveniente gravissimo dell’uguale peso dato al voto consapevole e a quello dettato dall’ignoranza o dall’impulso momentaneo.
Come in tutte le cose umane, nemmeno un sistema come quello qui sommariamente abbozzato darebbe garanzie assolute. Resterebbero rischi di manipolazioni demagogiche e di degenerazione burocratica. Al vertice della piramide di questo Stato nuovo articolato sulle comunità locali e sulla democrazia diretta dovrebbe esserci pur sempre la figura del Garante del corretto funzionamento istituzionale: Presidente della Repubblica, Monarca, o Consiglio dei Custodi, secondo quanto decideranno le circostanze storiche e la volontà dei popoli.
Luciano Fuschini
http://www.movimentozero.org/
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L'economia mondiale entra in una nuova fase in ottobre
1 ottobre 2009 (MoviSol) - Entro il 30 settembre, ultima data di chiusura dell'anno fiscale americano, le amministrazioni pubbliche degli Stati Uniti hanno dovuto sistemare i conti e pubblicare i bilanci. Ma poiché 49 stati su 50 sono in bancarotta, una grossa fetta di debito si prepara a diventare passività bancarie. Ciò non avverrà istantaneamente e non scatenerà automaticamente una reazione a catena, ma la miccia è stata accesa.
Parte del debito del sistema è legittimo, legato all'attività economica reale, ma la maggior parte di esso è fasullo, come risultato del gioco d'azzardo nella bisca globale dei derivati. E proprio il debito fasullo è quello che i governi hanno protetto con i salvataggi bancari. Lyndon LaRouche ha fatto il paragone con la "nitroglicerina sotto il solleone. Perché, il giorno in cui qualcuno decide che il debito fittizio non sarà mai pagato, e che il vicino può credere che non vale la pena comprarlo, allora la situazione cambia completamente".Solo una reintroduzione della disciplina Glass-Steagall potrebbe stabilizzare la situazione, ma i leaders del G20 appena riuniti a Pittsburgh hanno sciupato l'occasione per farlo. Sotto la frusta di Gordon Brown, l'alfiere della City di Londra, il G20 ha approvato la continuazione del salvataggio iperinflazionistico e hanno negato la realtà asserendo di aver salvato il sistema e aver avviato la ripresa. Perciò, ora siamo in una nuova fase e il mondo opererà in uno stato fisico differente dopo la data del 30 settembre. Benché le cifre possano apparire immutate, lo spazio fisico è diverso. È come il caso di una persona il cui polso batte, ma è in fin di vita. Il polso e il respiro non sono la cosa decisiva, ma lo è la condizione sottostante a essere decisiva.
Il modo in cui funzionerebbe una disciplina Glass-Steagall è semplice, come ha spiegato Lyndon LaRouche nella sua videoconferenza dell'8 settembre. Dato che la maggior parte del debito e degli attivi nel mondo sono completamente fraudolenti, bisogna separare quelli che invece sono validi e preservarli, mentre si cancella il resto. "È come un esame di chi va all'inferno e chi in paradiso. C'è San Pietro al cancello, e arriva qualcuno che dice: 'c'è questo titolo finanziario' e San Pietro: 'Vada sotto, prego'. E alla fine del processo, non saranno molti i cristiani o comunque chi rimane lassù. Così, si riduce grandemente il numero degli obblighi finanziari del sistema nel suo insieme. Abbiamo eliminato il materiale di scarto. C'è stata l'epurazione del secolo'".
LaRouche stima che così si eliminerebbero 25-30 trilioni di debito solo negli USA. Successivamente, gli USA potrebbero creare un dollaro che gode di solido credito, contrariamente al dollaro monetarista, per finanziare investimenti nell'agricoltura e nell'industria e non nella speculazione finanziaria. E per rapporti tra le valute nazionali, "intendiamo la valuta di un sistema di credito nazionale, in cui un governo sovrano dichiara: 'Questo è il nostro denaro. Non è il denaro di qualcun altro, di un cartello internazionale.' I governi non prendono denaro in prestito dalle istituzioni finanziarie internazionali".
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CRISI: ECOFIN, SENZA INTERVENTI RISCHIO DEBITO UE SOPRA 100%
(ANSA) - GOTEBORG, 1 OTT - Senza una seria exit strategy per
risanare i conti pubblici deteriorati dalla crisi, ''il rischio
e' che il debito pubblico della Ue arrivi al 100% del Pil in
pochi anni'': lo ha detto il ministro dell'economia svedese,
Anders Borg, presidente di turno dell'Ecofin.
''Questo e' il momento di iniziare a definire le strategie di
uscita dagli interventi di emergenza messi in campo per
fronteggiare la crisi'', ha detto Borg arrivando alla riunione
dell'Eurogruppo in corso a Goteborg. ''Quindi - ha aggiunto -
dobbiamo mettere a punto una uscita delle politiche temporanee
di stimolo da attuare al momento giusto. C'e' poi bisogno di una
strategia coerente per un consolidamento strutturale prolungato
delle finanze pubbliche. E ancora - ha concluso - saranno
necessarie riforme strutturali anche per rafforzare la domanda
di occupazione e la flessibilita' del mercato del lavoro''.
Alla riunione dell'Eurogruppo seguira' quella dell'Ecofin
alla quale partecipano il ministro dell'Economia, Giulio
Tremonti, e Mario Draghi nella doppia veste di governatore della
Banca d'Italia e di presidente del Financial Stability Board.
(ANSA).
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L’Islanda ripudia il debito e altre notizie
Maurizio Blondet
La società islandese ha affermati la propria sovranità, in risposta ad un vero e proprio ricatto surreale che le viene imposto dall’Unione europea: paga o non entri. E’ la prima volta dagli anni ’20 che un Paese subordina il rimborso del suo debito estero alla sua capacità di pagare; forse una svolta. E poi: Erdogan chiama Israele a rispondere del rapporto Goldstone; L’ENI che fa gola ai soliti finanzieri del «Britannia» e per finire, trattamento acustico e gas irritanti a Tegucigalpa per mano israeliana nel tentativo di stanare il detronizzato Zelaya. Insomma, le «solite notizie» oscurate dai nostri media.
Il parlamento islandese ha preso una decisione epocale: pagherà i suoi debiti ai creditori esteri solo nella misura del 6% della crescita del suo prodotto interno lordo; e se crescita non ci sarà, comè probabile data l’attuale depressione, non pagherà nulla.
L’Islanda, a causa dei suoi banchieri che hanno gestito da folli le sue banche appena privatizzate, deve 2,6 miliardi di euro alla Gran Bretagna e 1,3 all’Olanda, le quali hanno garantito i depositanti della fallite istituzioni bancarie Kaupthink e Landsbanki, che in gran parte erano inglesi e olandesi.
Un debito schiacciante per un Paese di 320 mila abitanti, in piena crisi economica per le follie dei suoi speculatori ubriacati dal dogma di liberismo senza regole.
Per pagare i debiti, il Paese dovrebbe prendere altro denaro a prestito, oppure vendere (magari ai creditori) i suoi attivi nazionali: le quote-pesca,( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )
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Sembra proprio di assistere alle doglie di un parto doloroso
Negli ultimi mesi ci sono stati molti terremoti in tutto il mondo, incendi devastanti hanno colpito molti paesi, inondazioni, siccità , tifoni, uragani, cicloni, eventi disastrosi naturali o INNATURALI sono aumentati in modo esponenziale, ma... VA TUTTO BENE..!!
L'intolleranza, la xenofobia, la PAURA, la RABBIA, l'impotenza, la RIBELLIONE, la POVERTA', la CRISI ECONOMICA, la crisi sociale, la caduta dei valori fondamentali e di riferimento, la NEUROCONFUSIONE, il senso di rivendicazione, l'INGIUSTIZIA etc. crescono sempre più nei cuori e nella vita delle immani masse dei popoli del mondo, ma.. VA TUTTO BENE..!!
Nel frattempo ognuno continua a vivere la propria piccola realtà .. ma con la paura e la tensione crescente che qualcosa o qualcuno venga a turbarla. Però la speranza e la fede che ciò non accada mai ... vince la CHIARA EVIDENZA dei fatti concreti che nel frattempo accadono nel globo.
SVEGLIATEVI!
Nel precedente articolo di questa serie abbiamo preso in considerazione la VERITA' dietro la PROPAGANDA con cui si vuole nascondere una nuda e cruda realtà : il crollo economico è solo all'inizio ed altri tremendi eventi si accavellaranno su di esso, portati allo scopo da una volontà ..!!
Il mondo è alle soglie della GRANDE TRIBOLAZIONE anche se gli effetti concreti VENGONO OCCULTATI e non vengono ancora percepiti, nella loro effettiva e devastante risultante, da molte popolazioni.
L'egoismo umano, cioè la mancanza di empatia e condivisione, stà facendo da “diga” affinchè non si sparga (ancora per poco tempo) la dilagante epidemia della rivendicazione di GIUSTIZIA, ABBONDANZA, PACE E SICUREZZA che sfocierà nella RIVOLUZIONE GLOBALE.. apripista e battistrada dell'avvento di un UNICO ORDINE UMANO in contrapposizione al vero Creatore Dio e al SUO PROGETTO di LIBERAZIONE dell'umanità dall'inganno Luciferino, dalla sofferenza e dalla morte..!!
Potremmo citare lunghe liste delle dichiarazioni fatte negli ultimi anni da analisti economico-sociali e da politici, palesemente contraddittorie a distanza di soli pochi mesi le une dalle altre, per rendersi conto della COMPLETA INCAPACITA' NEL DIRE LA VERITA' di questi uomini.
Potremmo citare lunghe liste dei nomi di uomini e donne appartenenti alle varie correnti sociali che negli ultimi anni hanno ANNUNCIATO con parole altisonanti VISIONI profetiche di possibili futuri MAI REALIZZATI davvero .
Potremmo citare luoghi, nomi, date e fatti di menzogne POLITICHE, RELIGIOSE, ECONOMICHE, SOCIALI, SCIENTIFICHE, MEDICHE, etc. per dimostrare come la REALTA' sia storica che attuale sia completamente all'opposto della illusoria MATRIX in cui il mondo vive ed è immerso..!!
Potremmo parlare dei progetti segreti nascosti dietro alle SCIE CHIMICHE, alle TECNOLOGIE MODERNE.. INTERNET, WIRELESS, RETI etc. etc. per capire come ci stanno completamente CONTROLLANDO..!!
Potremmo disquisire di cerchi nel grano, ufo, obe, ebe, rapimenti alieni, contattati e contattisti, apparizioni, visioni, misteri più o meno palesemente velati, premonizioni e sincronicità collettive... per sapere che tutto ciò è artificiale e INDOTTO attraverso canali conosciuti solamente dagli ADDETTI al progetto FINALE..!!
Potremmo parlare a lungo delle percezioni, visioni, sensazioni, filosofie, pensieri, intuizioni, conoscenze occulte e svelate, spiritualità illuminanti della nuova era, etc. etc. dell'uomo... per comprendere come siano indirizzate verso ognuno per creare e manipolare la personale Bolla-Matrix del proprio EGO unicentrico e ingannevole..!!
Insomma ... potremmo parlare infinitamente per secoli e secoli di tutto questo SENZA RAGGIUNGERE MAI UN PUNTO DI INCONTRO, LA SOSTANZA VERA DELLA NOSTRA ESISTENZA E LO SCOPO REALE..!!
LA SALVEZZA DELL'UMANITA'
Perciò è IMPORTANTE.. non tanto conoscere tutto nei dettagli, ma concentrarsi e focalizzarsi sulla somma totale dei concreti EVENTI GLOBALI ... visti attraverso “il filtro di una VISIONE SUPERIORE alla nostra”, di singoli individui e di collettiva società umana manipolata dal SIX-TEMA fin dalla nascita.
Questo vi permetterà di VEDERE DAVVERO che si stà costruendo una gabbia mentale, spirituale, percettiva e oggettiva ...
TUTTO INTORNO A TE
CHE SFOCERA' NELL'APOTEOSI DI UNA FINTA RIVELAZIONE UNIVERSALE CHE SEMBRERA' A TUTTI COLORO CHE NON AVRANNO ACCETTATO LA VERITA' DI DIO ... REALE, LOGICA E VERA.. e quindi rimanendo sedotti e ingannati..!!
Perchè molti continuano a perdere tempo vitale per sapere cose che NON SALVERANNO AFFATTO LA VITA..?? Perchè si crede e si ha FEDE in sé stessi e nell'uomo e le sue filosofie più che in Colui che TUTTO HA CREATO..?? Perchè non si spende il proprio tempo nel CAPIRE e nel FARE quello che il nostro Creatore Padre ci chiede per avere la VERA VITA eterna GRATUITAMENTE..??
Ci viene saggiamente consigliato: “Fate MOLTA ATTENZIONE al vostro modo di vivere. Non comportatevi da persone sciocche, ma da persone sagge. USATE BENE IL TEMPO CHE AVETE, perchè viviamo giorni cattivi”. - (Efesini 5:15,16)
A chi avendone la possibilità non piacerebbe vivere per sempre senza malattie, povertà , violenza, morte e in abbondanza di ogni cosa buona, bella, in pace e nell'Amore totale..?? GRATIS..!!
Eppure questo SEMPLICE MESSAGGIO benchè stravolto e corrotto dalla Babilonia religiosa rappresentata dalle chiese allontanatesi dalla Verità di Dio e prostituitesi con i poteri politici ed economici del Six-Tema, è giunto sino al nostro tempo... il tempo delle scelte... il tempo di morire o vivere per sempre.
Purtroppo per la maggioranza il battesimo del fuoco per l'umanità tutta stà per arrivare a prescindere da quello che ognuno pensa e crede. E' CERTO che i fatalisti, i menefregisti, gli egoisti, gli illusi dalle loro visioni, i credenti nell'umanesimo, gli amanti di sé stessi e dei propri corpi, gli amanti del denaro, i millantatori, i superbi, i betemmiatori, i bugiardi, i corrotti e corruttori, i religiosi credenti che NON vivono come Dio richiede loro, etc. NON si salveranno affatto CON LE LORO personali IDEE E VISIONI..!!
Tutti questi come le scorie che vengono a galla quando l'oro viene fuso per essere PURIFICATO verranno tolti e gettati via... perchè rimarranno solo coloro che saranno oro puro RAFFINATO..!!
Gli eventi disastrosi si susseguiranno in un lento crescendo prima a macchia di leopardo... macchie che poco a poco si estenderanno unendosi in una sola unica grande macchia che coprirà il pianeta interamente e NESSUNO potrà nascondersi o fuggire in qualche luogo.. qualunque esso sia.. anche i SuperBunker dei Potenti non saranno la via della salvezza.
http://intermatrix.blogspot.com/2009/09/segnali-reali-disastri-crisi-e-crollo.html
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Il costo del monopolio: 50 miliardi di euro
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Questa mattina, in un’affollata conferenza a Milano il fondo Knight-Vinke Asset Management ha presentato il suo progetto di ristrutturazione dell’Eni. Qui si trova il comunicato ufficiale. La critica di Eric Knight, numero uno del fondo, è a grandi linee questa: dentro l’Eni convivono due/tre soggetti completamente diversi. C’è anzitutto una oil company tradizionale, attiva nell’upstream e fortemente internazionalizzata. Poi c’è una utility, che importa e vende gas in Italia. Infine c’è l’unità infrastrutturale, una tipica macchina da dividendi che però è penalizzata dal fatto di essere parte del più vasto corpaccione dell’Eni. L’integrazione verticale – che in questi termini rappresenta un caso unico rispetto alle altre imprese simili – imprime uno sconto sul valore del titolo, perché crea al mercato difficoltà di valutazione. Quindi, scorporare in qualche maniera le attività di Eni aiuterebbe a far emergere il valore nascosto, che gli analisti di Knight-Vinke stimano oggi in circa 50 miliardi di euro: secondo le loro proiezioni, il valore del titolo potrebbe grosso modo raddoppiare.Perché, allora, a nessuno è venuto in mente di comportarsi così? Secondo quanto ha riferito Knight, il management dell’Eni ha risposto alle richieste del fondo (che ha in pancia circa l’1 per cento del Cane a sei zampe, e rappresenta altri soggetti che detengono una quota analoga) muovendo sostanzialmente due argomenti: l’integrazione verticale renderebbe l’Eni meglio equipaggiata dal punto di vista negoziale, e consentirebbe di sviluppare importanti sinergie (i principali punti della risposta si trovano qui). Non si tratta di una novità, visto che sono le due carte che sistematicamente Paolo Scaroni scopre quando le richieste di separazione di reti e stoccaggi si fanno troppo forti. Knight risponde che (1) le altre major, pur non avendo una utility a valle, riescono a chiudere contratti non peggiori di quelli dell’Eni, quindi il vantaggio competitivo deve essere davvero ridotto; e (2) dall’analisi effettuata, non sono emerse sinergie significative.
Lo studio di Knight-Vinke è importante soprattutto sotto il profilo regolatorio, perché conferma una tesi dell’Autorità per l’energia, che aveva riscontrato una dinamica simile nell’Enel dopo la cessione di Terna: la perdita della presa monopolistica sui mercati non è necessariamente fonte di indebolimento per gli ex monopolisti. Anzi, togliendogli la certezza del ricavo li spinge a farsi più competitivi, portandoli così – paradossalmente – a rafforzarsi, mentre i consumatori possono beneficiare della concorrenza. Oltre a questo, Knight ha sottolineato più volte la precarietà finanziaria del gruppo, che trova conferma nel taglio del dividendo e dipende da un lato dalla necessità di presidiare il rating e mantenere l’indebitamento sotto controllo (un’esigenza soprattutto della oil company, che finisce per danneggiare la utility); dall’altro dall’indisponibilità dello Stato di sottoscrivere aumenti di capitale o, in alternativa, accettare una ricapitalizzazione la cui conseguenza sarebbe una sua discesa al di sotto della soglia del 30 per cento.
Questo è, secondo me, un punto cruciale. Knight ha precisato di non avere alcun interesse alla discesa dello Stato, e ha evidenziato che il suo piano è compatibile col mantenimento agli attuali livelli. Il che è tecnicamente vero. Ma lo è fino a un certo punto: non solo perché, in caso di breakup, almeno per quel che riguarda la oil company non ci sarebbe più alcuna pseudo-giustificazione “strategica” per il Tesoro. Soprattutto, però, il ceto politico non ha alcun interesse a recidere il cordone ombelicale che lo lega alla più grande industria italiana, e che gli attribuisce innumerevoli poteri e influenze (a partire dalla nomina del management). Spesso si dice che San Donato chiama, e Palazzo Chigi risponde. La realtà è molto più complessa. E se può essere vero che l’Eni esercita un ruolo guida sulla politica estera italiana (tanto da irritare gli americani), è ancor più vero che l’Eni è spesso strumento di politica industriale nelle mani del governo, per esempio quando si tratta di mantenere aperti impianti improduttivi o inefficienti, o addirittura perché all’occorrenza funziona da bancomat.
E’ questo il fattore che va introdotto per chiudere l’equazione. Chiaramente, se anche i calcoli di Knight-Vinke fossero esagerati, e dunque la creazione di valore conseguente alla riorganizzazione dell’Eni valesse 25, 10 o 5 miliardi di euro, comunque sarebbe ben superiore ai benefici presunti delle “sinergie”. Quello che, politicamente, vale più di 5, 10, 25 o financo 50 miliardi di euro è la facile accessibilità a una leva che ricorda molto da vicino, nella forma e nella sostanza, le “vecchie” partecipazioni statali. E dunque, come noi dell’IBL abbiamo sostenuto tra l’altro nel nostro Manuale per le riforme della XVI legislatura, è illusorio pensare di poter ottenere dei miglioramenti senza passare anche per la privatizzazione del gruppo.
Dice: la privatizzazione non è in agenda. Perfetto. Ma finché le cose andranno avanti così, i 50 miliardi di sottovalutazione dell’Eni saranno il minore dei mali.
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++ UE-16: DISOCCUPAZIONE; 9,6% AGOSTO, RECORD DA 10 ANNI ++
(ANSA) - BRUXELLES, 1 OTT - Continua a salire il tasso di
disoccupazione nei Paesi dell'area dell'euro: in agosto e' stato
del 9,6% contro il 9,5% di luglio e il 7,6% dell'agosto 2008. Lo
rende noto Eurostat. Si tratta, spiega l'ufficio europeo di
statistica, del tasso piu' elevato dal marzo 1999.
Nell'Ue-27 il tasso e' stato del 9,1%, anch'esso in aumento
rispetto al 9% di luglio e al 7% dell'agosto 2008. In questo
caso e' il tasso piu' elevato mai registrato dal marzo 2004.
(ANSA).
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FINANZA/ Ottobre nero per la Borsa. Grazie alle banche, parola di Tremonti

giovedì 1 ottobre 2009
«Se alcune banche hanno deciso di non utilizzare le obbligazioni governative è una loro libera scelta ma non fanno bene il loro mestiere. Il mestiere delle banche è fare soldi con la finanza o fare la banca e dare i soldi alle imprese? È sicuramente un mestiere difficile soprattutto in una fase di crisi più che nella normalità. Ma se continuano a far soldi con la finanza, stanno solo preparando la prossima crisi». Parole e musica di Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, all'indomani della decisione di Unicredit e Intesa-San Paolo di non avvalersi dei Tremonti-bond.
Il nodo della crisi e della fase recessiva che essa ci ha regalato e che ora stiamo vivendo, cari lettori, è tutta qui. Il problema, infatti, è posto male fin dal principio: non bisogna impegnarsi nel rendere la vita impossibile agli hedge funds, ma fare in modo che le banche non agiscano come loro, ovvero come fondi speculativi invece che come erogatrici di credito e gestrici del risparmio. Anche perché ciò che attende le banche dietro l'angolo dell'autunno è tutt'altro che chiaro.
Ieri, infatti, il Fondo monetario internazionale ha abbassato le proprie stime rispetto le svalutazioni globali degli istituti di credito, scendendo da 4 a 3,4 trilioni di dollari, ma questo non significa che stia arrivando il sereno: primo, perché all'orizzonte è ora ufficialmente confermato che siano in avvicinamento altri 1,3 trilioni di svalutazioni e secondo perché la crisi reale sarà, con l'aumento della disoccupazione a livello globale, basata sui mutui e i prestiti.«La situazione sta migliorando ma i rischi di un altro cambio repentino della situazione sono alti», rendeva noto l'Fmi. Inoltre, se le riserve paiono generalmente in grado di garantire la sopravvivenza delle banche anche in caso di forte picco di crisi, i mancati introiti o comunque la capacità limitata di creare profitto a fronte delle svalutazioni certe peserà ancora per un anno e mezzo, scrive sempre l'Fmi. A questo, poi, va unito il dato che vede quasi tutti gli analisti Usa ed europei concordi nel prevedere una contrazione del 17% nel mercato borsistico a ottobre: non certo uno shock ma questo rally “liquidity driven” è durato un po' troppo e ha quasi certamente creato una bolla che lascerà molti con il cerino in mano.
Per quanto infatti i soldi pompati da governi e organismi internazionali abbiano creato entusiasmo negli investitori, c'è il forte rischio che molti soggetti si siano esposti eccessivamente e rotto le cautele dell'hedging a fronte di una leva di leverage spropositata posta in essere di nuovo per fare profitti in fretta e sfruttare il momento. Guarda caso, i soggetti maggiormente indiziati di aver dato vita a questa seconda fase di costruzione della crisi, come accennava giustamente il ministro Tremonti, sono proprio le banche: qui come altrove.
Che dire delle sdegnose scelte di Barclays di accettare il sistema di protezione o quelle di Lloyds di volerne uscire? E questo vale anche per Commerzbank, seduta su 101 miliardi di euro di titoli tossici eppure pronta a ridare parte dei fondi ottenuti dal governo tedesco. Strana velocità di ripresa in periodo di crisi dell'economia reale, davvero strana.
Siamo alla “bolla di crisi”, ovvero un eccesso di denaro statale che ha fatto la gioia di banche e fondi speculativi, gettatisi a capofitto sui mercati - nonostante gli scarsi volumi e i book non liquidissimi - per sfruttare a più non posso il rally e con questa scelta, perpetuata anche grazie alle decisioni assistenzialiste di molti governi e alle scelte della Fed, lo hanno prolungato artificialmente.
Attenzione, la correzione dei corsi potrebbe fare vittime, anche eccellenti, non solo feriti. Non è un caso che Goldman Sachs parli di questo periodo come di un nuovo ottobre 1999, ovvero un periodo in cui lanciarsi nell'investimento sfrenato di titoli sottostimati grazie proprio all'eccesso di liquidità che sta spingendo il sistema.
E infatti, stando a una tabella contenuta nell'ultimo report di Goldman Sachs, vediamo che dal 9 marzo di quest'anno - inizio del mercato del toro - a guadagnare maggiormente sulle piazze europee sono stati i titoli di settore a fortissimo rischio, ovvero assicurativi e bancari, cresciuti rispettivamente del 66% e del 62%; al terzo posto, ma con una crescita “solo” del 30%, i titoli del settore minerario.
Questa crisi, stando ai numeri, non ha proprio insegnato nulla alle banche. Anzi, le ha rese ancora più avide perché timorose di venire rimesse in carreggiata e costrette a fare il loro lavoro. Quando quindi Tremonti parla di gestazione di una nuova crisi dovuta a decisioni come quelle prese dai board di Intesa-San Paolo e Unicredit non sbaglia. Anzi, ci vede lungo e temo sia molto preoccupato.
Anche perché al di là delle nuove svalutazioni all'orizzonte, l'inverno porterà con sé il rischio di default nell'Est Europa, mercato dove moltissimi banche europee sono pesantemente esposte: un domino che parta, ad esempio, dall'Austria potrebbe risultare un grattacapo non da poco non solo per i governi ma soprattutto per Bce ed Ecofin.
Speriamo di eccedere con le cautele e con i timori, ma i dati che giungono dai mercati parlano chiaro e nonostante possa non piacere la logica degli aiuti di Stato - personalmente non mi piace - le decisioni delle principali banche Ue di smarcarsi dai piani di protezione governativi per poter sguazzare ancora sulle strade della speculazione sono quantomeno criminogene: ne va, infatti, non solo del bene comune ma della tenuta stessa del sistema. Tenuta che questo autunno caldo di recessione e disoccupazione galoppante metterà di per sé già parecchio a rischio.
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Il futuro del dollaro
Thursday, 1 October, 2009
Per molto tempo gli investitori si sono indebitati ed hanno venduto massicciamente lo yen giapponese, utilizzando il ricavato per acquisire asset ad alto rendimento. Questa strategia, denominata “carry trade”, ha prodotto elevati ritorni fin quando la crisi economica non ha sconvolto le scommesse degli investitori, spingendoli a ricomprare lo yen e chiudere le posizioni.
Oggi, alcuni osservatori ritengono che gli investitori sarebbero tentati di rimettere all’opera il carry trade, utilizzando questa volta il dollaro come veicolo di finanziamento. Ciò spiegherebbe parte dell’indebolimento sofferto recentemente dalla divisa statunitense, oltre a suggerire ulteriore pressione ribassista per il futuro. Nel mercato valutario, le divise di finanziamento tradizionalmente sono quelle a basso tasso d’interesse e bassa volatilità. Mentre il primo requisito è intuitivo, il secondo è necessario perché la volatilità del cambio può spazzare via il differenziale sul quale gli investitori contano per realizzare un profitto.Per questi motivi lo yen ha a lungo goduto della preferenza degli investitori. La divisa giapponese è stata caratterizzata da tassi persistentemente prossimi allo zero, mantenuti tali dalla Bank of Japan nel tentativo di stimolare l’economia. Le stesse condizioni starebbero verificandosi oggi per il dollaro. Alla fine di agosto, per la prima volta dopo sedici anni, indebitarsi in dollari è divenuto più conveniente che farlo in yen giapponesi. I bassi tassi statunitensi, oltre alla profondità e liquidità del mercato del dollaro, renderebbero quindi la valuta statunitense attraente ai trader che volessero usarla come base per il carry trade.
La Fed intende mantenere i tassi a zero per il prossimo futuro, e non ha alcuna fretta di procedere sulla strada della normalizzazione delle condizioni monetarie, anche perché l’evoluzione della congiuntura appare particolarmente incerta, pur in presenza di una sostanziale stabilizzazione delle condizioni di attività. Inoltre, il fatto che il dollaro appaia in protratto trend ribassista (anche per l’esigenza di riequilibrare il deficit delle partite correnti e compensare con l’export la minore domanda dei consumatori), ne accresce l’attrattività come veicolo di finanziamento.
Non tutti però concordano circa la fattibilità dell’utilizzo del dollaro in queste operazioni. Le prospettive dello yen come veicolo di finanziamento sembrano essere diventate problematiche dopo l’affermazione elettorale del Partito Democratico, che vorrebbe modificare il modello economico del paese (da uno orientato all’export ad un altro a favore della domanda interna), e non sarebbe quindi contrario all’ipotesi di progressivo rafforzamento del cambio, eventualità che è ovviamente l’ultima cosa che un carry trader desidera.
La persistenza del trend di rafforzamento dello yen non è tuttavia universalmente data per scontata. Secondo alcuni analisti, tale tendenza avrebbe tratto alimento dall’attività di rimpatrio dei profitti in agevolazione d’imposta, in scadenza questo semestre fiscale (il 30 settembre), mentre i recenti commenti del neo-ministro giapponese delle Finanze, Hirohisa Fujii, inizialmente interpretati dal mercato come non opposizione ad un movimento di rivalutazione, e successivamente corretti nella più blanda decisione di contrastare movimenti troppo rapidi sul mercato dei cambi, hanno finito solo con l’iniettare volatilità nel cambio yen-dollaro.
Secondo alcuni osservatori, l’interesse per lo yen come veicolo di finanziamento potrebbe presto riemergere, soprattutto alla luce della forte debolezza mostrata dall’economia del paese, che è la conseguenza di una tasso di crescita fortemente inferiore a quello potenziale (il cosiddetto output gap), che sta manifestandosi anche con il rilevante tasso di deflazione del paese: in agosto l’indice dei prezzi al consumo core, cioè al netto degli alimentari freschi, è stato pari a meno 2,4 per cento tendenziale.
La valuta statunitense sta oggi subendo la pressione di un consenso quasi plebiscitario in favore del suo indebolimento e ciò potrebbe, nel breve termine, determinare movimenti di recupero piuttosto bruschi, spesso innescati da quelli che appaiono poco più che “pretesti”. Ad esempio come quelli causati dalle recenti dichiarazioni di un membro della Banca centrale russa, che ha indicato che il proprio paese intende mantenere un peso di circa il 30 per cento ai Treasuries nella composizione delle riserve valutarie russe.
Il rally dei mercati azionari, con l’indice MSCI World cresciuto di quasi il 70 per cento dai minimi dello scorso marzo, ha contribuito a rafforzare l’appeal del carry trade. A sua volta il dollaro australiano, un beneficiario del carry trade che si muove in tandem con i mercati azionari, è cresciuto del 23 per cento contro dollaro, beneficiando anche delle condizioni macroeconomiche del paese, che appare uscito dalla recessione e la cui banca centrale presto potrebbe iniziare un ciclo di restrizione monetaria. I carry trade, che (non bisogna dimenticarlo), sono uno dei prodotti della disponibilità di credito a buon mercato, tendono ad avere una vita media più breve di quanto comunemente si creda, ed un protratto ribasso dei corsi azionari, come potrebbe accadere ove la crescita degli utili dovesse rivelarsi inferiore a quanto attualmente prezzato dai mercati, potrebbe ridurne l’attrattività.
Altro elemento di potenziale controindicazione all’utilizzo del dollaro come veicolo di carry trade è dato dal ruolo di valuta-rifugio che la divisa statunitense continua a rivestire durante periodi di crisi geopolitiche.
In sintesi, nell’ambito di una tendenza macroeconomica di medio termine che vede il dollaro orientato al deprezzamento per riequilibrare gli squilibri macroeconomici, l’”ipotesi carry trade” potrebbe determinare accelerazioni nel movimento di deprezzamento del dollaro, fino ad un allontanamento dai fondamentali, e produrre quindi fasi di accentuata volatilità sui mercati valutari.
Anche per queste considerazioni il carry trade in dollari potrebbe avere un arco di vita stimata intorno a 6-12 mesi.
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