01/11/09

Il Grande inganno: da Maastricht a Lisbona

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di Solange Manfredi – tratto da http://paolofranceschetti.blogspot.com/

Premessa
Nel corso di questi anni ho scritto diversi articoli sottolineando alcune sentenze o leggi che, a mio parere, presentavano diverse anomalie:
violazioni costituzionali nell'esercizio della politica monetaria;
attentato agli organi costituzionali;
La costituzione inesistente, abbiamo perso tutto;
Il lodo Alfano? Un falso bersaglio, l'Italia ha perso la tutela dei diritti umani.

Non riuscivo a spiegarmi, allora, perché questi fatti non venissero segnalati, commentati e, soprattutto, perché i media tacessero la “pericolosità” di quanto stava accadendo.
Oggi, probabilmente, ho capito il perché di quell’assordante silenzio.
Quella che vi sto per raccontare è la storia di un grande inganno, un inganno che parte da lontano, sin dalla fine della seconda guerra mondiale.
E’ la storia di un progetto (eversivo???) che vuole l’Europa governata da una oligarchia.
Poiché il progetto subisce, nel 1992, un’importante accelerazione,  è da tale anno che inizieremo a raccontare questa storia.

Maastricht
Il 29 gennaio 1992 viene emanata la legge numero 35/1992 (Legge Carli - Amato) per la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici.
Passano pochi giorni ed ecco un’altra data cruciale, il 7 febbraio 1992. In questa data avvengono due fatti estremamente importanti  per la realizzazione del progetto:
viene varata la legge 82 con cui il ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”. Ovvero dal 1992 la Banca d’Italia decide autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro;

Giulio Andreotti come presidente del Consiglio assieme al ministro degli Esteri Gianni de Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastrich, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE). Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle Banche Centrali nazionali dei Paesi dell’Unione Europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
I cittadini italiani non si rendono conto della gravità delle conseguenze che questi atti hanno, ed avranno, sulle loro vite. Ne subiscono le conseguenze e quando si domandano “perchè”, ogni volta  viene loro proposto un capro espiatorio diverso. L’importante è che i cittadini non riescano a capire quanto sta avvenendo.

I potenti, nel frattempo, continuano a lavorare al loro progetto e, il 13 ottobre 1995, il governo italiano, con il Decreto Ministeriale numero 561, pone il segreto su:
articolo 2) atti, studi, analisi, proposte e relazioni che riguardano la posizione italiana nellambito di accordi internazionali sulla politica monetaria…;
d) atti preparatori del Consiglio della Comunità europea;
e) atti preparatori dei negoziati della Comunità europea
Articolo 3. a ) atti relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi, elaborazioni e comunicazionisulla struttura e sullandamento dei mercati finanziari e valutari…; ecc. …)”.

Insomma, quanto il Governo sta facendo per realizzare il progetto europeo non si deve sapere, men che meno in ambito di politica monetaria.

Il 1 gennaio 2002 l’Italia ed altri Paesi europei (non tutti) adottano come moneta l’uro. I prezzi raddoppiano, gli stipendi no. La crisi economica si acuisce. Anche in questo caso viene offerto ai cittadini qualche capro espiatorio per giustificare una crisi che, invece, secondo alcuni analisti, è stata pianificata da tempo.

Il 4 gennaio 2004 Famiglia Cristiana rende note le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Si scopre così, per la prima volta (le quote di partecipazione di Banca d’Italia erano riservate) che l’istituto di emissione e di vigilanza, in palese violazione dellarticolo 3 del suo statuto (“In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici) è, per il 95% in mano a banche private e società di assicurazione (Intesa, San Paolo, Unicredito, Generali, ecc..). Solo il 5% è dell’INPS.

Da quando la Banca d’Italia è in mano ai privati? Come è potuto succedere tutto ciò? La risposta è semplice: con la privatizzazione degli istituti di credito voluta con la legge numero 35/1992 Amato- Carli, cui, l’ex governatore della Banca d’Italia, ha fatto subito seguire la legge 82/1992, che dava facoltà  alla Banca d’Italia di decidere autonomamente il costo del denaro.
In altri termini con queste due leggi la Banca d’Italia è divenuta proprietà di banche private che si decidevano da sole il costo del denaro sancendo così, definitivamente, il dominio della finanza privata sullo Stato. A questo stato di cose seguono i noti scandali bancari (Bond argentini, Cirio, Parmalat, scalata Unipol con il rinvio a giudizio del governatore di Banca d’Italia Fazio, ecc..) con grande danno per migliaia di risparmiatori.
Non è possibile che il ministro Carli, ex governatore della Banca d’Italia, non si sia accorto di tutto ciò. Ed ancora: è possibile che i politici, ministri del Tesoro, governatori non si siano accorti, per ben 12 anni, di questa anomalia? Comunque se ne accorgono alcuni cittadini, che citano immediatamente in giudizio la Banca d’Italia.

Il 26 settembre 2005 un giudice di Lecce, con la sentenza 2978/05, condanna la Banca d’Italia a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito monetario.
Nella sentenza viene sottolineato, inoltre, come la Banca d’Italia, solo nel periodo 1996-2003, si sia appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro a danno dei cittadini. Ma ancora non basta, perché la perizia del CTU nominato dal giudice mette in evidenza:

Per quanto concerne la Banca d’Italia:
come questa sia, in realtà, un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato;
come, pur avendo il compito di vigilare sulle altre banche, Banca d’Italia sia in realtà di proprietà e controllata dagli stessi istituti che dovrebbe controllare;
come, dal 1992, un gruppo di banche private decida autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro.

Per quanto concerne la BCE:
come questa sia un soggetto privato con sede a Francoforte;
come, ex articolo 107 del Trattato di Maastricht, sia esplicitamente sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea.
come la succitata previsione faccia si che la BCE sia un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale;
come, tra i sottoscrittori della BCE, vi siano tre Stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta leuro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei Paesi delleuro.

In altri termini la sentenza mette in evidenza come lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, dal 1992 l’abbia ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca d’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale).

Così facendo lo Stato ha violato due articoli fondamentali della Costituzione:
L’articolo 1 che recita: “... La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Infatti il popolo aveva delegato i suoi rappresentanti ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, non a cederla a soggetti privati;
L’articolo 11 della Costituzione che recita: “LItaliaconsente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’articolo 11 della Costituzione consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale.
Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato, senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna.
Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria. La sentenza è, quindi, estremamente importante e, per taluni, anche estremamente pericolosa, visto che ai politici che illegittimamente hanno concesso la sovranità monetaria prima alla Banca d’Italia e poi alla BCE potrebbero essere contestati i reati di cui agli articoli:
241 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare lindipendenza dello Stato, è punito con lergastolo”.
283 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dallordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”.

I politici, infatti, hanno ceduto un potere indipendente e sovrano ad un organismo privato e, per quanto riguarda la BCE , anche esterno allo Stato. Il pericolo c’è, ma la paura di un possibile rinvio a giudizio per questi gravi reati dura poco. Per una strana coincidenza, a soli 5 mesi dalla sentenza che condanna la Banca d’Italia,  nell’ultima riunione utile prima dello scioglimento delle camere in vista delle elezioni, con la legge 24 febbraio 2006 numero 85 dal titolo “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione” vengono modificati proprio gli articoli 241 (attentati contro lindipendenza, lintegrità e lunità dello Stato); 283 (attentato contro la Costituzione dello Stato); 289 (attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali), ovvero le figure di attentato alle istituzioni democratiche del Paese, che, diciamolo, con i reati di opinione hanno ben poco a che vedere.

Cosa cambia con questa modifica? Nella sostanza le figure di attentato diventano punibili solo se si compiono atti violenti. Se invece si attenta alla Costituzione semplicemente abusando di un potere pubblico non si commette più reato. I politici, dunque, non solo sono salvi per quanto concerne il passato, ma, da ora in poi, potranno abusare del loro potere pubblico violando la Costituzione senza più rischiare assolutamente nulla. Certo, questa modifica priva la nostra repubblica di qualsiasi difesa, ma di questo pare nessuno se ne accorga.

Pochi mesi dopo questa modifica arriva la sentenza 16.751/2006 della Cassazione a Sezioni Unite,  che accoglie il ricorso di Banca d’Italia avverso la succitata sentenza del giudice di Lecce. Nelle motivazioni si legge: “... al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.

In altri termini il giudice non può sindacare come lo Stato esercita le sue funzioni sovrane, neanche quando queste arrechino un danno al cittadino.

Ma, come abbiamo appena visto, il cittadino è rimasto privo di difese anche nel caso in cui, abusando di poteri pubblici, la sua sovranità venga svenduta a soggetti privati. E allora che fare? Al cittadino resta un’ultima flebile speranza? Può aggrapparsi alla violazione dell’articolo 3 dello Statuto della Banca d’Italia?  Assolutamente no, anche l’articolo 3 dello Statuto, ovviamente, è stato modificato a dicembre del 2006. Ora non è più necessaria nessuna partecipazione pubblica in Banca d’Italia. Tutto in mano ai privati per Statuto.
La sovranità monetaria è persa. Ma l’inganno è solo all’inizio, anche se è stato portato a termine un tassello importante del progetto, in fondo si sa, è il denaro che governa il mondo.

Lisbona
I potenti, sicuri della loro totale impunità, proseguono nel grande inganno e, visto che nel 2005 la Costituzione Europea (che presentava palesi violazioni con le maggiori costituzioni europee e pareva scritta per favorire le grandi lobby affaristiche in danno dei cittadini) era stata bocciata da francesi ed olandesi al referendum, decidono che, per far passare il testo, si deve agire in due modi:

evitare di far votare la popolazione;
rendere il testo illeggibile.

Il loro progetto prevede di lasciare la Costituzione Europea immutata e, per evitare il referendum, di chiamarla Trattato. Poi, per non far capire al cittadino che nulla è cambiato, rendono il testo illeggibile inserendo migliaia di rinvii ad altre leggi e note a piè pagina, come hanno confessato:
l’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”;
il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”;
il nostro Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile... Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.

Nel 2007 tutto è pronto e il 13 dicembre i capi di governo si riuniscono a Lisbona per firmare il Trattato, ovvero la Costituzione Europea bocciata nel 2005 e resa illeggibile. Ora manca solo la ratifica dei vari Stati.
Il parlamento italiano ratifica il trattato di Lisbona l’8 agosto del 2008, approfittando della distrazione dei cittadini dovuta al periodo feriale. Nessuno spiega ai cittadini cosa comporti la ratifica del Trattato, ed i media, ancora una volta, tacciono.
In realtà con quella ratifica abbiamo ceduto la nostra sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi ( Commissione e Consiglio dei Ministri) che non verranno eletti dai cittadini. Il solo organo eletto dai cittadini, il Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere.
Ancora una volta i nostri politici, abusando del loro potere pubblico, hanno violato l’articolo 1 e 11 della nostra Costituzione.
L’articolo 1 perchè, come detto, lo Stato ha la delega ad esercitare la funzione sovrana in nome e per conto dei cittadini, non a cederla. E’ come se una persona avesse il compito di amministrare un immobile e lo vendesse all’insaputa del proprietario, abusando del potere che gli è stato conferito.

Inoltre ha violato  l’articolo 11 perché, come abbiano visto:  “LItaliaconsente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità”.

Lo Stato, invece, ancora una volta ha ceduto la sovranità e l’ha ceduta non in condizioni di parità. Infatti l’Inghilterra, che già non ha aderito all’euro, in sede di negoziato ha ottenuto diverse e importanti esenzioni per aderire al Trattato di Lisbona, eppure pare che il primo presidente europeo sarà proprio l’ex primo ministro inglese Tony Blair. La nomina a presidente europeo di Blair deve far riflettere, sopratutto in ordine alla cosiddetta  Clausola di Solidarietà presente nel Trattato di Lisbona. Detta Clausola prevede che ogni nazione europea sia tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro “azioni terroristiche” in qualunque altra nazione. Il problema e che nessuno ha definito cosa si intenda per “azioni terroristiche”. Chi deciderà chi è un terrorista e perchè? Persone come Tony Blair, in passato coinvolto nello scandalo sulle inesistenti armi di distruzione di massa in mano a Saddam con cui è stata giustificata la guerra all’Iraq? A quante guerre ci sarà chiesto di partecipare solo perché qualche politico non democraticamente eletto avrà deciso di usare la parola “terrorista” o “azione terroristica”?

Si consideri che già, oggi, basta definire un cittadino “presunto terrorista” per poterlo privare dei diritti umani e permettere che i servizi segreti possano sequestrarlo a fini di tortura, attività criminale che potrà poi essere coperta con il segreto di Stato, come ha recentemente confermato con la sentenza 106/2009  anche la nostra Corte Costituzionale.

Ma il dato più allarmante è che con il Trattato di Lisbona viene reintrodotta la pena di morte. Ovviamente tale dicitura non è chiaramente presente nel testo, ma in una noticina a piè pagina (si continua nell’inganno).
Leggendo attentamente questa noticina, e seguendo tutti i rimandi, si arriva alla conclusione che con il Trattato di Lisbona accettiamo anche la Carta dell’Unione Europea, la quale dice “La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: Per eseguire un arresto regolare o per impedire levasione di una persona regolarmente detenuta; per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o uninsurrezione” (articolo 2, paragrafo 2 della CEDU).
La cosa è di estrema gravità. Infatti, anche in questo caso, chi deciderà che una protesta è sfociata in disordini tali da rendere lecito un omicidio? (l’Italia, poi, ha un triste primato in fatto di “agenti provocatori” pagati per trasformare una manifestazione in guerriglia). In quali casi si potrà sparare sulla folla disarmata? Chi deciderà quando potranno essere sospesi i diritti umani? Perché di questo si tratta.

Ecco la storia di un grande inganno, un inganno che inizia

- con il cedere illecitamente, proteggendosi con il segreto, la funzione sovrana dell’esercizio della politica monetaria a privati:
- nello sfuggire alle responsabilità del proprio operato depenalizzando le figure di attentato alla Costituzione;
- nell’approfittare delle ferie estive per ratificare un Trattato con cui vengono cedute le nostre restanti sovranità (legislativa, economica, monetaria, salute, difesa, ecc.) ad una oligarchia non eletta e che nessuno conosce;
- ed, in ultimo, nel dare il potere a qualche politico di poter privare i cittadini dei loro diritti umani semplicemente con una parola.
Così, quando i cittadini si renderanno conto che hanno perso tutto, che la loro vita viene decisa da una oligarchia di potenti non eletti democraticamente, quando si renderanno conto del grande inganno in cui sono caduti non sarà loro concesso neanche reagire o protestare, perchè basterà una sola parola per trasformare la reazione in “azione terroristica” o la protesta in “insurrezione”, legittimando così la sospensione dei diritti umani e l’applicazione della pena di morte. Il tutto, poi, verrà coperto con il segreto di Stato.

 

http://www.disinformazione.it/Maastricht_lisbona.htm

Il gioco al massacro "sociale" del peggiore di tutti

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domenica 1 novembre 2009

 

Un’attenta lettura del discorso del 13 ottobre al Collegio Carlo Alberto ci restituisce un’immagine nitida quanto odiosa del governatore di Bankitalia: quella del banchiere che chiede ancora sacrifici, e che lo fa spiegando al popolo di non aver ancora capito quanto lui e quelli come lui sono riusciti ad immiserirne la condizione materiale in questi anni.
Insomma, Draghi prima di chiedere nuovi sacrifici in materia pensionistica, rivendica il massacro sociale fin qui compiuto. Un massacro non ancora apprezzato nella sua reale dimensione dai lavoratori che – ecco la sua accusa – proprio per questo continuano a voler andare in pensione il prima possibile, che se sapessero quale pensione li aspetta non ci andrebbero più.

Qual è allora la risposta a questa situazione? Per questa straordinaria faccia tosta, tanto amata dal centrosinistra, la risposta è molto semplice: aumentare ulteriormente l’età pensionabile.
Ecco il passaggio centrale del suo discorso: «per assicurare prestazioni di importo adeguato ad un numero crescente di pensionati è indispensabile un aumento significativo dell'età media effettiva di pensionamento».
Questa frase è un vero capolavoro. Da una parte è un monumento all’ovvietà: i lavoratori sanno benissimo che dopo le controriforme degli ultimi 15 anni si è costretti a rimandare sempre di più l’uscita dal lavoro, al di là dei limiti di legge, se si vogliono pensioni che non siano proprio da fame. Dall’altra si parla di «importo adeguato», ma non lo si quantifica. Gli ottimisti potrebbero credere che il governatore pensi ad una rivalutazione rispetto ai livelli pensionistici attesi per il futuro, questi veramente da fame. Errore, l’unica cosa che egli pensa ed esplicita è che «è indispensabile un aumento significativo dell'età media effettiva di pensionamento». Questo è il punto, questo è il messaggio.

Per comprendere il disprezzo che costui prova per milioni di lavoratori basta leggere questo brano:
«L’aumento dell’età di pensionamento è ostacolata dal fatto che molti lavoratori sovrastimano la generosità delle attuali regole pensionistiche. Nello scegliere quando andare in pensione essi, inoltre, tendono a confrontare la prima pensione con l’ultimo stipendio, senza tener conto che negli anni di pensionamento tale rapporto andrà riducendosi, poiché i trattamenti sono indicizzati solo ai prezzi e non ai salari. Sarebbero utili una migliore informazione ed eventualmente una revisione dei criteri di indicizzazione, in cui l’introduzione di un collegamento alla dinamica delle retribuzioni fossecompensato da una riduzione dei coefficienti di calcolo della prima rata di pensione.»
Traduzione: i lavoratori, un po’ fessi, sovrastimano la pensione che avranno, allora noi dobbiamo fargli capire come stanno realmente le cose abbassandone il valore fin dalla prima rata che riceveranno. Più chiaro di così il campione del centrosinistra, l’uomo che molti vorrebbero a Palazzo Chigi, non avrebbe potuto essere.

Dove vuole arrivare costui? L’ultimo ritocco alla legge sulle pensioni (vedi Ancora le pensioni sotto attacco) già prevede l’aggancio automatico dell’età pensionabile alla “aspettativa di vita”, un aggancio che già oggi penalizza il valore delle pensioni e che dal 2015 le farà progressivamente slittare verso un’età sempre più avanzata. Il massacro sociale è dunque già compiuto, ma a lorsignori non gli basta mai.
Ma la cosa incredibile è che il sistema pensionistico non è solo in equilibrio, è addirittura in attivo.
Titolo del Corriere della Sera (Focus Pensioni e conti pubblici) del 16 settembre scorso: «La previdenza offre al bilancio del Tesoro 11,3 miliardi». Commento di Tremonti: «Meno male che abbiamo l’Inps». Insomma, il bilancio previdenziale ha un attivo enorme (risultante peraltro dalla somma di numerose gestioni dai conti assai difformi) e finanzia lo Stato.
Soltanto questo paradosso dovrebbe chiudere la bocca per qualche decennio ai tagliatori di pensioni. Casomai la parola se la dovrebbero riprendere i lavoratori ed i pensionati. Ed invece no, all’attacco è il signor Mario Draghi che obbliga alla differenziazione perfino il governo e la stessa Inps, costretti a precisare che l’allarme del governatore non ha alcun fondamento.

Per capire l’obiettivo di Draghi è necessario a questo punto ripercorrerne brevemente la carriera. Tra il 1984 ed il 1990 Draghi è direttore esecutivo della Banca Mondiale. Dal 1991 al 2001 è direttore generale del Ministero del Tesoro. Ricordiamoci le finanziarie di quegli anni e soprattutto le privatizzazioni. In quel decennio l’Italia conquistò il record mondiale delle privatizzazioni e Draghi ne è unanimemente considerato il principale artefice. Sta di fatto che nel periodo 1993-2001 presiede il Comitato Privatizzazioni.
Dal 2002 al 2005 entra a far parte del management della Goldman Sachs, che lo restituisce all’Italia affinché vada a prendersi la poltrona di governatore di Bankitalia. Attualmente è anche presidente del Financial Stability Board, un organismo del G20 di cui fanno parte governi, banche centrali ed altre istituzioni finanziarie con il compito di perseguire la “stabilità finanziaria”.
Insomma, da un quarto di secolo costui è ai vertici della finanza mondiale e ne rappresenta in maniera eclatante sia gli interessi economici che quelli politici.

Parlando di pensioni, gli interessi economici sono evidenti: facilitare in tutti i modi il processo di privatizzazione della previdenza. Qui il privatizzatore ed il taglieggiatore si sposano alla perfezione, trovando la sintesi nella faccia di bronzo del governatore. Ma ci sono anche interessi politici, tra tutti quello di preparare le classi popolari ad una nuova ondata di sacrifici. A chi altri far pagare altrimenti l’enorme dilatazione del debito pubblico causata dai salvataggi di banche e imprese operati in quest’ultimo anno? La questione non è solo italiana, ma Draghi, come abbiamo visto, svolge in contemporanea diversi mestieri.
E tra questi non esclude di certo un futuro incarico di governo. Del resto sia Ciampi che Dini hanno avuto un percorso analogo, e l’ipotesi di un governo “tecnico” (che in questo caso più che mai sarebbe solo il governo del grande capitale) fa capolino sempre più spesso. E ieri il governatore parlava davanti ad una platea di banchieri ed industriali, con il vertice della Fiat in bella evidenza, che vorrebbe vederlo quanto prima a Palazzo Chigi.
Teniamolo a mente e ricordiamoci soprattutto chi è Mario Draghi: il peggiore di tutti, per la sua internità alle oligarchie finanziarie, per il suo stretto rapporto con il nugolo di avvoltoi che si avventò sulle aziende da lui stesso privatizzate, per i suoi legami con i centri di potere statunitensi che gli hanno non a caso delegato il ruolo di “uomo della finanza” del G20.
Questo è Mario Draghi. E proprio per queste sue qualità negative si può essere certi di ritrovarselo tra i piedi nei prossimi passaggi della crisi politica ed istituzionale di questa torbida fase della vita nazionale.

di Leonardo Mazzei

Link: CampoAntimperialista

http://nuovediscussioni.blogspot.com/2009/11/il-gioco-al-massacro-sociale-del.html

ALIMENTANDO LA POLVERIERA SOCIALE

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Aziende e banche si “salvano” mentre mantengono la disoccupazione negli USA.

La tendenza sembra essere confermata: Nonostante l’annunciata “riattivazione” della prima economia imperiale, le banche e le aziende, maggiormente, non riassumono personale e, al contrario, cercano di migliorare i loro margini di guadagno mantenendo lo stesso gruppo di mano d’ opera, nonostante che, apparentemente, le condizioni di produzione e di commercializzazione siano migliorate.
In uno scenario, caratterizzato da una dubbiosa “ripresa economica” (della quale tutti dubitano) e con un aumento del deficit e della disoccupazione negli USA, la borsa, le macro aziende e banche quotate a Wall Street, continuano a raccogliere guadagni multimilionari che si contraddicono con i numeri ufficiali dell’economia reale. La cosiddetta “riattivazione” ha chiaramente due letture parallele: Da una parte, la piovra finanziaria di Wall Street e le borse mondiali, riciclano una nuova “bolla” di profitto, non più con denaro speculativo proveniente dal settore privato ma da fondi pubblici (delle tasse pagate da tutta la società), messi compulsivamente al servizio di un nuovo ciclo di guadagno capitalista attraverso la crisi. Attualmente, le grandi banche di Wall Street (responsabili della crisi finanziaria) stanno guadagnando nuovamente delle cifre milionarie, ma non attraverso prestiti ai consumatori e aziende produttive, ma dalla comra-vendita speculativa di azioni e dell’acquisto di istituzioni fallite che dopo ricapitalizzano in borsa.
Tuttavia, i settori non finanziari non godono dello stesso recupero, come segnala il Wall Street Journal.
Nonostante gli annunci di un recupero dell’economia, aziende e banche stanno ancora licenziando ed ottenendo guadagni attraverso la riduzione dei costi (inclusa la riduzione degli stipendi) al posto di potenziare l’aumento della produzione e delle vendite attraverso la ri-occupazione lavorativa. Come giornalmente registra la stampa economica, le aziende in tutti i settori dell’economia statunitense, mantengono congelati i contratti, anche nei momenti in cui le prospettive di guadagno migliorano. La storia si ripete in tutti i settori dell’economia statunitense, in fabbriche, hotel e banche. La settimana media di lavoro adesso è scesa a 33 ore, la cifra più bassa da quando si è iniziato con il registro di statistiche durante il 1960. La produttività, o la produzione per ore di lavoro, è aumentato ad un tasso annuale del 6,6 % nel secondo trimestre, man mano che i datori di lavoro licenziavano più velocemente di quanto non ritagliassero la produzione.
I contratti di lavoro restano sempre relegati durante i periodi di recupero economico, ma questa volta le prospettive sono peggiori, affermano gli economisti citati dal Wall Street Journal. “A Wall Street, si sente parlare di ritorno alla redditività, di fine della recessione e della necessità di una 'strategia di uscita", ha detto Lawrence Summers di recente, consigliere economico della Casa Bianca. “Posso assicurarvi che per la gente comune, per la quale la disoccupazione è in aumento, la situazione è molto diversa” Eppure, a molti statunitensi, sembra che Wall Street sia stata riscattata ma non loro, per Summers. “Così come in una guerra, ci sono vittime non intenzionali, così anche nei riscatti economici ci sono beneficiari non intenzionali”, ha aggiunto. La maggioranza degli analisti si aspettano un prolungato periodo di elevata disoccupazione, e molte aziende hanno dubbi persistenti su quanto durevole sarà il momento positivo e attribuiscono l’aumento della domanda in gran parte alla decisione di molti clienti di ricomporre i loro inventari e ai piani di stimolo del governo, più che a una forza di fondo nel mercato.
Le aziende affrontano incertezze sui costi potenziali di misure di regolamentazione – come un ampliamento della copertura medica e leggi sul cambiamento climatico- che potrebbero aumentare i costi lavorativi. Inoltre, dice il Journal, molti datori di lavoro hanno imparato come produrre di più con meno persone rispetto a quanto credevano fosse possibile. “Considerate le prospettive di incertezza nell’economia e le condizioni per ottenere un credito, le imprese sono riluttanti ad assumere i lavoratori”, afferma l’economista Mark Gertler dell’ Università di New York. “Questo è un mercato del lavoro molto difficile. Sembra che sarà un lento processo”.
Nel breve termine, esigere più personale esistente significa meno contratti. Inoltre, c’ è un altro fattore che contribuisce alla mancanza di opportunità lavorative: le aziende che hanno eliminato le ore extra e hanno ritagliato le giornate di lavoro durante la recessione possono aumentare la loro produzione semplicemente aumentando le ore di lavoro della sua squadra. Il capitalismo industriale o commerciale statunitense, con l’argomento della “catastrofe economica” riduce il “costo del lavoro” licenziando, riducendo stipendi e sopprimendo i benefici sociali e “sfruttamento”delle forze che restano impiegate. Rimpiccioliscono altre spese (e investimenti) della produzione per guadagnare lo stesso producendo e vendendo di meno, il che acutizza la recessione e genera una riduzione del consumo e licenziamenti.
Dalla parte sua, lo Stato nordamericano abbassa il “costo sociale” attraverso la riduzione della spesa pubblica (salute, abitazioni, educazione, ecc) per compensare la perdita dei guadagni durante la crisi. In questo modo, il sistema capitalista USA (Stato e aziende private) scaricano il costo del collasso recessivo economico (la crisi) sul settore stipendiato (forza lavorativa in massa) e la massa meno protetta e maggioritaria della società (popolazione povera con limitate risorse di sopravvivenza). Attraverso i licenziamenti e la riduzione della spesa sociale che aumentano i livelli di deprivazione economica e sociale di mercato, dalla precarietà economica all’esclusione in massa dal mercato del lavoro, le banche e le aziende mantengono i loro tassi di guadagno al costo di disoccupazione e depressione dell'economia reale.
Per il Journal, gli Stati Uniti hanno eliminato 7, 2 milioni di posti di lavoro da quando è cominciata la recessione a dicembre del 2007, la maggior concentrazione dal periodo della Grande Depressione. Anche -afferma- se il mercato del lavoro cominciasse a creare lavoro con la velocità che si è registrata durante l’auge degli anni 90, quando si sono aggiunti 2,15 milioni di posti di lavoro nel settore privato annualmente, gli Stati Uniti non recupererebbero un tasso di disoccupazione del 5% fino alla fine del 2017. In questo processo, di “sfruttamento capitalista” (che retrocede le conquiste sociali e sindacali a fasi inferiori) si spiega il mantenimento del guadagno aziendale (guadagni capitalisti) mentre l’economia reale continua a frantumarsi a causa della disoccupazione e della non riattivazione del consumo.

Fonte: http://www.iarnoticias.com/2009/secciones/norteamerica/0106_alimentando_polvorin_social_26oct09.html
Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

http://www.vocidallastrada.com/2009/10/alimentando-la-polveriera-sociale.html

Castelli di carte

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Come fa a stare in piedi l’economia di un Paese con una disoccupazione attorno al 20%? Mistero. Ma bilanci col trucco e lifting contabili possono, per certo, aiutare. Stiamo parlando della Spagna, che ultimamente sembra sparita dai radar dei media italioti. E che forse è il Paese della zona euro più colpito dalla crisi, visto che a Madrid e dintorni la disoccupazione è ormai arrivata alla stratosferica cifra del 18%. Anzi: a parlarne - male e da settimane - sono alcuni big della Finanza mondiale. Che concordano - tutti o quasi - su unico punto: nei bilanci delle banche spagnole, c’è decisamente qualcosa che non torna.

Per capirci. Il Paese del premier Zapatero è da tempo alle prese con una bolla immobiliare di proporzioni storiche. In passato si è costruito tanto. Troppo. E ora - secondo i calcoli di RR de Acuña y Associados, società specializzata in analisi del mercato immobiliare (calcoli riportati dal quotidiano britannico “Telegraph”) - le case invendute in Spagna avrebbero raggiunto quota 1,6 milioni. Di qui un vero e proprio crollo del settore costruzioni. E dell’economia tutta. Una mezza catastrofe che ha fatto schizzare verso l’alto la disoccupazione. Ma che ha lasciato intatti i bilanci delle banche. Per certi versi in maniera inspiegabile.

O meglio. Una spiegazione, secondo gli analisti svizzeri di Credit Suisse, ci sarebbe. Eccome. Le banche avrebbero occultato le loro perdite. Tradotto: avrebbero taroccato i bilanci. Come? Il quotidiano spagnolo “El Paìs” - giusto ieri - ha riportato alcuni stralci del rapporto di Credit Suisse:

“E’ chiaro che i crediti che rischiano di non essere pagati sono decisamente sottovalutati“, mentre gli immobili in mano alle banche sarebbero “sopravvalutati”.

Finita lì? Niente affatto.

Perchè - e due - anche PricewaterhouseCoopers - una delle prime società di consulenza al mondo - una decina di giorni fa, aveva fatto le stesse considerazioni. E perchè - e tre - anche l’agenzia di rating, Moody’s - che per mestiere dà i voti ai conti di aziende e Stati - lo scorso 14 ottobre aveva sollevato più di un dubbio sui bilanci delle banche spagnole. Dubbi riportati dal solito “El Paìs”. Che appunto scriveva:

“Moody’s, in un duro rapporto, ha affermato che banche e casse di risparmio spagnole stanno ritardando il riconoscimento” delle perdite “attraverso degli accordi per la ristrutturazione del debito”.

In pratica: mi devi dei soldi e non ce li hai? Non è un problema, avrebbero detto le banche. Dammene meno o dammeli quando li avrai. Prassi per altro normale. A patto che chi si è indebitato, sia realmente - prima o poi - in grado di restituire i quattrini. E - secondo Moody’s - qui di quattrini non ce ne sarebbero proprio.

Critiche e accuse a cui finora la Spagna ha risposto con un’alzata di spalle. E verrebbe da dire: giustamente. Perchè? Perchè secondo il Fondo monetario internazionale: la crisi averebbe provocato perdite alle banche per 2.800 miliardi di euro. Peccato che finora siano emersi buchi per solo - e solo, si fa per dire - 1.300 miliardi di euro. Meno della metà. E che fine abbiano fatto le altre perdite, ancora non si sa. E perchè anche le banche nostrane - quelle italiane - hanno pensato bene di rifarsi i conti, congelando le rate dei mutui (ai licenziati) e i debiti alle piccole e medie imprese.

Così fan (quasi) tutti, insomma, in questa economia di castelli di carte. Sperando sempre che non arrivi una folata di vento a far cascare tutto.

 

http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=4401

Il Pil "reale" è negativo

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Dopo i festeggiamenti di ieri le borse sembrano tornare con i piedi per terra. Avevamo già visto prima della diffusione dei dati riguardanti il Pil americano che si trattava comunque di una ripresa "drogata", sostenuta non da una domanda reale bensì dagli stimoli del governo e da fattori fisiologici.
Oggi abbiamo qualche dato in più che ci permette di comprendere perchè i brindisi sono durati così poco anche se i soliti ottimisti avevano stappato bottiglie di costoso champagne francese.
Il dato, a prima vista positivo, è che l'incremento dei consumi è pari al 3,4%. Ma già ieri gli analisti avevano quantificato la diminuzione delle scorte di magazzino, in rallentamento, con 1 punto dell'incremento del Pil nel terzo trimestre. Oggi sappiamo che altri 2,2 punti percentuali sono relativi ad acquisti di autoveicoli e alle costruzioni di abitazioni residenziali, beneficiari degli incentivi del governo (cash-for-clunkers e crediti d'imposta fino a 8 mila dollari per la prima casa). Aggiungete un altro 0,6% di spesa federale e fate da soli i conti ricordando che l'incremento del Pil è stato del 3,5%.
In definitiva, senza il sostegno del governo e gli incentivi il dato del Pil sarebbe ancora negativo e potrebbe tornare negativo nel quarto trimestre come fa temere la contrazione in Settembre proprio dei due settori che in luglio ed agosto avevano tirato la domanda beneficiando di quegli incentivi ora esauriti.
Altri dati preoccupanti: gli investimenti privati che dovrebbero trainare la ripresa sono appena l'11% del Pil e pesano per 0,3 punti dell'incremento, la metà di quelli federali. In calo le esportazioni (pesano 1,5%) mentre le importazioni crescono e rappresentano due punti percentuali in detrazione. Insomma la produzione non riprende, la disoccupazione continua a crescere e i consumatori non possono mettere mano al portafoglio perchè non hanno più un lavoro, o hanno paura di perderlo e quindi risparmiano in attesa di tempi migliori o devono pagare i loro debiti.
Non c'è da sorprendersi se dopo la sbornia degli ultimi sei mesi analisti ed operatori guardino con sempre più preoccupazione al futuro. Con la maggior parte della spesa dei consumatori sostenuta dagli stimoli temporanei dati dalle misure di sostegno governative e con sempre più americani che perdono il proprio lavoro, è quanto mai improbabile che ci troviamo di fronte ad una reale crescita ed a una ripresa sostenibile.

Pubblicato da Perestroika 0 commenti

Etichette: borse, disoccupazione, Pil, ripresa economica, scorte di magazzino

 

http://ildiariodiperestroika.blogspot.com/2009/10/il-pil-reale-e-negativo.html

Il Signoraggio: una bufala o no?

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Nov 09 1

 

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Pubblicato da Pietro Cambi alle 11:15 in Finanza, Vita quotidiana

obama 3 dollar bill

Uno spettro si aggira per i circoletti che raccolgono i poveri implumi, incolti, ignari,  inetti cittadini, cercando, del tutto vanamente, di decifrare l'ineffabile complessità del Tutto, declinata semanticamente in una ontologica ricerca del metafisico, distillata, apoditticamente, nella icastica, seppur efficace esclamazione "So' tutti ladri e ce stanno a frega' li sordi a noi che non li avemo !!!".

Questo fantasma si chiama SIGNORAGGIO.

Un commentatore di un post precedente, mi ha linkato un sito dove si smonta in modo molto professionale la cosidetta "bufala del signoraggio", facendo presente che i teorici del complotto del signoraggio sono noti fascisti o parafascisti, poveri taxisti paranoidi, mentecatti allo sbando e ciarpame intellettuale di recupero vario. A parte il fatto che un paio di signoraggisti li conosco e non sono ne deliranti coldiretti ne mascelluti propugnatori della soluzione finale al problema bancario/masso/giudaico, nella mia, ancor breve, carriera da blogger ho comunque imparato che quando si ricopre di contumelie un avversario, quando si punta alla distruzione semantica, culturale e sociale di chi la pensa diversamente, qualcosa di vero, che fa male ed infastidisce, in quello che dice quell'avversario, c'e'.

Questo è tanto più vero con coloro che sono impresentabili e moralmente ci ripugnano, e deve essere SEMPRE riconosciuto sopratutto quando, come e perchè non ci piace ammetterlo. Non vi dico niente di nuovo.

Il successo delle terribili ideologie che hanno devastato il nostro continente nel secolo scorso era ANCHE dovuto al fatto di fondere fatti reali ed analisi corrette con estrapolazioni deliranti, criminali e delittuose, in un coacervo idealistico/attraente.

Insomma, se è vero che alcuni complottisti del signoraggio esagerano è pur vero che il signoraggio, di per se, non è una bufala.

E' un fatto, un dato certo dell'attuale sistema economico, come le tasse, le imposte, l'evasione e l'io speriamo che me la cavo.

Vediamo se riesco a chiarire il punto.

Il Signoraggio 4 dummies

In sintesi: Se stampo pezzi di carta che mi costano, come complessivo della loro realizzazione, mezzo euro l'uno e ci scrivo sopra 100 euro e qualcuno dice che quei pezzi di carta sono DENARO, ecco che ho appena esercitato un diritto, di stampo feudale per alcuni ( di qui il termine signoraggio), quello di stampare moneta con un valore nominale diverso da quello reale, cosi realizzando un sonoro utile.

Questo, è bene chiarire, è un FATTO.

Un fatto ovviamente un filo complicato ma resta il fatto che stampare moneta, specialmente ora che questa stampa è scollegata da beni reali ad essa collegabili, è una ottima fonte di reddito.

Resta quindi da capire a chi va questo reddito, in particolare in Italia.

Per partire da una base sufficientemente stabile, condivisa ed "aperta" partiamo quindi dall'immancabile Wikipedia,

E partiamo dai fatti, DAI FATTI, ripeto.

Quindi, saltati a pie' pari i Sussi&Biribissi, i batti& ribatti, i bi&ba, andiamo alle interrogazioni parlamentari RECENTI , in merito al signoraggio ed andiamo alla risposta UFFICIALE del governo del tempo, da parte dlel'allora Viceministro dell'economia e delle finanze: Roberto Pinza.che potrete cercarvi a conferma da soli:

"Per quanto concerne il quesito relativo al reddito dei «diritti di signoraggio» realizzato dalla Banca Centrale Europea e quanto di questo reddito sia stato redistribuito tra le Banche Centrali Nazionali, si precisa che con Decisione ECB/2001/15, la BCE ha regolamentato l'allocazione all'interno dell'Eurosistema delle banconote in euro in circolazione. Essa attribuisce alla BCE una quota pari all'8 per cento delle banconote in euro messe in circolazione dalle Banche centrali Nazionali; il restante 92 per cento viene ripartito fra le Banche centrali nazionali in proporzioni pari alle rispettive quote di partecipazione al capitale della BCE capital key.
Sulla propria quota di banconote in euro, la BCE ricava un reddito da signoraggio
le cui modalità di redistribuzione sono ora contenute nella Decisione ECB/2005/11. Essa prevede che il signoraggio della BCE debba essere redistribuito alle BCN in proporzione al rispettivo capital key, a meno che il Consiglio direttivo decida di trattenerne (in tutto o in parte) il relativo ammontare a causa di: a) una perdita d'esercizio della BCE o un utile netto inferiore all'importo del signoraggio; b) una assegnazione al Fondo di accantonamento a fronte dei rischi di cambio, di tasso d'interesse e di prezzo sull'oro."

Quindi:

1) Il reddito da Signoraggio è una REALTA'. Punto ed a capo.

2) Tale reddito per il 92% entra direttamente nelle casse degli Istituti Nazionali, mentre per l'8% in quelle della BCE, che provvede a redistribuirlo alle banche centrali Nazionali (BCN) in proporzione alle loro quote.

Potra' interessare che la Banca d'Italia ha versato circa 700 milioni di euro come quota capitale della Banc Europea, su un totale di SOLI 4 miliardi di euro.

Pochissimo, non trovate?

Non vi sembra incredibile che un un istituto ENORME come la BCE abbia un capitale sociale di partenza di soli 4 miliardi di euro?

Ah, beh, ma ovviamente questo capitale è stato congruamente rimpinguato da altri redditi, che vanno ad accumularsi nelle riserve valutarie...indovinate un pò...eh si: si tratta ANCHE di reddito da signoraggio, guarda un poco.

Fino a qui, comunque, abbiamo solo un poco di mal di testa ed una vago senso di nausea, ma tutto sembra restare solidamente in mani pubbliche.

E in Italia?

Beh innanzitutto sapete quale è il Capitale sociale della Banca D'Italia?

Tenetevi forte: è di ben 156.000 Euro.

Ovvero 56.000 in piu', chissa' perchè, del minimo di legge per fondare una SPA.

Anche qui non mi invento nulla.

Nella stessa risposta ad interrogazione parlamentare, infatti, leggiamo:

la partecipazione al capitale della Banca d'Italia è disciplinata dagli articoli 3 e 49 dello Statuto. Il capitale, di ammontare pari a 156.000 euro, è rappresentato da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna. La disciplina della titolarità delle quote di partecipazione fa rinvio alle disposizioni legislative. È, altresì, stabilito che la cessione di quote del capitale avviene solo previo consenso del Consiglio Superiore e su proposta del Direttore «nel rispetto dell'autonomia e dell'indipendenza dell'Istituto e di una equilibrata distribuzione».

Sul rispetto dell'autonomia etc etc: beh, vi ricorderete, spero, lo scandalicchio che coinvolese il penultimo Governatore Fazio..

Di fatto il reddito da signoraggio viene restituito allo Stato in buona misura, sotto forma di imposte e tasse varie, mentre una quota che oscilla dal 20 al 40% va ad aumentare le riserve della Banca D'Italia e solo una infima parte costituisce rendita per gli azionisti PRIVATI della banca stessa, ovvero la stragrande maggioranza dei principali istituti di credito italici .

Chiarisco facendo riferimento a Wikipedia, essendo quanto ivi riportato facilmente verificabile nello Statuto della Banca D'Italia : Il signoraggio derivante dall'emissione diretta di moneta da parte dello stato viene incassato da questo, mentre quello derivante dall'emissione di moneta da parte della banca centrale viene in parte prelevato dalla stato, sotto forma d'imposta, e il rimanente resta alla banca centrale, dove viene utilizzato per coprire i costi di funzionamento e, per l'eventuale parte eccedente, costituisce utile netto. Poiché di solito le banche centrali sono enti pubblici (come la Banca di Francia) o società di capitali il cui capitale è interamente (come la Banca del Canada) o in maggioranza (come la Banca Nazionale Svizzera) di proprietà statale, anche tale utile finisce per essere incassato, in tutto o in parte, dallo stato. La Banca d'Italia è un ente pubblico (lo statuto parla di istituto di diritto pubblico) i cui partecipanti possono anche essere dei privati; infatti, al suo capitale partecipano sia enti pubblici che, soprattutto, privati[3]. Tuttavia, una volta pagate le imposte, lo statuto concede di distribuire ai partecipanti solo una minima parte degli utili netti annuali, cioè al massimo 15.600 (quindicimilaseicento) euro da spartirsi tra tutti in base alle quote possedute. Quindi praticamente degli utili netti, dal 20 al 40% viene aggiunto alle riserve valutarie ordinarie e/o straordinarie dell'istituto e la parte restante (dal 60% all'80%) viene trasferita al pubblico erario.

Quindi, ricapitolo:

1) In Italia il reddito da signoraggio E' UNA REALTA' e, per una percentuale oscillante tra il 20 e il 40% va a costituire la riserva valutaria della Banca D'Italia.

Quindi: dove è il complotto delle banche etc etc, visto che tutto il reddito resta in mano ad un istituto di diritto pubblico, come con recente sentenza è stato ribadito essere la Banca D'Italia, nonostante sia a capitali totalmente privati?

Beh, suvvia, non stiamo a menar tanto il can per l'aia.

Chi è il prestatore di ultima istanza?

Chi garantisce per la solidità dell'assetto bancario italico?

Chi certifica  la solidità o meno di un dato Istituto ?

Insomma è evidente: per me, blogger e cittadino, il reddito da signoraggio ESISTE, viene riscosso in modo invisibile a tutti i cittadini e va a costituire un tesoretto di cui usufruiscono, con tassi risibili, quando e se necessario, sulla base di "indipendenti valutazioni" del suo Governatore,in primo luogo gli azionisti di Bankitalia stessa.

Non sarà un complotto: certo è un ottimo affare e una bella garanzia di trovare copertura, con i NOSTRI soldi, in caso di bisogno.

Questo, se ci pensate, ci fornisce qualche indizio sul motivo per il quale i famosi "Tremonti bonds" sono stati tanto orgogliosamente rifiutati dalle banche nostrane. Avere un tale tesoretto "indipendente" a cui attingere in caso di bisogno, senza bisogno di chiedere alla politica aiuta...eccome se aiuta.

Ma a noi?

Chi ci aiuta, a noi meschinelli?

Beh: il grido di dolore che citavo all inizio del post, qualche fondamento, forse forse, forse, ce l ha.

http://crisis.blogosfere.it/2009/11/il-signoraggio-una-bufala-o-no.html

UN MONDO SQULIBRATO NON USCIRA’ DALLA CRISI

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Data: Sabato, 31 ottobre @ 09:08:50 CDT
Argomento: Economia

NOURIEL ROUBINI
lastampa.it
Gli squilibri macroeconomici internazionali sono al centro di tutti i dibattiti di questi mesi, peraltro senza che vengano prese iniziative forti per arrivare a una soluzione. Ben prima dell’inizio della crisi i dirigenti mondiali si erano ripromessi di mettere fine a questo paradosso. Rappresentanti europei e americani si erano accordati, durante una conferenza del Fmi nel 2007, per incoraggiare il risparmio domestico e limitare le spese, mentre i loro omologhi cinesi, tedeschi e giapponesi avevano promesso di aumentare i consumi nazionali. Questi progetti però sono rimasti illusioni: quando l’economia mondiale si è ammalata, i disequilibri non hanno aiutato.
Questa riflessione non è così evidente guardando le cifre attuali, perché la crisi finanziaria fa diminuire gli squilibri. I consumatori dei Paesi in deficit come Usa, Regno Unito, Spagna o i Paesi dell’Est hanno iniziato a risparmiare appena la crisi ha messo in evidenza i pericoli del loro livello di indebitamento. Al contrario, lo stimolo fiscale dei Paesi esportatori come la Cina ha contribuito a rinforzare un consumo domestico fino ad allora esitante.
Il ristabilimento dei conti correnti negli Stati Uniti è particolarmente importante. Da quando è aumentato il tasso di risparmio, il deficit americano è solo più il 2,8% del prodotto interno lordo, il livello più basso dal 2001. Questo abbassamento spettacolare in confronto al record del 6,6% del 2005 riflette principalmente la netta riduzione delle importazioni. La stessa logica si applica a economie meno solide nell’Europa dell’Est e soprattutto nei Paesi baltici: le fonti di finanziamento esterno su cui riposava la generosa copertura dei deficit negli anni fortunati si sono seccate e hanno messo questi Paesi nella condizione di stringere la cintura. Nei casi più drammatici di Ucraina e Kazakistan la crisi è all’origine delle svalutazioni monetarie che hanno fortemente rincarato il costo delle importazioni. D’altra parte chi vuole entrare nell’euro, come la Lettonia, ha cercato di mantenere bene o male stabile la propria moneta. L’aggiustamento necessario non si può effettuare, in questi casi, che abbassando drasticamente i consumi. Viste queste cose è grande la tentazione di concludere che il riequilibrio sarà automatico. Sarebbe un errore. Tutto sembra al contrario indicare che le correzioni sono temporanee e non sono che una traduzione di politiche pubbliche reattive nei Paesi esportatori e di un consumo più moderato nei Paesi più spendaccioni.
L’esempio dei Paesi esportatori di petrolio è, da questo punto di vista, esemplare: dopo aver largamente beneficiato della crescita dei prezzi del barile, hanno contribuito negli ultimi anni al processo di riequilibrio macroeconomico finanziando il loro consumo con un continuo aumento del ricorso al credito, come è successo in Russia, negli Emirati Arabi e in Kazakistan. Queste economie hanno a lungo prodotto dei tassi di investimento deboli in confronto a quelli di altri Paesi emergenti: oggi il loro pesante bisogno di infrastrutture è causa di una rivalutazione di questi tassi a livello domestico. I surplus di budget e gli investimenti che ne sono derivati hanno raggiunto il loro massimo nel 2007 e 2008. Senza un nuovo cambio dei prezzi del petrolio - che avrebbe verosimilmente come conseguenza quella di spegnere la domanda e quindi compromettere la ripresa - gli eccessi di bilancia corrente saranno magri nel 2010. Con un barile a 75 dollari nel 2010 le nuove dotazioni in capitale dei fondi del Golfo e delle banche centrali saranno minori che nel 2007 quando i prezzi erano in media 72 dollari al barile. In altri termini, il tempo delle spese pazze è terminato e, data l’instabilità attuale dei cambi, questi Paesi saranno tentati di costituire forti riserve interne per proteggere la moneta.
La Cina, il più dinamico Paese al mondo, da una decina d’anni è un caso di scuola. La mia collega Rachel Ziemba prevede una riduzione della bilancia corrente cinese che si stabilirà tra 350 e 370 miliardi di dollari in funzione dell’evoluzione delle importazioni, contro i 420 miliardi del 2008. Nel primo semestre il suo saldo positivo era minore di cento miliardi. Un saldo commerciale di circa 30 miliardi di dollari si attende per il terzo trimestre. Un aumento delle spese domestiche a svantaggio del risparmio potrebbe ridurre ancora questo eccesso.
Nonostante siano in difficoltà per la crisi, molti Paesi persistono a promuovere un modello di crescita costruito sull’esportazione. Il ristoccaggio e la costruzione di nuovi inventari hanno potentemente aiutato la ripresa in Asia. La stabilità artificiale dei cambi non farà che esacerbare questa tendenza, accentuando l’accumulo di riserve e le distorsioni che ne derivano. Le previsioni più recenti del Fmi suggeriscono che gli squilibri potrebbero di nuovo aggravarsi, pur restando più bassi che nel 2006. Il loro volume in dollari peraltro potrebbe restare notevole.
Quale fattore si sostituirà dunque, nel gioco degli scambi, al deficit degli Stati Uniti? Il Fmi vede una possibile diffusione degli squilibri: gli eccessi giapponesi e tedeschi continueranno a diminuire, mentre Canada e Brasile compenseranno con i loro deficit gli eccessi cinesi. In termini aggregati, comunque, le stime a cinque anni dell’istituto di Washington anticipano una crescita degli eccessi a livello mondiale, il che potrà significare che i livelli previsti delle esportazioni sono incompatibili con le ipotesi di crescita.
La questione degli squilibri macroeconomici è stata rimessa all’ordine del giorno quando il G20 ha deciso di istituire un esame delle politiche pubbliche condotte dai suoi membri per evitare una nuova crisi. Il piano non è ancora definito che nelle grandi linee, ma insiste sul carattere imperativo di un abbassamento del consumo (a vantaggio del risparmio) negli Usa e sulla riallocazione degli investimenti consacrati all’esportazione in Cina, Giappone e Germania.
Questi obiettivi sono perfettamente legittimi. Ma c’è da temere che un comunicato emesso da un’organizzazione internazionale nascente non sia il trattamento miracoloso di cui l’economia mondiale ha bisogno. E’ l’estensione dei poteri del Fmi che permetterà di raggiungere questi difficili obiettivi politici ed economici. Gli squilibri vanno di pari passo con una cattiva collocazione del capitale all’interno delle economie il che, su scala planetaria, aumenta considerevolmente il rischio di future crisi finanziarie e la creazione di bolle speculative. Se non sono la prima causa della crisi attuale vi hanno certamente contribuito. Il denaro facile e la debolezza dei tassi di interesse hanno incitato gli investitori a comprare azioni apparentemente sicure e redditizie. La riduzione degli squilibri rischia di pesare sulla ripresa mondiale: ma resta fondamentale per ristabilire nel mondo un regime di crescita durevole.
Nouriel Roubini
Fonte: www.lastampa.it
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6558&ID_sezione=&sezione=
31.10.2009
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Uno studioso russo del sole mette in guardia da improvvise cadute di temperatura, invece che dal "riscaldamento globale"

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1 novembre 2009 (MoviSol) - Habibullo Abdussamatov, direttore del laboratorio di ricerca spaziale presso l'osservatorio Pulkovo di San Pietroburgo e capo del progetto russo-ucraino "Astrometria", nell'articolo "Il sole definisce il clima", pubblicato sulla rivista russa "Scienza e Vita" (Nauka i Zhizn), ha scritto: "Le osservazioni del Sole mostrano che in merito all'aumento della temperatura l'anidride carbonica è 'non colpevole' e che nell'ultimo decennio la temperatura globale della Terra non è cresciuta; il riscaldamento globale ha cessato e vi sono già segni di un futuro drastico calo delle temperature".

Composizione di due fotogrammi della stessa porzione di corona solare, rilevati a differenti lunghezze d'onda. In blu è l'immagine ottenuta alla lunghezza di 171 Å della riga di emissione Fe IX/X. In arancio quella ottenuta alla lunghezza di 340 Å della riga d'emissione He II. Le immagini sono state elaborate con lo strumento EIT a bordo della sonda SOHO il 7 marzo 1996.

Il dott. Abdussamatov riferisce la sua previsione alla recente riduzione dell'attività solare e al raggiungimento di un minimo di produzione di macchie nel ciclo bisecolare della nostra stella, dovuto ai cambiamenti ciclici nel suo raggio, in relazione all'Irraggiamento Solare Totale (in acronimo inglese TSI). Egli considera questo ciclo come la causa superiore del ciclo solare intitolato ad Hale (22 anni) e del ciclo solare intitolato a Schwabe (11 anni). Nel raggiungere un minimo sui duecento anni, ognuno dei cicli diventa meno attivo del precedente; il tutto corrisponde ad una riduzione complessiva della temperatura media globale.

Il dott. Abdussamatov prosegue nel suo monito: "Si dovrebbe temere una rapida caduta delle temperature – non un catastrofico riscaldamento globale. L'umanità deve sopravvivere alle gravi conseguenze economiche, sociali, demografiche e politiche di una caduta globale delle temperature, che influenzeranno gli interessi nazionali di quasi tutti i Paesi e di oltre l'80% della popolazione della Terra. Una riduzione drastica della temperatura rappresenta una minaccia per l'umanità molto più grande del riscaldamento. Tuttavia, una previsione affidabile del momento e dell'intensità di tale diminuzione globale renderà possibile il preventivo aggiustamento dell'attività economica dell'umanità, per ridurre considerevolmente l'impatto della crisi".

http://www.movisol.org/09news210.htm

DOVE SI NASCONDONO OGGI “ALI BABÀ E I 40 LADRONI”?

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Data: Venerdì, 30 ottobre @ 20:00:00 CDT
Argomento: Economia

DI MANUEL FREYTAS
IAR Noticias
Come emerge dagli usi e dalle abitudini il sistema che governa il pianeta oggi, ha diviso il cervello umano in due compartimenti stagni: la Realtà ed il Discorso. La realtà può essere captata dalla maggioranza, ma il discorso può rimodellare la realtà e fare pensare la maggioranza come se fosse la minoranza. In questo modo quello che nel sistema capitalista è una volgare forma di rubare (insaziabile) con la speculazione finanziaria si trasforma in una "causa morale" per salvare il “boia” col lavoro e le sofferenze dei sottomessi.
Quando imprese e banche capitaliste progettano ed eseguono piani commerciali, sono pragmatiche. Quando spiegano pubblicamente questi loro piani, sono morali. Il guadagno privato (pragmatico) che dirige i piani commerciali capitalisti, per imposizione alla conversione morale, si veste da "causa sociale." Non stiamo facendo affari privati, bensì sviluppando una causa imprenditoriale al servizio di tutti.
A Wall Street, nello stesso scenario di un anno fa in cui precipitava il colosso finanziario Lehman Brothers e scoppiava la crisi del furto con la "bolla finanziaria", Barack Obama presidente di turno americano, lanciò un appello morale ed impose alle corporazioni di Wall Street che scordassero per un periodo "abusi, eccessi, imprudenze e crisi" ed annunciò nuove misure per evitare che si ripetano questo tipi di collassi.
Aggiunse anche che c’è bisogno di regole forti per prevenire il riprodursi di simili rischi sistematici, e disse all'industria finanziaria che si unissse a questo sforzo costruttivo per definire la regole.
Capiamoci bene: il macro-furto finanziario con i titoli senza garanzia non si chiama furto secondo Obama, bensì abuso, eccesso, imprudenza e crisi.
Nel mondo reale di “Alí Babá e i 40 ladroni”, chiedere ai banchieri sionisti di Wall Street che si uniscano allo "sforzo costruttivo" per regolare e controllare se stessi, è come chiederle che rinunci alla sua identità e alla sua natura storica: la ricerca di guadagno e la concentrazione della ricchezza in poche mani.
Lo Stato imperialista non è un'organizzazione filantropica al servizio di cause morali, bensì uno strumento normativo e regolatore del sistema capitalista che lo utilizza e lo controlla per generare redditività tanto in tempi di "bolle", come di "crisi."
Obama, fedele riflesso dello Stato imperialista che l'ha scelto come suo rappresentante, parte da un punto di vista obbediente (ed allineato): le crisi del capitalismo non si producono a causa del furto (sfruttamento dell'uomo sull'uomo) e a causa della concentrazione di ricchezza (il prodotto del furto) in poche mani, bensì a causa di "errori ed eccessi."
Per tornare alla realtà è convieniente fare una conversione operativa: dove dicono "errori ed eccessi" bisogna scrivere "furti ed economia emergente." Ed aggiungere: la natura esistenziale del sistema capitalista è l'appropriazione del lavoro sociale e collettivo mediante l'inganno ed il doppio discorso. Senza questa condizione, non potrebbe esistere come sistema.
Nella realtà fuori dalle regole del discorso, tutta la struttura operativa del sistema capitalista (l'economia, la scienza, la tecnologia, la politica, la cultura, la comunicazione) si riassume in un assioma: comprare a poco per vendere a caro prezzo.
Primo: vendo caro grazie alla "bolla".
Le banche che originalmente finanziarono i mutui ipotecari accessibili a tutti (la base del boom immobiliare) per disfarsi del rischio a lungo termine vendettero i crediti di quello stesso debito (mutui subprime) a poderose banche e fondi di investimento di Wall Street (tra i quali si trovano i gruppi che controllano la Federal Reserve) che li collocarono a tassi di interesse esorbitanti sui mercati globali a livello planetario.
Meglio detto, l’affare originale americano cioè il boom immobiliare, terminò (a causa del capitale speculativo e senza frontiere) in una "bolla finanziaria" colossale che trasferiva altissimi guadagni tra i possessori di quei titoli (chiamati investitori) in d'Europa, Asia ed America Latina.
Ci sono esperti che sostengono che circolava negli USA e in Europa l’equivalente del valore del PIL di USA ed Europa in buoni di carta senza alcuna garanzia della "bolla finanziaria”, la quale si generò in Wall Street alla fine del decennio degli anni novanta distribuendo profitti speculativi su scala planetaria.
Le super-fortune personali, i super-dividendi si nutrono di questo monumentale macro-furto del capitalismo finanziario speculatore che ha inventato un'economia parallela: l'economia di carta.
Secondo The Wall Street Journal, i fondi subprime del "boom immobiliare" degli USA furono attrattivi per gli investitori fin quando le agenzie qualificatrici del rischio mantennero un'alta valutazione, che è quello che successe mentre la Fed mantenne bassi i tassi di interesse.
Quando le grandi banche ed i fondi d’investimento iniziarono a collocare i titoli del debito immobiliare americano nei mercati globali, S&P, Moody's Investors Service e Fitch Ratings (le tre principali agenzie di rating di Wall Street) concessero livelli eccellenti di rating a quei valori che, secondo il Journal, furono costruiti a partire da prestiti "discutibili."
In questa maniera - secondo il Journal - inviarono un segnale che questi valori erano sicuri come i buoni del Tesoro degli USA.
Però quando i tassi di interesse crebbero, il rating scese drasticamente - dice il Journal - milioni di famiglie non poterono pagare il mutuo contratto e gli investitori (che comprarono i titoli nei mercati globali) disinvestirono velocemente i loro soldi da detti investimenti.
Fu in questa maniera - spiega The Wall Street Journal – che esplose la "bolla immobiliare", tirandosi dietro Wall Street e i mercati borsistici del mondo intero.
In sintesi, e come risultante del processo, i detentori dei titoli subprime "svalutati" cominciarono a venderli in massa generando un collasso generalizzato (di tutti gli indici ed azioni) dei mercati finanziari in USA, Europa, Asia ed America Latina.
Ed arrivò il "lunedì nero" del settembre del 2008 dove il fallimento del gigante Lehman Brothers segnò il principio di un salto qualitativo: la crisi immobiliare divenne una crisi finanziaria caratterizzata da una crescente mancanza di liquidità del sistema finanziario.
Lì si scoprì la menzogna e la mancanza di copertura a centinaia di miliardi di dollari trasferiti tramite accordi finanziari e titoli e, quando i titolari vollero trasformarli in denaro contante e sonante, si trovarono con la sorpresa che il contante non stava dove sarebbe dovuto stare: nelle banche.
I giganti bancari ed immobiliari cominciarono a crollare trascinando tutto il sistema finanziario imperiale degli USA e dell'Europa.
Secondo: compro a poco grazie alla “crisi”.
La "crisi finanziaria globale" (o collasso dei mercati borsistici) attivata dai monopoli di Wall Street, serve agli stessi monopoli per comprare azioni e buoni svalutati nel mercato globale impadronendosi, in questa modo, di attivi e porzioni di mercato delle imprese e dei gruppi finanziari falliti.
Questo a sua volta genera una maggior concentrazione monopolistica dei gruppi finanziari che controllano l'Impero sionista attraverso la Federal Reserve, il Tesoro Americano e le Banche Centrali d'Europa, mentre le leggi di rendita e concentrazione capitalista continuano a funzionare partendo da un nuovo stato di sviluppo.
A causa del collasso generalizzato delle borse mondiali con Wall Street in prima linea nel settembre del 2008, l'onda della bolla finanziaria del capitalismo speculatore senza frontiere e la creazione del denaro dal denaro stesso si sgretolò sopra la stessa logica che l'aveva inventata: il regno del Leverage (l'indebitamento senza garanzie) e l’economia di carta fondata sopra al cadavere dell'economia reale.
La mancanza di "contante" agli sportelli (per garantire la carta senza valore) portò l’economia di carta a collassare e a sbattere contro la realtà, incominciando ad affondare davanti all'impotenza dei suoi creatori e sostenitori: gli Stati centrali del sistema capitalista.
Quindi i vincitori della crisi, i consorzi più diversificati che rimasero in piedi (le sanguisughe che integrano il sistema della Federal Reserve degli USA) assaltarono lo Stato per impadronirsi del cadavere dei rivali che non riuscirono a passare la selezione darwiniana del "più forte”.
Utilizzando lo Stato Americano come strumento (in qualità di sovvenzionatore e garante con fondi pubblici provenienti delle tasse apportate da tutta la società) le grandi banche e fondi d’investimento che integrano il sistema privato della Federal Reserve, hanno riciclato una "bolla finanziaria" (speculazioni finanziarie sulla crisi) costruita intorno ai miliardari fondi statali utilizzati per l'acquisto di attivi tossici o come aiuto finanziario alle istituzioni e alle banche fallite causa la crisi finanziaria recessiva, che ha come epicentro gli USA e l'Europa.
La caduta del sistema del "controllo finanziario" (cresciuto grazie agli affari produttivi e commerciali mediante indebitamento finanziario senza garanzie) creò una montagna di carta inutile chiamata "attivi tossici" nel portafoglio di banche ed imprese che vennero riscattate (mediante acquisizioni o fusioni) da parte dei grandi consorzi beneficiati dal grande "riscatto statale", tra i quali Morgan Stanley, Goldman Sachs e Bank Of América.
Sono quelli che, approfittando della stessa crisi che generarono, utilizzano lo Stato imperiale per comprare a basso costo.
Terzo: riciclo di una nuova "bolla".
Questo negozio di "comprare a poco" durante la crisi (con lo Stato come finanziatore e garante) ha generato e retroalimentato un'altra bolla speculativa.
I giganteschi piani di stimolo lanciati dai governi sono finiti sui mercati finanziari creando una "bolla" speculativa che fa salire le borse da più di quattro mesi, mentre il resto dell'economia (principalmente in USA ed Europa) rimane coi numeri in rosso.
Mediante i piani di "riscatto finanziario" avviati dallo stato americano (prima con Bush e dopo con Obama) le super banche ed i fondi d’investimento associati al sistema privato della Federal Reserve, riciclarono una nuova "bolla finanziaria" non con denaro speculativo proveniente dal settore privato, bensì coi fondi pubblici messi compulsivamente a servizio di un nuovo ciclo di redditività capitalista, parallela a una crescente reale crisi economica.
Il costo di questa monumentale manovra capitalista con la "crisi capitalista" (che fu esportata dagli USA ad Europa, Asia, Africa ed America Latina) è finanziato con il denaro delle tasse pagate dall'insieme della società.
Si tratta in definitiva di una "socializzazione" delle perdite per finanziare un "nuovo ciclo di guadagni privati" con lo Stato come strumento d’esecuzione, mediante il quale i mega-consorzi più forti (i vincitori della crisi) inghiottono i più deboli generando un nuovo processo di ristrutturazione e concentrazione del sistema capitalista.
Quarto: le perdite vanno solo da una parte.
Come si può notare, ad una corretta lettura dei suoi processi storici e mediante l’assioma di comprare a poco per vendere a caro prezzo, le corporazioni del sistema capitalista sionista fanno affari (generano rendimento) tanto con le bolle che con la crisi.
Però, in questo mondo il cui vincitore è il capitalismo: chi assorbe le perdite?
Così come fece in passato, il sistema capitalista di oggi (Stato ed imprese private) scarica per mezzo dei licenziamenti e della riduzione della spesa sociale (aggiustamenti che aumentano i livelli sociali di precarietà economica e di esclusione dal mercato del consumo) il costo del collasso recessivo economico (la crisi) sul settore dei dipendenti (la maggior parte dei lavoratori) e sulla popolazione più indifesa che è una buona parte della società (popolazione povera con limitate risorse di sopravvivenza).
Solo attraverso il super-sfruttamento capitalista (che riporta le conquiste sociali e sindacali indietro nel tempo) si spiega la possibilità del rendimento imprenditoriale (guadagni capitalisti) mentre l'economia mondiale crolla per effetto della crisi recessiva globale.
La cosiddetta "crisi" si può leggere in due diversi modi: da una parte le sanguisughe finanziare di Wall Street e le borse mondiali riciclano una nuova "bolla" di guadagni, non già con denaro speculativo proveniente del settore privato, bensì con fondi pubblici (le tasse pagate da tutta la società) messi al servizio di un nuovo ciclo di rendimento capitalista con la crisi.
Mentre il processo inflazionario-recessivo creato dalle economie centrali (USA ed Europa) genera fame, povertà e perdita del potere d'acquisto della maggioranza della popolazione su scala planetaria, un ristretto gruppo di mega-imprese e miliardari moltiplicano su scala cosmica i loro guadagni imprenditoriali e le loro fortune personali.
Cosi, quando esplode una crisi per eccessiva produzione (causa recessione e diminuzione dei consumi), il sistema applica la sua classica formula per preservare la redditività anche vendendo e producendo meno: l’abbattimento dei costi.
Questa ricetta d’abbattimento dei costi colpisce chiaramente (in prima linea) i lavoratori dipendenti delle imprese ed i programmi sociali dello Stato, che servono per compensare la mancata vendita e la riscossione fiscale.
Di conseguenza (e come già provato storicamente) le imprese mantengono i loro guadagni, cresce la recessione, cresce la disoccupazione, cadono i consumi e dilaga povertà ed esclusione sociale.
In questo modo il sistema capitalista (per mezzo degli Stati e delle imprese) scarica il peso della crisi sui settori più deboli della società: i poveri ed i più deboli (che continuano ad aumentare in numero) ed i lavoratori dipendenti (la maggior forza lavoro) che servono come variabili di accomodamento e preservazione del rendimento capitalista durante la crisi recessiva
Contemporaneamente, l'economia reale dell'Impero e delle potenze centrali collassa in tutte le sue forme, i settori più deboli soffrono già i tagli economici, mentre una crisi sociale ancora di effetti imprevedibili, spunta a seguito dei licenziamenti massicci in Europa ed USA.
È chiaro quindi che quello che è "crisi" per alcuni (i licenziati ed i settori più deboli della società) risulta essere "bolla speculativa" per altri (il capitalismo finanziario che creò la crisi con l’economia di carta).
Ritorniamo all'inizio: comprare a poco per vendere a caro prezzo, le perdite sono a carico solo di quelli che pagano le crisi con povertà ed esclusione dalla "società di consumo" capitalista.
In realtà il racconto di “Alí Babá e il 40 ladroni” fu solo un'invenzione da parte di Hollywood per ritoccare il vero titolo del film: "Il Sionismo Ebraico e i ladroni globali."
Titolo originale: "Ejercicio mental: ¿Donde se refugian hoy Alí Babá y los 40 ladrones?"
Fonte: http://www.iarnoticias.com
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15.09.2009
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da LILIANA BENASSI

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La Lettonia lotta

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31 ottobre 2009 (MoviSol) - Come gli strati più deboli di una società nazionale, i Paesi piccoli sono quelli più colpiti nell'economia mondiale. È il caso dei Paesi baltici, dove il FMI e l'Unione Europa hanno imposto diktat brutali come condizione per gli aiuti finanziari.

Spinti dall'interesse a salvare gli investimenti finanziari delle banche UE e USA in Lettonia, il FMI e la Commissione UE stanno facendo di questo piccolo Paese un caso esemplare per il trattamento riservato in futuro a tutta l'Europa orientale. Essi chiedono una politica di tagli al bilancio per sostenere il valore della moneta, il Lat, tenendolo agganciato all'Euro per impedire una svalutazione che potrebbe scatenare una serie di svalutazioni competitive in tutta l'Europa orientale. Poiché la maggior parte dei prestiti bancari nel Baltico e in Europa orientale sono in euro o in franchi svizzeri, una svalutazione aumenterebbe il debito privato rispetto al reddito in valuta locale. Ciò innescherebbe una marea di insolvenze con ripercussioni non solo in Svezia, Norvegia e Danimarca, ma anche nell'intera Eurozona, le cui banche sono esposte per 1.600 miliardi in Europa orientale.

È per evitare questo scenario che l'UE, con l'aiuto del FMI, sta costringendo la Lettonia ad una "svalutazione interna", e cioè a decurtare salari e pensioni e a chiudere scuole e ospedali. Alcuni economisti stranieri chiedono addirittura di tagliare i salari del 50%.

In questa situazione un partito, il PCTVL, ha fatto la cosa giusta chiedendo la "protezione dei diritti sociali nel combattere la crisi finanziaria". Il loro rappresentante nel Parlamento Europeo, Tatjana Zdanoka, ha chiesto all'UE di rispettare le proprie clausole, come quelle contenute nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Il 6 ottobre, cinquanta attivisti del partito, sindacalisti e medici, si sono recati a Bruxelles per dimostrare di fronte agli edifici dell'UE con cartelli inneggianti a "salvare la gente e non le banche" e mettendo in mostra una serie di lapidi funerarie con scritto, in inglese: "Vittima della politica della Commissione Europea in Lettonia" e differenti etichette su ogni lapide: Sanità, Istruzione, Sicurezza Sociale, Business e Occupazione.

Tra i manifestanti erano i principali medici dell'"Ospedale n. 1" di Riga, che è stato costretto a licenziare la metà degli addetti e sarà completamente chiuso alla fine dell'anno. La metà degli ospedali del paese dovrebbero essere chiusi. Secondo il piano originale, ciò sarebbe dovuto avvenire nel corso di cinque anni, ma nel bilancio negoziato dal governo con il FMI, si prevede di farlo entro sei mesi.

Le proteste in Lettonia potrebbero ribaltare la situazione, se si estenderà protezione ai cittadini e ai proprietari di case, e se verranno riorganizzate le banche. Potrebbe essere usata la bozza di una commissione parlamentare svedese che suggerisce procedure di amministrazione controllata simili a quelle adottate da Roosevelt nel 1933, per intervenire sulle banche svedesi che posseggono la maggior parte delle banche lettoni.

http://www.movisol.org/09news209.htm

CRISI/ Il “crack” dell’economia mondiale ci ha davvero insegnato qualcosa?

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Gaetano Troina

Economia e Finanza

sabato 31 ottobre 2009

La crisi economico-finanziaria che ha investito e continua a persistere (anche se con diversa intensità da un paese ad un altro) ha un’origine complessa, ma sicuramente una parte predominante che l’ha determinata deve essere rinvenuta nei mercati finanziari e nella loro interpretazione della “realtà” economica. Questa economia è sostanzialmente figlia di una certa “cultura economica”, cioè di un certo modo di concepire e giustificare qualsiasi azione economica come una sorta di “avventura massimamente tornacontista”.

L’attuale crisi origina da persone che hanno scavalcato a piè pari le regole fondamentali della realtà economica e ne hanno, malauguratamente, costruita una di natura “virtuale”. Sono persone ed istituti che hanno “giocato” coi numeri, dimenticando che se i numeri non sono “segno” di elementi reali, cioè non rimandano e non quantificano una “sostanza”, allora sono solo l’espressione di apparenze, sono l’espressione di nebbie che hanno il compito di avvolgere e di ovattare per plagiare, ma che, quando si diradano, lasciano apparire la realtà che, con la loro persistente “umidità”, hanno mutato ed anche distrutto.

Siamo stati di fronte ad un’economia che si è ammantata di speculazione e che si è disinteressata della prudenza, un’economia che ha favorito il consumo a credito “fregandosene” del disavanzo delle partite correnti dei bilanci nazionali (specialmente di quelli statunitensi), un’economia che ha “inventato” ricchezza vuota di sostanza e piena di illusorie promesse che non sempre le stesse autorità di vigilanza hanno saputo individuare.

Siamo stati di fronte all’economia del capitalismo-gioco, all’economia dei “lupi” e delle “volpi”, delle “spallate furbe”, delle ricchezze improvvise, del liberalismo selvaggio e senza regole che ha come unico riferimento-guida di tipo “etico” il profitto del tipo “tutto e subito”. È stata l’economia delle scommesse sui derivati che sganciandosi quasi totalmente dalla realtà quotidiana se ne è creta una virtuale, che ha avuto (e forse ancora ha) la forza di sciorinare e far passare come “novità” situazioni che, nella sostanza delle cose, possono essere ricondotte a vecchi espedienti per far soldi senza alcuna remora morale. Siamo stati di fronte all’economia dei “benefit” sempre più alti a favore di manager delle organizzazioni finanziarie che hanno prodotto superprofitti (spesso solo apparenti).

Siamo stati di fronte ad un’economia che quando ha iniziato a vacillare è anche divenuta “delinquenziale”, perché per proteggersi e cercare di sopravvivere ha tentato di scaricare (e ha finito con il farlo) sugli altri attori economici e su tutta la collettività le conseguenze delle proprie scelte e delle proprie operatività, che nulla ha avuto a che fare con i principi di responsabilità, di solidarietà e che mai ha avuto un qualche barlume di eticità. Un’economia che potrebbe essere puntualmente definita come del “non bene comune”.

In questa sciagurata economia, il denaro non è stato più concepito come uno strumento, ma è divenuto il dio (o forse sarebbe meglio dire il mammona) a cui occorre porre la massima adorazione perché esso possa continuamente “generarsi”: soldi che debbono produrre altri soldi, nella scommessa di un’economia completamente slegata da quella reale. Siamo di fronte all’economia della crisi morale, del trionfo dell’apparenza e dell’ostentazione di una ricchezza accumulata “senza il sudore della fronte”. Un’economia in cui l’unica etica è il massimo profitto e dove il bene comune viene totalmente trascurato in quanto inutile accessorio all’immediatezza del tornaconto.

Per noi invece l’etica ha come obiettivo primario proprio il bene comune e ci “stupiamo” giacché dalle banche, dagli hedge funds e dagli asset manager statunitensi arrivano segnali a dir poco preoccupanti tanto che ci poniamo la domanda: ma la crisi finanziaria globale è servita a qualcosa?

Il “Wall Street Journal” pone in evidenza come queste istituzioni abbiano elargito tra stipendi e benefit ai loro dipendenti circa 140 miliardi di dollari. È questo un importo mai prima raggiunto anche se andiamo a paragonarlo agli importi esborsati negli anni precedenti il 2007 e lo sciagurato 2008. L’economia finanziaria non solo disattende in maniera lampante, tramite queste “elargizioni”, le attese di un suo più prudente procedere, ma anche, se questi dati fossero pienamente confermati, essa risulta essere un’economia che usa il denaro per produrre denaro ma che è al contempo disattenta alla realtà delle cose e ai segnali che questa continuamente dà sia sotto il profilo dell’economia reale (quella fatta di ferro) sia sotto il profilo dell’etica tanto richiamata e mai ascoltata da questa tipologia d’impresa.

Il segnale è talmente allarmante che se fosse confermato dimostrerebbe come possa essere calpestato all’altare del profitto speculativo ogni senso che conduce al bene comune e quindi quanto di fatto – nella realtà capitalistica tradizionale – sia disatteso l’accorato richiamo che Benedetto XVI ha effettuato nella Sua enciclica sociale, la “Caritas in Veritate”.

 

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=46079

PIU’ CHE UN FOLLETTO SEMBRA UN SEGUGIO!!!!!!!

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folletto

Zio,
Leonardo Facco parla del premio Nobel della pace: fantastico!!!
Siamo alla farsa totale per l'Illuminato del XXI secolo.
http://www.youtube.com/watch?v=iBrdjVmV-3M&feature=player_embedded


Il Folletto
http://www.movimentolibertario.it/home.php?fn_mode=fullnews&fn_id=283&fn_cid=4

A tutto c'è un limite

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posted by Terenzio Longobardi

Con questo articolo concludo la trilogia contro l’”ottimismo tecnologico” della società nei confronti del problema ambientale e dei limiti dello sviluppo, iniziata con l’articolo “L’entusiasmante caduta delle emissioni di gas serra” e proseguita con l’articolo “Perché non mi piace la green economy”. Nel grafico qui accanto, potete vedere lo “scenario standard” tratto dal celeberrimo “I limiti dello sviluppo”, che descrive l'andamento delle grandezze più significative del sistema mondo, ricavato mediante il calcolatore “nell'ipotesi che né i fondamentali valori umani né il funzionamento del sistema popolazione-capitale subiranno nel futuro alcun cambiamento sostanziale rispetto agli ultimi cento anni”. Tali grandezze sono: popolazione (numero totale di individui); prodotto industriale pro capite (dollari equivalenti pro capite all'anno); alimenti pro capite (kg di grano equivalenti pro capite all'anno); inquinamento (riferito al livello 1970, posto uguale a 1); risorse naturali non rinnovabili (espresse come frazione delle riserve valutate nel 1900).
Potete notare che gli autori volutamente non hanno riportato le scale delle grandezze in ordinate, mentre in ascisse figurano solo i valori estremi della scala dei tempi. “Questo per scoraggiare la tendenza a leggere questi tracciati come vere e proprie predizioni”.
E’ evidente che il valore della simulazione ha un carattere qualitativo e non quantitativo e serve a rappresentare una tendenza. Comunque, siccome da quando il libro è uscito nel 1972, l’umanità non ha praticato nessuna delle raccomandazioni in esso contenute, per puro esercizio accademico, ho provato a sovrapporre al grafico alcuni valori noti, citati nel testo, relativi alla popolazione, cioè 1600 milioni per l’anno 1900 e 3500 milioni per l’anno 1970 e una stima grossolana del valore previsto per l’anno 2010, circa 6500 milioni. Quindi, l’ordine di grandezza della popolazione sembrerebbe essere azzeccato in pieno. Ma andiamo avanti, ed esaminiamo le curve del prodotto industriale e degli alimenti procapite. Negli anni che stiamo vivendo ci saremmo dovuti trovare su un picco a forma di pianoro a cui sarebbe seguito un rapido collasso. Leggiamo cosa dice il Rapporto: “E’ chiaro che questo tracciato corrisponde alla condizione di superamento dei limiti naturali, con successivo collasso provocato dall'esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. Il capitale industriale cresce fino a un livello che richiede un afflusso enorme di materie prime, per cui il processo di crescita è accompagnato dal progressivo depauperamento delle riserve; ma ciò provoca una lievitazione dei prezzi delle materie prime, per ottenere le quali occorre impegnare frazioni crescenti di capitale, a discapito degli investimenti. Alla fine gli investimenti non riescono più a seguire il passo del deprezzamento del capitale, e si verifica il collasso della base industriale e quindi dell'agricoltura e dei servizi, dato che questi settori dipendono in maniera essenziale dai beni prodotti dall'industria (fertilizzanti, insetticidi, attrezzature ospedaliere, calcolatori e soprattutto energia per la meccanizzazione). Per un breve periodo di tempo la situazione rimane a un livello critico poichè la popolazione, a causa dei ritardi che caratterizzano il ciclo riproduttivo e i processi di assestamento sociale, continua a crescere; ma la carenza di alimenti e di servizi sanitari provoca un rapido incremento dell'indice di mortalità e il livello di popolazione si abbassa”.
A questo punto della lettura, confesso che mi cominciano un po’ a tremare le gambe, perché sembra proprio che venga descritta la situazione che stiamo vivendo, con la crisi dei prezzi delle materie prime, la recessione economica e la riduzione della disponibilità alimentare procapite.
Ma non facciamoci prendere da queste suggestioni catastrofiste e passiamo a un altro dei tanti scenari alternativi contenuti nel Rapporto, quello dell’ “ottimismo tecnologico”, esemplificato in questo secondo grafico che considera l’ipotesi di miglioramento tecnologico nel settore dell’energia.
Nel grafico, “sono riportate le curve che illustrano il comportamento del sistema mondiale nell'ipotesi, ottimistica, che l'energia nuc1eare risolverà tutti i problemi del settore “risorse naturali”. Precisamente, si è ammesso che la possibilità di utilizzare minerali più poveri o di sfruttare i giacimenti dei fondali marini consenta di raddoppiare le riserve e inoltre che, a partire dal 1975, vengano adottati dei programmi di ricupero e riutilizzazione dei materiali gia usati, in modo da ridurre a un quarto del valore attuale il fabbisogno di risorse vergini per unità di prodotto industriale. Entrambe le ipotesi sono eccessivamente ottimistiche, ma proprio per questo esse consentono di verificare in maniera definitiva la fondatezza della tanto conclamata fiducia nel prossimo avvento dell'energia nucleare. Come si vede, … si riesce in tal modo a scongiurare il sopravvenire di un'improvvisa carenza di materie prime, ma … lo sviluppo viene arrestato dall'enorme aumento dell'inquinamento… Una disponibilità illimitata di risorse, pertanto, non sembra rappresentare la soluzione per mantenere lo sviluppo del sistema mondiale”.
Poi gli autori provano in tutte le maniere a sovrapporre a questo scenario altri scenari di “ottimismo tecnologico” nei settori della lotta all’inquinamento, della produzione di alimenti, del controllo delle nascite. Non c’è niente da fare, si riesce solo a procrastinare la data del superamento dei limiti e del collasso. Il motivo, semplice quanto inaccettabile per una società fondata sulla religione della crescita, si legge nelle conclusioni: “Gli ottimisti tecnologici confidano che la tecnologia giungerà a rimuovere o ad allontanare i limiti allo sviluppo della popolazione e del capitale. Abbiamo dimostrato peraltro, nel modello del mondo, che l'applicazione della tecnologia ai problemi dell'esaurimento delle riserve naturali, dell'inquinamento, della mancanza di alimenti, non risolve il problema essenziale, quello cioè determinato da uno sviluppo esponenziale di un sistema finito e complesso. I nostri tentativi d'introdurre anche le più ottimistiche previsioni sugli effetti della tecnologia nel modello, non impediscono il verificarsi del collasso finale della popolazione e dell'industria, in ogni caso non oltre il 2100”.

Ipse dixit.

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